anobii uan chenobii

i fratelli Bronzini e i pezzi per pianoforte di Saint-Saëns

La puntina saltò alcune note ma lui ci aveva fatto l’abitudine. Si sedette ai margini della stanza, dove poteva sentire il sole della cucina e guardare la faccia di Laura. La musica li unì in modo discreto. Gli parve di entrare nel sogno ad occhi aperti di lei. Riusciva a capirla, a conoscerla, quasi, a sentire la sua innocenza attraverso la musica, a riconoscere la bambina, la spigolosa dodicenne che camminava dietro ai genitori per la strada, riusciva a vederla sulla faccia della triste sorella maggiore, era ancora lì, la bambina, nelle borse sotto gli occhi, nelle macchie sulla faccia e nei capelli sbiaditi. Ci fu un momento, nel pezzo, dopo passaggi di delicata rievocazione, in cui parve fare il suo ingresso qualcosa di fosco, mentre la sinistra del solista accelerava il tempo, e questo la spinse ad alzare un braccio, lentamente, quasi in un gesto di sgomento, meditabondo e gravido – nelle note basse aveva sentito un cupo presagio che l’aveva spaventata. E questa era l’altra cosa che condividevano, la tristezza e la chiarezza del tempo, il tempo rimpianto della musica – il modo in cui il suono, le modulate vibrazioni prodotte da martelletti che battevano corde di metallo, provocava in loro uno strano dolore, non per qualcosa di preciso ma per il tempo in sé, la sensazione concreta di un anno o di un’epoca, le testure del tempo non misurato che ormai sfuggivano a entrambi, e lei stornò gli occhi, fissando oltre la mano alata qualcosa di trasparente che lui pensò di poter chiamare la sua vita. (Don DeLillo, Underworld)

fight club

Impeccabile dal punto di vista narrativo, coinvolgente solo a tratti, alla terza o quarta scazzottata descritta nei minimi dettagli si inizia a voler entrare nella storia – il che potrebbe essere una qualità rara per un romanzo – e separare i bulli di turno coinvolti nella rissa. Perché non si può avere questa morbosità del cambiare i connotati al prossimo tutte le sere o ogni volta che si mette il naso fuori di casa con il rischio di farselo spaccare. Capisco che subire angherie e avere un padre così, anzi non avercelo proprio, possa acuire quel senso di strenua ricerca di un target contro cui far convogliare rabbia e frustrazione, ma la china oltre la redenzione potrebbe scattare un po’ prima per evitare il knock out che aleggia nell’aria. E poi, ragazzo mio, deciditi su quello che vuoi fare. Vuoi diventare un boxeur? Vuoi imparare il mestiere di barman? Vuoi essere uno studioso di scienze sociali? Vuoi diventare uno scrittore? La risposta è retorica quanto la domanda, visto l’argomento di cui sto scrivendo e trattandosi di un libro autobiografico, ma per giungere a questa conclusione tutte quelle pagine sono troppe e ricche in eccesso di piccole cellule narrative costruite sempre con la stessa architettura, tanto che alla fine crolla tutto e rimpiangi i bei tempi dei pugni in faccia.

proust e contro

Non ho fatto in tempo a tirar fuori il libro che stavo leggendo e ad aprirlo che la ragazza seduta di fronte a me mi ha salutato con un ampio sorriso e ha esclamato “Hei!”, mostrandomi il dorso del suo, che la coincidenza ha voluto si trattasse dello stesso. E giuro che non l’avevo nemmeno notata. Il treno l’avevo preso per un pelo, quello delle 19.10 che mi avrebbe riportato a casa a seguito di più o meno due ore di viaggio come ogni giorno, il cervello ancora in pappa e tutti i file aperti del lavoro che traboccavano dallo spirito di responsabilità, in aggiunta all’aggravante dello sprint finale da centometrista. Potrebbe essere l’inizio di un film, oppure di una storia d’amore, non trovate?

Fatto sta che il caso ha voluto che ci trovassimo uno dinanzi all’altra, entrambi con una copia della Recherche proustiana in mano. In verità lei aveva un’edizione piuttosto elegante, copertina cartonata e sovracopertina, il primo di due tomi in cui sono raccolte tutte le parti dell’opera. Il mio era un Mondadori d’epoca che avevo trovato in un negozio di libri usati con la copertina viola un po’ malconcia, malgrado ciò conservava perfettamente il suo fascino vintage ed era in abbinamento perfetto con il contesto di appartenenza. Avevo strappato per poche migliaia di lire, il che vi permette di collocare anche cronologicamente l’accaduto, l’intera raccolta suddivisa in più volumi, di certo più maneggevole e, non nutro alcun dubbio su questo vantaggio, sicuramente più adatta alle esigenze di flessibilità di un pendolare. Anche qui si potrebbe prendere spunto per un film di successo, chissà perché a me viene in mente l’incipit della “Carica dei 101″, lei tutta perfettina e lui un po’ sgangherato perché molto artista inside, ma alla fine l’amore trionfa anche oltre le classi sociali. Sempre.

Ma, giusto per sgomberare ogni dubbio e soddisfare ogni curiosità, la cosa è finita alle rispettive stazioni d’arrivo: ai tempi io ero single, lei tutt’altro. Il viaggio è trascorso comunque con due piacevoli ore di chiacchierate letterarie, poi qualche scambio di informazioni sulle rispettive vite, il suo bizzarro portafoglio quando è stato il momento di mostrare il biglietto, il mio telefono che vibrava ogni tanto agli strascichi di una lavorazione in chiusura che mi ero lasciato alle spalle. Fine della storia.

Senonché stamane ho preso posto ancora casualmente di fronte a una affascinante pendolare intenta nella lettura, questa volta si trattava di uno degli ennemila best seller di Fabio Volo. Il che rientra in una statistica piuttosto certa. Fatto il 20% di persone sui mezzi pubblici che trascorrono la tratta leggendo, di questa percentuale almeno il 60% si diletta nella comprensione delle opere del noto show man. E non voglio assolutamente rimarcare con piglio da pseudo-intellettuale la superiorità morale di chi legge le vicissitudini di Swann rispetto alle cronache autobiografiche o meno dell’ex panettiere di mtv. Non è questo il punto. Colgo l’occasione solo per dare un piccolo suggerimento, i miei cinque cent ai miei cinque lettori. Amici, è difficilissimo puntare sul caso per trovare l’anima gemella – o anche solo rimorchiare – leggendo “All’ombra delle fanciulle in fiore”. Portate con voi una copia di “È una vita che ti aspetto”, poggiatevelo in grembo in bella mostra con il titolo in evidenza, e mettetevi in modalità “attesa” anche voi, se ritenete che un giorno potreste trovarvi in affanno ancora alla ricerca del tempo perduto.

mastica lentamente

Ci sono persone sensitive, ci sono persone sensibili, ma di una sensibilità che rasenta la capacità divinatoria quindi il confine è assolutamente aleatorio e la percezione di questi doni molto soggettiva. Che poi, ci si chiede, sono realmente doni o si tratta di un calvario? Come quelli che appena toccano una persona leggono il loro passato, così c’è una bambina di nome Rose che assaggia il cibo e vede oltre gli ingredienti. Sente chi li ha mescolati e percepisce che cosa quelle persone si portano dentro nell’istante in cui hanno infornato una torta, hanno decorato un primo, hanno cotto una pietanza. Capisce se il maiale che è stato sacrificato per diventare pancetta ha trascorso la sua esistenza tra le verdure biologiche e si scontra, sempre più spesso, con la modernità, i cibi industriali. La macchina che ha amalgamato creme e sapori e gli erogatori che dispensano i prodotti confezionati, pronti all’uso. Rose cresce in una famiglia che vive convinta della conoscenza reciproca tra i suoi membri ma che con il corso degli eventi si disgrega in particelle sempre più distanti. La proprietà esclusiva con cui Rose convive è un’eredità paterna, tanto che sia Joseph, il fratello maggiore, che il genitore stesso hanno un segreto ma stentano a capacitarsene e a convivervi come invece solo Rose sa fare. Ma il suo è sicuramente il potere più esplicito e anche più facile da raccontare e far diventare protagonista di una vita. E pensare che tutto nasce da una torta al limone e cioccolato, un ritorno a casa da scuola, un assaggio e una caduta nel profondo del più fisico dei sensi umani. Un link con l’ignoto che la proietta nell’universo dei sentimenti senza possibilità di ritorno. Gli stadi della crescita, l’amore, i’incommensurabilità che ci si porta dentro e il sapore di tutto ciò che non è visibile e che si trasferisce nella materia prima nell’atto di preparare cibo per sé stessi e per gli altri. Una cucina di emozioni, un menu alla carta per scegliere tutte le porzioni di stati d’animo, almeno quelli più congeniali, senza nessun rischio di pesantezza o, peggio, di iperglicemia.

new york new york

Non capitava da ventuno anni: Don DeLillo e Paul Auster, gli scrittori simbolo di New York, seduti insieme sul palco a ragionare di letteratura, crisi, disorientamento di una società che sembra accartocciarsi sui propri guai economici e non solo. Ci è riuscita la rivista Granta a riunirli, dentro una libreria, e subito è tornata l’intesa di sempre. L’intesa di due uomini che solo nella scrittura trovano qualche spiraglio di redenzione, per un mondo che altrimenti pare sempre più alienato, incomprensibile, e incapace di far comunicare i suoi abitanti.

Il resto su La Stampa.

l’insicurezza dei soggetti

Ma che musica e musica. Dalla casa di Elaine e Paul arriva un casino assordante, o se vogliamo atteggiarci a persone acculturate, del buon free jazz d’altri tempi. Per prima cosa presentiamo i solisti, una famiglia che raccoglie tutto il meglio del peggio dell’iperrealismo di A. M. Homes. I suoi romanzi, chiaro. Un calcio al barbecue e la casa prende fuoco, l’incendio doloso e volontario delle proprie vite, marito e moglie che tra nevrosi e tradimenti pensano di fuggire da loro stessi. Una fuga parziale, visto che comunque si spostano di poco restando insieme, almeno con i corpi, e coinvolgono i due figli nella svolta esistenziale. Ma è domenica sera, si sa, sta per chiudersi un ciclo e se ne apre un altro; così inizia una settimana decisiva, sette giorni di tempo per destrutturare tutto. La casa si salva, almeno le mura e non certo il suo significato metaforico. Le serrature sono state divelte durante le operazioni di spegnimento, così resta aperta e diventa un porto di mare per tutta la fauna tipica da quartieri residenziali. Vicine auto-riscattatesi a consigliere fidate, poliziotti arrapati e squadre di demolizione costituite da zelanti operai vestiti da astronauti. Ognuno a suonare uno strumento a caso facendo finta di seguire la partitura di una colonna sonora a diro poco perfetta per un incendio e cacofonica, in senso lato. Gente che entra ed esce facendo baccano nelle vite di Elaine e Paul già sufficientemente disordinate e vuote nella loro insicurezza. Nel frattempo c’è posto per ogni tipo di esperienza. Qualche amante in più, etero e omo, pasticche rilassanti colorate alla fermata del treno. Ma da una casa senza serratura, e soprattutto da due genitori di gran lunga sotto la mediocrità, i figli non ci pensano due volte ad allontanarsi per cercare certezze e modelli in famiglie più consolidate, almeno in apparenza. Non dimentichiamoci che siamo sempre negli Stati Uniti  d’America.

felici fino a scoppiare

È qualcosa di più che una storia d’amore. Intanto perché ci sono tre pretendenti. Due, l’insegnante di scrittura creativa e la psicologa, che pretendono di amarsi e poi di amare una donna che è un patchwork di esercizio stilistico e gioia di tutto, ma come si ama una creatura che cerca un rifugio e lo offre di rimando a chi non si capacita di quanto si possa amare la vita, anche quando si hanno dietro storie personali inconcepibili per la società occidentale. Come si ama una figlia, ecco. Per proteggerla, sostanzialmente. In secondo luogo perché è una storia d’amore tra due categorie contrapposte, l’attrazione fatale che da sempre divide in due il genere umano. Il foglio bianco di carta di un blocco per appunti contro il campo testo di una pagina xhtml di un sito dinamico. Il luddismo contro gli automatismi dell’informatizzazione. Le app contro le note scritte a matita negli interstizi bianchi dei libri di testo. Capire la ragione della felicità ed essere felici, e basta. Brevettarne la ricetta per divulgarla traendone profitto e accontentarsi della casualità con cui si sorteggiano i cromosomi. Ridurre il tutto a uno scontro/incontro di civiltà tra testa e cuore è riduttivo. Ecco due cellule che si accoppiano e si propagano per mitosi con un ingegnere genetico, che è Powers stesso, che prima osserva al microscopio le dinamiche della trama e poi, una volta raggiunte dimensioni visibili ad occhio nudo, si alterna tra spettatore e regista pronto a montare in postproduzione narrativa una terza dimensione, che farà da scenario alla conclusione della storia. Ma la componente scientifica e le multinazionali del DNA non possono competere con un eroe vestito di tutto ciò che è umano quindi casuale: l’andare a fondo per capire, l’attesa del momento giusto per agire fino al gesto risolutore e la vittoria, tanto è una storia inventata.

leggersi dentro

E comunque ieri mattina sono uscito di casa per recarmi in ufficio e ho dimenticato di mettere in borsa il libro che sto leggendo. Era troppo tardi quando me ne sono accorto, avrei perso il treno se fossi tornato indietro dopo aver accompagnato a scuola mia figlia, quindi mi sono arreso all’ennesimo disagio da lunedì mattina. In stazione ho scelto di non comprare Repubblica, non avevo voglia di leggere le analisi sui fatti di sabato, e poi non compro mai il quotidiano al lunedì, una forma di protesta contro l’eccesso di pagine sui risultati delle partite di calcio e tutta la letteratura inutile che contengono. Insomma, ho deciso di affrontare i venticinque minuti di viaggio come fanno tanti, senza fare nulla. Mi sono seduto in treno e ho cominciato a passare in rassegna le cose che avrei dovuto approcciare di lì a poco, in ufficio. Qualche idea creativa sulla campagna a cui sto lavorando. Che peccato però sprecare il tempo libero pensando al lavoro, perché non riflettere sull’ennesimo disastro del finesettimana trascorso tra i drammi della mia famiglia d’origine? No grazie. Ho provato a ragionare su come avrei potuto scrivere un post a proposito, che poi non ho scritto. Mi sono guardato in giro, ma non c’era niente di particolare o di diverso dagli altri giorni. Pochissimi con libri o giornali, il resto dei viaggiatori come me, a guardarsi nel vuoto e a pensare. Pensa un po’. Poi il treno è entrato sottoterra, ne ho approfittato per guardarmi riflesso nel finestrino. Perbacco che sciatteria, mi sono detto, e sono certo che qualcuno mi ha pure sentito. Ho scrutato in giro in cerca di qualche viso interessante, qualche faccia intelligente. Ma se guardi troppo gli altri poi gli altri pensano che sei a caccia, o che sei un po’ suonato. A quel punto mi sono chiesto come fanno e cosa fanno quelli che non fanno nulla, guardano nel vuoto, ammiccano a sé stessi nel vetro quando il treno è fermo in galleria. Ogni giorno, tutti i giorni, andata e ritorno. Ho acceso il lettore mp3, c’era “Real To Real Cacophony” già pronto da venerdì scorso, e per non lasciarmi vincere dall’imbarazzo ho chiuso gli occhi facendo finta di dormire fino a destinazione. Mai uscire dimenticandosi il libro, piuttosto le chiavi di casa.

il limite del centodieci

C’è un volume che spicca tra i libri impilati sugli scaffali del mio salotto. Si nota perché è tutto blu, è più alto degli altri, ha la copertina rigida ed è rilegato in pelle, e ha un titolo che risalta perché stampato in color oro. Potrebbe essere scambiato per un raccoglitore di francobolli, o un atlante di cui è andata perduta la sovracopertina. Ma colpisce il fatto che l’autore è, curiosamente, un mio omonimo. Per ovvi motivi logistici è posizionato a fianco di un altro volume che ha la stessa altezza, questo color verde, ma che ha le stesse caratteristiche del libro vicino e che, curiosamente, è stato scritto da un’autrice che ha lo stesso nome e cognome di mia moglie.

Il primo, quello blu, ha un titolo sufficientemente ostico da essere lasciato lì a prendere polvere. A chi interesserebbe saperne di più su “L’episodio di Ifi delle Metamorfosi di Ovidio”? A chi verrebbe voglia di approfondire la tematica del transgenderism nella letteratura latina partendo da uno dei racconti di trasformazione sessuale presenti negli scritti ovidiani? A nessuno, tantomeno a me. Infatti, quando mi capita l’occhio su quello scaffale, che è quello più in alto, quello dei libri inutili che prima o poi finiranno nella raccolta differenziata, mi sorprendo sempre e mi chiedo quando diamine ho acquistato quel libro lì, io che non ne compro mai perché sono un entusiasta fruitore delle biblioteche e del consorzio intercomunale che dalle mie parti ti consente, in pochi giorni, di avere tutte le novità degli autori americani contemporanei e postmoderni che vuoi. E mi viene raramente l’istinto di salire su una sedia ed estrarlo da quella fila per vedere di cosa tratta, qual è la trama, i personaggi, chi è l’assassino e come finisce.

Scherzo, so che non si tratta di un romanzo. Centinaia di pagine con lettering e font di altri tempi, deve essere stato redatto in Wordstar e stampato con chissà quale computer, in un modo in cui solo quel tipo di libri lì venivano realizzati. Centinaia di pagine sono tante, e non riesco a capire davvero come abbia potuto, questo autore che si chiama come me, mettere insieme così tante informazioni, dove l’abbia prese, quando e come le abbia studiate. Per lo meno il suo libro gemello, anzi consorte a fianco, parla di povertà e di stato sociale, probabilmente appartiene a una disciplina più moderna e senza dubbio più utile, tanto che ci scommetto che l’autrice, che si chiama come mia moglie, è un’esperta di scienze politiche ed esercita una professione manageriale in qualche organizzazione pubblica del settore.

Ma questo scrittore qui, che ha voluto fare il figo e trovare l’introvabile in un autore di una civiltà remota che ha scritto roba più strampalata della fantascienza in una lingua morta e sepolta, ci gioco la testa che del suo latinorum non se n’è fatto nulla, coronamento di un’inutile laurea in scienze inutili (come correttamente le definisce Leonardo) e in materie all’epoca completamente slegate dall’allora nascente scienza della comunicazione. Farà qualche lavoro di quelli che si usano oggi con il nome in inglese, cercando pretesti qui e là per far vedere che ancora, di tutti quegli esami di latino, qualcosa si ricorda, usando alla prima occasione qualche citazione o qualche aforisma che chiunque, con Google, è in grado di a tradurre a tempo record e altrettanto velocemente a dimenticarsene al successivo nuovo messaggio di Outlook in arrivo.

scuola di volo

Bruciare in un incendio o lanciarsi nel vuoto per sfuggirne. Pare che paradossalmente l’istinto di sopravvivenza ti spinga ad optare per la seconda ipotesi, perché il lancio nel vuoto contempla maggiori possibilità di salvare la pelle. E’ agghiacciante, già. In genere, almeno visto da qui, morire non sembra essere una bella esperienza. E avere la possibilità di scegliere come non ne migliora la qualità.

Vedere le foto delle persone che sono balzate giù dal chissàqualepiano di una delle torri gemelle ne è una testimonianza. Da una di queste foto un performer di strada prende ispirazione per una delle sue opere viventi. Si lancia imbragato a testa in giù da vari punti rialzati di New York. Mi verrebbe da dire living theatre, ma sarebbe più appropriato dying theatre. Lui è l’uomo che cade, ed è uno dei protagonisti di passaggio dell’omonimo romanzo di DeLillo. C’è un altro protagonista, che potremmo definire itinerante, fa di cognome Atta, ed è l’uomo che impara il terrorismo tra la Germania e l’Afghanistan e che, nel libro e probabilmente anche nella storia che lo ha ispirato, passa i controlli dell’aeroporto imbottito di fede, di odio (sovente sinonimi) e di esplosivo. Così si immagina, l’eroe immortalato dalle telecamere di sorveglianza nell’ultimo controllo violato, quello fatale.

Dalla vicenda madre di tutte le collisioni, un aeroplano pieno di corpi consapevoli del loro destino scagliato contro un grattacielo pieno di corpi ignari del proprio destino. Lì lavora Keith, che sopravvive all’impatto e va a prendere parte della catena umana di sopravvissuti e feriti che si incolonna giù dalle scale della prima torre colpita e si avvia così verso la vita che sarà. Pieno di schegge di vetro e sangue non suo inizia il suo personale post-undici settembre. Rientra a casa dalla moglie Lianne da cui era separato e dal figlio, e si lascia travolgere da un menage di reinserimento famigliare alternato a una dipendenza da poker, che presto avrà il sopravvento. Un libro pieno zeppo di significati e significanti, di macerie e di polvere, di morte e di non vita, almeno non più come prima. Tra bruciare in un incendio o lanciarsi nel vuoto per sfuggirne, l’istinto di sopravvivenza dovrebbe mettersi a tacere. Io comunque, avendo la forza di scegliere, preferirei morire carbonizzato.