Categoria: anobii uan chenobii
mastica lentamente
Ci sono persone sensitive, ci sono persone sensibili, ma di una sensibilità che rasenta la capacità divinatoria quindi il confine è assolutamente aleatorio e la percezione di questi doni molto soggettiva. Che poi, ci si chiede, sono realmente doni o si tratta di un calvario? Come quelli che appena toccano una persona leggono il loro passato, così c’è una bambina di nome Rose che assaggia il cibo e vede oltre gli ingredienti. Sente chi li ha mescolati e percepisce che cosa quelle persone si portano dentro nell’istante in cui hanno infornato una torta, hanno decorato un primo, hanno cotto una pietanza. Capisce se il maiale che è stato sacrificato per diventare pancetta ha trascorso la sua esistenza tra le verdure biologiche e si scontra, sempre più spesso, con la modernità, i cibi industriali. La macchina che ha amalgamato creme e sapori e gli erogatori che dispensano i prodotti confezionati, pronti all’uso. Rose cresce in una famiglia che vive convinta della conoscenza reciproca tra i suoi membri ma che con il corso degli eventi si disgrega in particelle sempre più distanti. La proprietà esclusiva con cui Rose convive è un’eredità paterna, tanto che sia Joseph, il fratello maggiore, che il genitore stesso hanno un segreto ma stentano a capacitarsene e a convivervi come invece solo Rose sa fare. Ma il suo è sicuramente il potere più esplicito e anche più facile da raccontare e far diventare protagonista di una vita. E pensare che tutto nasce da una torta al limone e cioccolato, un ritorno a casa da scuola, un assaggio e una caduta nel profondo del più fisico dei sensi umani. Un link con l’ignoto che la proietta nell’universo dei sentimenti senza possibilità di ritorno. Gli stadi della crescita, l’amore, i’incommensurabilità che ci si porta dentro e il sapore di tutto ciò che non è visibile e che si trasferisce nella materia prima nell’atto di preparare cibo per sé stessi e per gli altri. Una cucina di emozioni, un menu alla carta per scegliere tutte le porzioni di stati d’animo, almeno quelli più congeniali, senza nessun rischio di pesantezza o, peggio, di iperglicemia.
new york new york
Non capitava da ventuno anni: Don DeLillo e Paul Auster, gli scrittori simbolo di New York, seduti insieme sul palco a ragionare di letteratura, crisi, disorientamento di una società che sembra accartocciarsi sui propri guai economici e non solo. Ci è riuscita la rivista Granta a riunirli, dentro una libreria, e subito è tornata l’intesa di sempre. L’intesa di due uomini che solo nella scrittura trovano qualche spiraglio di redenzione, per un mondo che altrimenti pare sempre più alienato, incomprensibile, e incapace di far comunicare i suoi abitanti.
Il resto su La Stampa.
l’insicurezza dei soggetti
Ma che musica e musica. Dalla casa di Elaine e Paul arriva un casino assordante, o se vogliamo atteggiarci a persone acculturate, del buon free jazz d’altri tempi. Per prima cosa presentiamo i solisti, una famiglia che raccoglie tutto il meglio del peggio dell’iperrealismo di A. M. Homes. I suoi romanzi, chiaro. Un calcio al barbecue e la casa prende fuoco, l’incendio doloso e volontario delle proprie vite, marito e moglie che tra nevrosi e tradimenti pensano di fuggire da loro stessi. Una fuga parziale, visto che comunque si spostano di poco restando insieme, almeno con i corpi, e coinvolgono i due figli nella svolta esistenziale. Ma è domenica sera, si sa, sta per chiudersi un ciclo e se ne apre un altro; così inizia una settimana decisiva, sette giorni di tempo per destrutturare tutto. La casa si salva, almeno le mura e non certo il suo significato metaforico. Le serrature sono state divelte durante le operazioni di spegnimento, così resta aperta e diventa un porto di mare per tutta la fauna tipica da quartieri residenziali. Vicine auto-riscattatesi a consigliere fidate, poliziotti arrapati e squadre di demolizione costituite da zelanti operai vestiti da astronauti. Ognuno a suonare uno strumento a caso facendo finta di seguire la partitura di una colonna sonora a diro poco perfetta per un incendio e cacofonica, in senso lato. Gente che entra ed esce facendo baccano nelle vite di Elaine e Paul già sufficientemente disordinate e vuote nella loro insicurezza. Nel frattempo c’è posto per ogni tipo di esperienza. Qualche amante in più, etero e omo, pasticche rilassanti colorate alla fermata del treno. Ma da una casa senza serratura, e soprattutto da due genitori di gran lunga sotto la mediocrità, i figli non ci pensano due volte ad allontanarsi per cercare certezze e modelli in famiglie più consolidate, almeno in apparenza. Non dimentichiamoci che siamo sempre negli Stati Uniti d’America.
felici fino a scoppiare
È qualcosa di più che una storia d’amore. Intanto perché ci sono tre pretendenti. Due, l’insegnante di scrittura creativa e la psicologa, che pretendono di amarsi e poi di amare una donna che è un patchwork di esercizio stilistico e gioia di tutto, ma come si ama una creatura che cerca un rifugio e lo offre di rimando a chi non si capacita di quanto si possa amare la vita, anche quando si hanno dietro storie personali inconcepibili per la società occidentale. Come si ama una figlia, ecco. Per proteggerla, sostanzialmente. In secondo luogo perché è una storia d’amore tra due categorie contrapposte, l’attrazione fatale che da sempre divide in due il genere umano. Il foglio bianco di carta di un blocco per appunti contro il campo testo di una pagina xhtml di un sito dinamico. Il luddismo contro gli automatismi dell’informatizzazione. Le app contro le note scritte a matita negli interstizi bianchi dei libri di testo. Capire la ragione della felicità ed essere felici, e basta. Brevettarne la ricetta per divulgarla traendone profitto e accontentarsi della casualità con cui si sorteggiano i cromosomi. Ridurre il tutto a uno scontro/incontro di civiltà tra testa e cuore è riduttivo. Ecco due cellule che si accoppiano e si propagano per mitosi con un ingegnere genetico, che è Powers stesso, che prima osserva al microscopio le dinamiche della trama e poi, una volta raggiunte dimensioni visibili ad occhio nudo, si alterna tra spettatore e regista pronto a montare in postproduzione narrativa una terza dimensione, che farà da scenario alla conclusione della storia. Ma la componente scientifica e le multinazionali del DNA non possono competere con un eroe vestito di tutto ciò che è umano quindi casuale: l’andare a fondo per capire, l’attesa del momento giusto per agire fino al gesto risolutore e la vittoria, tanto è una storia inventata.
leggersi dentro
E comunque ieri mattina sono uscito di casa per recarmi in ufficio e ho dimenticato di mettere in borsa il libro che sto leggendo. Era troppo tardi quando me ne sono accorto, avrei perso il treno se fossi tornato indietro dopo aver accompagnato a scuola mia figlia, quindi mi sono arreso all’ennesimo disagio da lunedì mattina. In stazione ho scelto di non comprare Repubblica, non avevo voglia di leggere le analisi sui fatti di sabato, e poi non compro mai il quotidiano al lunedì, una forma di protesta contro l’eccesso di pagine sui risultati delle partite di calcio e tutta la letteratura inutile che contengono. Insomma, ho deciso di affrontare i venticinque minuti di viaggio come fanno tanti, senza fare nulla. Mi sono seduto in treno e ho cominciato a passare in rassegna le cose che avrei dovuto approcciare di lì a poco, in ufficio. Qualche idea creativa sulla campagna a cui sto lavorando. Che peccato però sprecare il tempo libero pensando al lavoro, perché non riflettere sull’ennesimo disastro del finesettimana trascorso tra i drammi della mia famiglia d’origine? No grazie. Ho provato a ragionare su come avrei potuto scrivere un post a proposito, che poi non ho scritto. Mi sono guardato in giro, ma non c’era niente di particolare o di diverso dagli altri giorni. Pochissimi con libri o giornali, il resto dei viaggiatori come me, a guardarsi nel vuoto e a pensare. Pensa un po’. Poi il treno è entrato sottoterra, ne ho approfittato per guardarmi riflesso nel finestrino. Perbacco che sciatteria, mi sono detto, e sono certo che qualcuno mi ha pure sentito. Ho scrutato in giro in cerca di qualche viso interessante, qualche faccia intelligente. Ma se guardi troppo gli altri poi gli altri pensano che sei a caccia, o che sei un po’ suonato. A quel punto mi sono chiesto come fanno e cosa fanno quelli che non fanno nulla, guardano nel vuoto, ammiccano a sé stessi nel vetro quando il treno è fermo in galleria. Ogni giorno, tutti i giorni, andata e ritorno. Ho acceso il lettore mp3, c’era “Real To Real Cacophony” già pronto da venerdì scorso, e per non lasciarmi vincere dall’imbarazzo ho chiuso gli occhi facendo finta di dormire fino a destinazione. Mai uscire dimenticandosi il libro, piuttosto le chiavi di casa.
il limite del centodieci
C’è un volume che spicca tra i libri impilati sugli scaffali del mio salotto. Si nota perché è tutto blu, è più alto degli altri, ha la copertina rigida ed è rilegato in pelle, e ha un titolo che risalta perché stampato in color oro. Potrebbe essere scambiato per un raccoglitore di francobolli, o un atlante di cui è andata perduta la sovracopertina. Ma colpisce il fatto che l’autore è, curiosamente, un mio omonimo. Per ovvi motivi logistici è posizionato a fianco di un altro volume che ha la stessa altezza, questo color verde, ma che ha le stesse caratteristiche del libro vicino e che, curiosamente, è stato scritto da un’autrice che ha lo stesso nome e cognome di mia moglie.
Il primo, quello blu, ha un titolo sufficientemente ostico da essere lasciato lì a prendere polvere. A chi interesserebbe saperne di più su “L’episodio di Ifi delle Metamorfosi di Ovidio”? A chi verrebbe voglia di approfondire la tematica del transgenderism nella letteratura latina partendo da uno dei racconti di trasformazione sessuale presenti negli scritti ovidiani? A nessuno, tantomeno a me. Infatti, quando mi capita l’occhio su quello scaffale, che è quello più in alto, quello dei libri inutili che prima o poi finiranno nella raccolta differenziata, mi sorprendo sempre e mi chiedo quando diamine ho acquistato quel libro lì, io che non ne compro mai perché sono un entusiasta fruitore delle biblioteche e del consorzio intercomunale che dalle mie parti ti consente, in pochi giorni, di avere tutte le novità degli autori americani contemporanei e postmoderni che vuoi. E mi viene raramente l’istinto di salire su una sedia ed estrarlo da quella fila per vedere di cosa tratta, qual è la trama, i personaggi, chi è l’assassino e come finisce.
Scherzo, so che non si tratta di un romanzo. Centinaia di pagine con lettering e font di altri tempi, deve essere stato redatto in Wordstar e stampato con chissà quale computer, in un modo in cui solo quel tipo di libri lì venivano realizzati. Centinaia di pagine sono tante, e non riesco a capire davvero come abbia potuto, questo autore che si chiama come me, mettere insieme così tante informazioni, dove l’abbia prese, quando e come le abbia studiate. Per lo meno il suo libro gemello, anzi consorte a fianco, parla di povertà e di stato sociale, probabilmente appartiene a una disciplina più moderna e senza dubbio più utile, tanto che ci scommetto che l’autrice, che si chiama come mia moglie, è un’esperta di scienze politiche ed esercita una professione manageriale in qualche organizzazione pubblica del settore.
Ma questo scrittore qui, che ha voluto fare il figo e trovare l’introvabile in un autore di una civiltà remota che ha scritto roba più strampalata della fantascienza in una lingua morta e sepolta, ci gioco la testa che del suo latinorum non se n’è fatto nulla, coronamento di un’inutile laurea in scienze inutili (come correttamente le definisce Leonardo) e in materie all’epoca completamente slegate dall’allora nascente scienza della comunicazione. Farà qualche lavoro di quelli che si usano oggi con il nome in inglese, cercando pretesti qui e là per far vedere che ancora, di tutti quegli esami di latino, qualcosa si ricorda, usando alla prima occasione qualche citazione o qualche aforisma che chiunque, con Google, è in grado di a tradurre a tempo record e altrettanto velocemente a dimenticarsene al successivo nuovo messaggio di Outlook in arrivo.
scuola di volo
Bruciare in un incendio o lanciarsi nel vuoto per sfuggirne. Pare che paradossalmente l’istinto di sopravvivenza ti spinga ad optare per la seconda ipotesi, perché il lancio nel vuoto contempla maggiori possibilità di salvare la pelle. E’ agghiacciante, già. In genere, almeno visto da qui, morire non sembra essere una bella esperienza. E avere la possibilità di scegliere come non ne migliora la qualità.
Vedere le foto delle persone che sono balzate giù dal chissàqualepiano di una delle torri gemelle ne è una testimonianza. Da una di queste foto un performer di strada prende ispirazione per una delle sue opere viventi. Si lancia imbragato a testa in giù da vari punti rialzati di New York. Mi verrebbe da dire living theatre, ma sarebbe più appropriato dying theatre. Lui è l’uomo che cade, ed è uno dei protagonisti di passaggio dell’omonimo romanzo di DeLillo. C’è un altro protagonista, che potremmo definire itinerante, fa di cognome Atta, ed è l’uomo che impara il terrorismo tra la Germania e l’Afghanistan e che, nel libro e probabilmente anche nella storia che lo ha ispirato, passa i controlli dell’aeroporto imbottito di fede, di odio (sovente sinonimi) e di esplosivo. Così si immagina, l’eroe immortalato dalle telecamere di sorveglianza nell’ultimo controllo violato, quello fatale.
Dalla vicenda madre di tutte le collisioni, un aeroplano pieno di corpi consapevoli del loro destino scagliato contro un grattacielo pieno di corpi ignari del proprio destino. Lì lavora Keith, che sopravvive all’impatto e va a prendere parte della catena umana di sopravvissuti e feriti che si incolonna giù dalle scale della prima torre colpita e si avvia così verso la vita che sarà. Pieno di schegge di vetro e sangue non suo inizia il suo personale post-undici settembre. Rientra a casa dalla moglie Lianne da cui era separato e dal figlio, e si lascia travolgere da un menage di reinserimento famigliare alternato a una dipendenza da poker, che presto avrà il sopravvento. Un libro pieno zeppo di significati e significanti, di macerie e di polvere, di morte e di non vita, almeno non più come prima. Tra bruciare in un incendio o lanciarsi nel vuoto per sfuggirne, l’istinto di sopravvivenza dovrebbe mettersi a tacere. Io comunque, avendo la forza di scegliere, preferirei morire carbonizzato.
torri di libri
Volete qualche consiglio di lettura per arrivare pronti e ferrati al decennale più decennale di tutti, in questo duezerounouno? Lo so, non ne avete bisogno, ma un paio di giorni fa involontariamente ho dato qualche piccolo suggerimento tematico, nulla di particolarmente ricercato, e comunque ho fatto un figurone. Ora non so se i titoli che trovate in questa micro-bibliografia siano i migliori, i più esaustivi, i più avvincenti, e se è il caso possiamo tirare in ballo anche gli operatori del settore. Sempre che ci sia il bisogno di una bibliografia a tema su un evento così stra-noto e stra-coperto, sempre che interessi, sempre che si abbia voglia di leggere, sempre che si voglia leggere solo il punto di vista dei newyorkesi, eccetera eccetera.
Ma veniamo al dunque. Inizierei con un romanzo che si conclude proprio con l’undici settembre, non preoccupatevi, non è uno spoiler, non vi ho dato anticipazioni sulla trama. Mi riferisco a Follie di Brooklyn, di Paul Auster, pubblicato nel 2004. Una vicenda sufficientemente lineare per uno dei miei scrittori preferiti, in cui la gente comune è protagonista, quella che sceglie di concludere la propria vita a Brooklyn e che poi vede una città intera colpita a morte.
Il menu prosegue con L’uomo che cade di Don DeLillo, un libro che ci permette di entrare nel cuore del trauma. Leggevo giusto un paio di giorni fa su Repubblica che ancora a dieci anni di distanza si trovano persone diversamente coinvolte nell’attacco che fanno i conti, fisici o psicologici, con le conseguenze. Chi è sopravvissuto, chi ha perso parenti o amici, chi è stato spettatore, chi ha partecipato ai soccorsi. Il libro di DeLillo si apre proprio con un uomo che è riuscito a fuggire dalla prima torre e, colmo di cenere, schegge di vetro, sangue e detriti ritorna a casa, nella casa in cui ha vissuto con il figlio e la moglie, prima di scegliere il ruolo di ex della sua famiglia. Ma questo è solo l’inizio.
Una storia che nasce e si sviluppa invece a ridosso dell’attacco terroristico è narrata da Jay McInerney in Good Life, un libro che già imperdibile solo per la copertina, un ritratto della quotidianità violata dalla catastrofe, una sorta di Pompei di questo millennio. La vicenda ha gli stessi protagonisti della saga iniziata con Si spengono le luci, qui ritratti in un romanzo molto elegante e delicato, toni a contrasto proprio con la gravità in cui si evolve il background, il lento e pesante anelito al ritorno alla vita attraverso i soccorsi e l’assistenza dei volontari che cercano di ricomporre il puzzle di normalità che il dramma ha mandato in pezzi, molti dei quali andranno perduti per sempre.
Infine il dopo, le conseguenze, il vissuto “a freddo” dagli involontari protagonisti della vita che riprende. Ecco il mistero della chiave che non trova la serratura corrispondente, il figlio che cerca di riappropriarsi di tutti i ricordi del padre, scomparso tra le macerie. Il libro è Così forte, incredibilmente vicino di Jonathan Froer, una narrazione caratterizzata dallo stile molto personale dello scrittore, che si identifica con linguaggio del pensiero del protagonista e che va a costituire l’elemento unificatore del romanzo.
Sono sicuro esistano molte altre opere sull’argomento, anzi ogni buon suggerimento è ben accetto. Questi sono solo i miei quattro centesimi. I fantasmi della celebrazione faranno sempre più baccano, da qui, ogni giorno, fino al decennale. Come fa dire DeLillo alla co-protagonista del suo libro, loro sono l’America e noi l’Europa. Ascoltiamo la loro musica, leggiamo i loro libri, parliamo la loro lingua. Proviamo almeno a comprendere la mole del loro dolore, retorica compresa, anche solo in via sperimentale.
in fondo fai bene, alla fine, ad avercela così con noi
Struggente lo è di certo, geniale pure. Anche un po’ prolissa e molto autocelebrativa, come non potrebbe essere altrimenti un’autobiografia. In una società che stava cambiando, in cui non era ancora stato detto tutto, in cui qualche centimetro quadro di originalità stretto tra il mercato e le bolle in cui soffiavano tutti, in USA, a fine anni 90, poteva essere ancora colonizzato e il tragico vissuto individuale poteva ancora generare e costruire, prima del giro di boa, momento da cui in poi la complessità ha iniziato a trovare sfogo solo nella de-costruzione, se non distruzione tout court, talvolta con l’ausilio di armi da fuoco, molto più spesso con MTV. Prima che tutti dicessero tutto, e lo pubblicizzassero anche nei socialcosi intasando l’immaginario collettivo, riempiendo un sistema da cui ininterrottamente esondano parole e foto e filmini che vanno ad infiltrarsi nell’intonaco e nelle fondamenta, indebolendo il terreno sotto tanto che prima o poi questo enorme palazzone in cui abitiamo abusivamente – o meno – tutti franerà a valle e chissà, ci sarà di nuovo qualche posto libero in nuove aree edificabili. Ma, allora, il tragico vissuto poteva ancora fare di un individuo un genio, la sofferenza è brodo di cultura di germi vitali che taluni chiamano idee, e poteva fare di un genio una sorta di eroe, che prende sulle spalle un fratello minore che è più un figlio, nel suo essere bambino anche lui geniale e struggente in potenza, tanto che lentamente supera in statura il geniale e struggente fratello maggiore protagonista. Eggers così rincorre fresbee da acchiappare al volo sotto gli occhi di spettatori sbalorditi, rincorre le ceneri dei genitori mai restituite e risale, a ritroso, il male che da una parte ha privato sé e il fratello Toph del punto di vista di entrambi genitori, la madre soprattutto, che hanno assistito fino all’ultimo respiro. Questo è l’unico bagaglio che lo porta via e lo allontana dalla quotidianità; il mondo, anzi quel mondo, quello di allora, diventa così un catalizzatore di stimoli, una gigantesca periferica che spara input a raffica, basta saperli cogliere. Ed è sufficiente scegliere il più appropriato, ieri per esempio era un magazine culturale, pagine bianche su cui stampare e sviluppare l’ultima dannata reazione artistica e culturale per l’ultimo cambiamento disponibile. Poi i giochi sono fatti, mi spiace per noi, lo spazio non è più sufficiente. Al massimo si può provare a svuotare il cestino.
un e-libro per l’e-state
Dall’introduzione all’ebook Cicatrici, Barabba Edizioni, 2011: “Sono più di cento, in totale, le descrizioni di sfregi e difetti che trovate nel libro. Alcune sono divertenti, altre sono quasi inventate, altre ancora sono frutto dell’esigenza di una specie di catarsi personale e ci fa piacere, davvero, sapere che a qualcuno è servito scriverne per liberarsi un po’ dai demoni che la notte disturbano il sonno. Ma ciò che più importa, per noi lettori, è che le cicatrici che state per leggere, se le leggete, se ne avete voglia, sono storie. E ogni storia, a modo suo, una volta sentita, o letta, rimane impressa. Dentro di noi, si cicatrizza.“
Qui la versione in pdf, qui la versione epub. Qui sotto la copertina, che non poteva essere migliore. Dentro, tante storie rimarginate. Anche la mia. Buona lettura.
