dal nostro inviato

Mi ero autocandidato per svolgere il praticantato propedeutico alla professione di giornalista presso la redazione locale di un quotidiano consegnando a mano un curriculum battuto a macchina, che poi nel curriculum non c’era nulla se non la data fresca della laurea perché i millemila lavoretti per sbarcare il lunario che svolgevo non erano poi così edificanti. Ma inaspettatamente la segreteria telefonica registrò la convocazione per un colloquio con il capo redattore qualche giorno dopo. Ascoltai incredulo la voce di un giornalista che aveva avuto la pazienza di ascoltare il jingle autoprodotto a introduzione del messaggio semidelirante con cui si annunciava la mia temporanea assenza, non a caso la prima cosa che feci dopo fu di cancellare quel motivetto techno-pop e registrare una risposta automatica da adulto.

Incontrai la persona che mi aveva chiamato qualche mattina dopo, eravamo a ridosso delle vacanze di Natale, mi disse che in redazione c’era molto lavoro da sbrigare e che sarei stato utile. Ci accordammo per il primo giorno feriale di gennaio. Non sapevo nulla degli orari e della vita di ufficio in un giornale dedicato alla cronaca locale, e rimasi stupito di giungere in sede prima di tutti gli altri e di essere l’unico a vestire in modo azzimato. Quando giunse il mio mentore finalmente mi gettai con entusiasmo in quella che poteva essere un’esperienza decisiva, osservandolo alle prese con i ferri del mestiere, seguendo riunioni, ritagliandomi spazi e proponendomi per eseguire qualunque cosa. Ma, senza il benestare dalla sede centrale, non avrei potuto fare nulla di operativo, nemmeno scrivere un titolo o editare un trafiletto.

Così passavano i giorni, io a prendere appunti, interpretare il linguaggio tecnico, leggere dispense sull’utilizzo dei programmi di impaginazione, e a chiedere se c’erano aggiornamenti sull’ufficializzazione della mia posizione, ma la risposta diventava sempre più vaga. Cominciando a sentirmi in imbarazzo in quel limbo professionale ne parlai con il capo-redattore, convenendo con lui che fosse meglio sospendere l’esperienza in attesa dell’approvazione definitiva. Ma accadde un fatto tragico non ricordo se il giorno successivo o quello dopo ancora, la morte improvvisa e misteriosa di un mio parente stretto poco più che coetaneo. Lessi sulla pagina di quel quotidiano alcune allusioni sulla vicenda poco rispondenti alla realtà dei fatti, almeno nella versione che conoscevo io. Così mi presentai la mattina seguente in redazione e andai a parlare con il giornalista che doveva diventare il mio tutor, spiegandogli che le cose non erano andate proprio così come c’era scritto nell’articolo del loro giornale. Rimase sorpreso del fatto che pur essendo a conoscenza di quei particolari non mi fossi rivolto subito a loro per raccontarli.

Mi propose di raccogliere ulteriore materiale da altre persone vicine, amici e parenti, di unire i nuovi contenuti alle mie informazioni e di scrivere qualcosa. Cosa che feci pur pesandomi molto, il lutto era stato assai doloroso per me e per le altre persone toccate dal decesso. Nel tardo pomeriggio rientrai in sede con il mio bloc notes e trascrissi il tutto a un terminale. Il materiale venne elaborato da un collega e alla fine l’articolo fu pubblicato nell’edizione successiva. Il giorno dopo, nel pomeriggio, il capo redattore mi diede la conferma che dalla sede si erano opposti definitivamente alla possibilità di formare una risorsa non proveniente dalla scuole riconosciute dall’ordine. Così ringraziai il giornalista che comunque mi aveva dato un’opportunità, facendomi sentire per qualche settimana arrivato a destinazione anche se con tutto il viaggio davanti da compiere.

Ai tempi fumavo, mi pare proprio di sì. Non faceva poi così freddo, il giorno dopo ci sarebbe stato il funerale, e l’ultimo ricordo che ho prima di quel coacervo di stati d’animo che è la sepoltura di un ragazzo è di una sigaretta, seduto aspettando un treno che poi non ho nemmeno preso.

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