anobii uan chenobii

errata corrections

Malgrado la puntata pilota realizzata per la HBO, l’adattamento del best seller di Franzen in chiave fiction non si farà a causa della provata difficoltà nel rendere quanto è praticamente perfetto dal punto di vista narrativo in versione tv. Una scelta che non mi sorprende, giuro, benché a lavorarci fosse lo scrittore stesso. E non vi nascondo che da un certo punto di vista la cosa non mi dispiace: preferisco che “Le correzioni” rimangano di carta e che la famiglia Lambert resti senza volto, senza voce, senza personalità marcate appositamente per il piccolo schermo. Via.

da due quarti, da un quarto, o anche meno

Ho da poco finito di leggere un libro che si intitola “Il tempo è un bastardo” di Jennifer Egan, edizioni Minimum Fax, che è un buon libro e non lo dico solo io. Insomma, ha vinto un Premio Pulitzer per la letteratura, ha venduto 150 mila copie negli Stati Uniti e in effetti è godibilissimo perché fa parte di quella categoria di libri tutti uguali che sono solito leggere, romanzi che hanno alcune caratteristiche in comune a partire dal fatto che sono scritti da autori statunitensi e che sono pubblicati dalla Minimum Fax. Posso dire che questi due dettagli soddisfano un buon 80% dei miei criteri di scelta quando sto per finire una lettura e iniziarne un’altra, ma tenete conto che avendo a disposizione un efficace sistema bibliotecario posso anche prendere cantonate senza rimetterci i soldi dell’acquisto.

Ma, tornando al motivo per cui vi ho introdotto l’opera in questione, il libro comprende un intero capitolo nella sua seconda metà scritto sotto forma di slide Power Point, il che in prima istanza mi ha spaventato. Voglio dire, Power Point per chi opera nel terziario avanzato corrisponde a uno strumento di tortura, ci si può anche morire di slide, e li riconosci subito quelli che ne fanno un uso massiccio perché parlano a punti con le iniziali maiuscole di ogni parola e vanno e vengono utilizzando transizioni. Carina come metafora, eh? (altro…)

il book

La colpa è mia perché non sapevo che Naomi Campbell fosse anche una scrittrice e tra me pensavo che si trattasse di un caso di omonimia, chissà come è chiamarsi con il nome e il cognome di una top model. E vi assicuro che non ne faccio una questione di luoghi comuni, quelli secondo cui una donna avvenente non possa essere anche autrice di narrativa, le pupe svampite e poco inclini alla cultura contro le secchione cesse e costrette a sfogare nello studio la loro impopolarità. E a dir la verità la tizia che ho notato leggerne un’opera a me sconosciuta in inglese con l’obiettivo di improve her english non era proprio niente male. Leggeva però a un ritmo di una lentezza esasperante riempiendo i margini con chiose a matita, questo mi ha spinto a dedurre che stava esercitando la sua conoscenza linguistica. Ma quello che ha attirato la mia attenzione in realtà, anche se capisco che viste le premesse fatte sono poco attendibile, è quale tipo di improvement si possa ottenere da una lettura di un libro così, ciò che in prima istanza ho creduto si trattasse di un manuale per aspiranti modelle o al massimo una biografia per operatori del settore. Poi in rete invece ho trovato che si tratta di un romanzo a tutti gli effetti, e da alcune recensioni sembra pure avere una sua dignità. La morale della storia è che anche con Naomi Campbell si possono trascorrere ore piacevoli e imparare cose nuove. Non necessariamente di persona, ecco.

si prega di fare silenzio

La voce nella testa che legge i libri è l’unica in grado di sovrastare il coro greco che si muove lungo il proscenio interiore, chiamiamolo così, e che ci ricorda incombenze e dispiaceri, se non altro perché le storie della narrativa sono di gran lunga più interessanti delle proprie e non è difficile perdercisi dietro. Beh, a pensarci bene, non tutte. Nel senso che non tutti i libri riescono bene, ma malgrado ciò succede che a volte si prende il volo da una frase e mentre gli occhi scorrono le righe una dopo l’altra, la trama del romanzo confluisce nella maggiore preoccupazione che si sta vivendo e ci si ritrova alla pagina dopo senza ricordare nulla, confusi dell’improvviso colpo di scena o della comparsa di un personaggio nuovo. Quando si perde l’orientamento è perché qualcosa dentro di noi ci ha distratto, meglio seguire il percorso a ritroso e cercare l’ultimo punto che ci si ricorda di aver attraversato, prima del buio. Ma a parte questi incidenti di percorso, è facile che il libro e la testa funzionino un po’ come vasi comunicanti. Se la storia ha una sua gravità c’è un principio, che non ho scoperto io eh, secondo cui il contenuto più o meno fluido passa dall’altra parte che generalmente è molto più vuota e la riempie fino a far coincidere i due livelli, quello del libro e quello della testa. Se la storia poi ci prende, si adatta perfettamente alla forma del nuovo contenitore proprio come il liquido con cui si fa l’esperimento nei laboratori delle scuole medie. Non fidatevi di chi preferisce tenere il proprio cervello a secco, quindi. Lì dentro le voci interiori rimbombano, c’è un’acustica pessima come in una piscina vuota ed è facile spaccarsi i timpani con i larsen.

e quindi uscimmo a riveder le stelle

Fa impressione quanto può essere lunga e imprevedibile la traiettoria di una palla da baseball respinta con la mazza da un campione. Può far vincere una partita decisiva e da lì attraversare l’intera storia di una nazione alla prese con la guerra fredda mentre alcuni dei suoi figli naturali e non combattono un conflitto rovente multilivello: dentro di sé, tra di loro, nelle loro case e nei luoghi pericolosamente famigliari. E tu leggi tutto e sei uno dei mille che raccontano una storia corale, avanti e indietro, sulla costa est e quella ovest. Lenisci i disturbi da jet lag e poi arrivi a destinazione, riponi la palla da baseball nella sua teca, torni su in superficie perché Undergound finisce. E pace.

i fratelli Bronzini e i pezzi per pianoforte di Saint-Saëns

La puntina saltò alcune note ma lui ci aveva fatto l’abitudine. Si sedette ai margini della stanza, dove poteva sentire il sole della cucina e guardare la faccia di Laura. La musica li unì in modo discreto. Gli parve di entrare nel sogno ad occhi aperti di lei. Riusciva a capirla, a conoscerla, quasi, a sentire la sua innocenza attraverso la musica, a riconoscere la bambina, la spigolosa dodicenne che camminava dietro ai genitori per la strada, riusciva a vederla sulla faccia della triste sorella maggiore, era ancora lì, la bambina, nelle borse sotto gli occhi, nelle macchie sulla faccia e nei capelli sbiaditi. Ci fu un momento, nel pezzo, dopo passaggi di delicata rievocazione, in cui parve fare il suo ingresso qualcosa di fosco, mentre la sinistra del solista accelerava il tempo, e questo la spinse ad alzare un braccio, lentamente, quasi in un gesto di sgomento, meditabondo e gravido – nelle note basse aveva sentito un cupo presagio che l’aveva spaventata. E questa era l’altra cosa che condividevano, la tristezza e la chiarezza del tempo, il tempo rimpianto della musica – il modo in cui il suono, le modulate vibrazioni prodotte da martelletti che battevano corde di metallo, provocava in loro uno strano dolore, non per qualcosa di preciso ma per il tempo in sé, la sensazione concreta di un anno o di un’epoca, le testure del tempo non misurato che ormai sfuggivano a entrambi, e lei stornò gli occhi, fissando oltre la mano alata qualcosa di trasparente che lui pensò di poter chiamare la sua vita. (Don DeLillo, Underworld)