su coraggio

È facile per noi vecchi brontoloni piazzarci davanti a raitre, seguire il concerto del primo maggio e dichiarare con estrema facilità che, almeno nella prima parte della kermesse (sono le 19.20 circa), non se ne salvi nemmeno uno dei gruppi e artisti italiani che si sono alternati sul palco. Che tra i Sud Sound System, gli A classic education, Teatro degli orrori e tutto il resto di cui non ricordo nemmeno il nome, ah i Nobraino e Dente e quelli di Scampìa, insomma decretare il più imbarazzante di tutti è impresa ardua. Che si perpetua quel vuoto culturale per le nuove generazioni che ci ha messo tutti sotto tono, perché tra canzoni, musicisti, presentatori, messaggi e contenuti proprio non si salva nulla, ma probabilmente è perché i giovani migliori se ne vanno all’estero ma se potessi scegliere all’estero ci manderei tutti questi qui. Che siamo così piccoli e insignificanti che probabilmente non si giustifica nemmeno la nostra esistenza, tanto che una band italiana la riconosci dalla prima pennata sulla chitarra come un film italiano dal primo fotogramma e un autore italiano va be’ ci siamo capiti. E che, per fortuna, un certo tipo di musica al mondo ce l’abbiamo solo noi. Per fortuna per gli altri.

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