Categoria: cicicipi

aldo direbbe 26 per 1 ma anche noi, insomma, diamoci una mossa

Io il 25 aprile del 2013 me lo immaginavo diverso. Speravo potessimo festeggiarlo liberi da un certo modo di fare politica, anzi di non farla. Liberi dagli umori della gente in piazza e di quella dei social network che cercano di ovviare la democrazia parlamentare amplificati dai media che confondono mode con maggioranze. Libera dai grillismi di ogni colore e da quelli che sembrano trasparenti. Liberi dai renzismi che vivono nei discorsi dove senti categorie allacciarsi l’una all’altra sull’onda di una boria priva di consonanti ancorché priva di logica. Che è la versione due punto zero della grande chiesa che va da Che Guevara a Madre Teresa passando per Malcom X e così via. E tutti sotto a ballare il grande sogno dove tutto è sintetizzabile in una sorta di QR code globale, utile per ogni occasione. Per la sburocratizzazione come per le blogger iraniane. Insomma, mai avremmo pensato di trascorrerlo nell’ansia di un governo Letta, sotto scacco del PDL che alza la posta tanto non ha nulla da perdere. Perché di quello di cui è vent’anni che ci dovremmo liberare non siamo ancora liberi e tutto per colpa nostra. Lasciamo allora la festa in sé libera da tutto, e che per una volta sia solo il compleanno della libertà, la madre di tutto il resto.

pesce

alla riscossa

Qualche cimelio ce l’ho anche io, e mi sono fermato in tempo prima di comprarne uno nuovo per il quale avrei buttato via dei soldi, anche se pochi. Avevo già una maglietta della nazionale DDR di non so che sport in mano, mi trovavo in un negozio di abbigliamento usato a Berlino dai prezzi davvero vantaggiosi. Poi ci ho riflettuto. Continua a leggere

le cose possono cambiare

Il giorno in cui Gheddafi fece recapitare ben due missili Scud su Lampedusa io me lo ricordo bene, perché è stato l’unico giorno della mia vita in cui sono entrato in una sede locale della Democrazia Cristiana. Ero lì a impersonare il nichilista ribelle e a disprezzare tutto e tutti, anche se i miei interlocutori giovani e democristiani mi stavano offrendo la possibilità di essere invitato come ospite, io e il mio gruppo di allora, a un evento culturale con concerto annesso. Tenete conto che era il 1986, e nella città in cui vivevo, di profonde radici comuniste e socialiste, la DC aveva un peso irrisorio. Tant’è che quando squillò il telefono in sezione e il capo dei giovani democristiani ci mise al corrente dell’accaduto, era il tardo pomeriggio del 15 aprile, mi presi il lusso di figurarmi il volto rubizzo e trafelato di Spadolini come poteva essere in quel momento, lui e tutto il suo pentapartito, roba che oggettivamente oggi ci leccheremmo i baffi. Poco dopo arrivò persino il Senatore, un vecchio amico di mio padre, lo stesso a cui chiesi una raccomandazione quando mi stroncarono la domanda per l’obiezione di coscienza e finii a fare il C.a.r. a mille chilometri da casa, e chissà dove mi avrebbero mandato senza il suo intervento. Sapeva già tutto ma preferì parlare di quel concerto, dell’opportunità che ci avrebbe concesso, fermo restando che la musica di base allora era in mano a quelli dell’Arci. Ma, a proposito della crisi in corso, nessuno si precipitò a verificare i fatti: siamo in guerra con la Libia? E gli Stati Uniti cosa fanno? Il Senatore invece ci comunicò che si era assicurato la presenza per la serata di un noto show man, nostro concittadino, in veste di presentatore. La cosa si faceva interessante. Ma il mio chitarrista, che di politica non ne sapeva nulla tantomeno di affari esteri, tornando a casa mi chiese se c’era pericolo per una guerra, lui era più grande di noi e stava per partire militare in marina. Non lo so, mi ricordo di aver risposto, magari scoppia prima e salta il concerto.

alcuni audaci in tasca l’umiltà

Non sapevo come fosse fare politica attiva nel 2011, dedicarsi a un partito oggi, in un momento in cui i partiti non se li fila più nessuno, che qualsiasi cosa categorizzabile nell’insieme della cosa pubblica viene bollata dalla spregevole generalizzazione di avanzo di casta, mannaggia a quei due che hanno lanciato la moda. Non capivo come ci potessero essere ancora persone che si incontrano per discutere, leggere le direttive del segretario, raccogliere idee e discussioni da portare alla direzione provinciale, poi regionale, poi nazionale. Vedersi per parlare anche di sé, in quella forma di associazione da extraterrestri, più che di persone di un altro tempo. Chiedersi quale sia la strada migliore per avvicinare le persone, attuarla per poi rendersi conto che non funziona, quindi ripartire da capo, ogni volta. La tenacia di costituirsi base attiva, andare in un senso mentre il vertice non si capisce bene dove si collochi. Verso il centro, verso la sinistra, verso dove porta l’emergenza nazionale o verso la coscienza di novant’anni di storia. E quando compiremo un secolo, chi ci sarà? Saremo più o meno di oggi, si chiedono, perché se oggi i giovani si contano sui gomiti, nel 2021 chi continuerà la nostra storia, chi si prenderà cura della nostra eredità culturale. Poi l’estate, la festa, i dibattiti e le salamelle, i volontari che partono per dare una mano a quella provinciale. Le raccolte di firme e i volantini, per far sapere le esigenze del territorio a chi non se ne preoccupa. Non ci si cura nemmeno delle esigenze del condominio, figuriamoci poi la città. Tanto la politica è un coprirsi di insulti in un talk show senza capo né coda, un eterno urlarsi senza moderatore fatto apposta affinché i contenuti siano ancora meno chiari. L’estetica dello scontro. Il potere del telecomando. La salvezza dell’oblio nella quotidianità. E fare politica attiva nel 2011, quella che ricostruisce nei circoli territoriali tutto quello che viene stracciato la sera dai responsabili nazionali alla TV, solo i supereoi possono arrivare a tanto. Individui affetti da indomabile titanismo, vedono speranza in un raggio di azione sempre più ristretto. Chissà se sopravviveranno anche all’ultimo attacco, il più feroce, più spietato anche del qualunquismo. Quello della rete. Aspettando, anche qui, l’arrembaggio dei Pirati. Fa davvero venire voglia di fare la tessera.

lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite

In Italia lasciare i bambini fuori dalla Chiesa, dai sacramenti e dal catechismo non è cosa semplice. Nella classe di mia figlia sono in cinque, lei compresa, a non essere battezzati per esempio, ma tre sono musulmani. Quattro di loro fanno un’ora alternativa all’ora di religione, noi abbiamo pensato invece che comunque avrebbe potuto essere interessante per nostra figlia sapere di che si tratta, darle strumenti affinché possa decidere da grande, se vorrà, come comportarsi con la religione. Non si è rivelata una scelta oculata, perché non abbiamo tenuto conto del fatto che preparare la comunione, seguire i riti, i canti comandati, studiare la mitologia che sta intorno al cattolicesimo è oltremodo attraente per i bambini curiosi, categoria a cui mia figlia sembra appartenere. Tanto che più di una volta, e poche ore fa si è consumata l’ultima, ci ha chiesto perché non è stata battezzata e ci ha confessato che le piacerebbe seguire catechismo e preparare la comunione.

La motivazione ufficiale è che si trova in minoranza nel gruppo dei pari. Sono convinto non sia giusto forzare i piccoli a sentire la diversità come un valore, perché per loro è difficile sviluppare una maturità emotiva adeguata. O magari la sviluppano, ma i compagni di classe non sempre la capiscono. A noi sembrava peggio estrometterla dall’ora di religione, era come rimarcare in modo più accentuato una differenza culturale, tuttavia il problema si presenta con una certa ricorrenza.

Ma devo ammettere che parlare molto chiaramente, non mentire sulle proprie posizioni anche quando si pensa siano difficili da afferrare per i figli alla fine paghi. E non è stato nemmeno così complesso spiegarle perché non siamo credenti e praticanti, e soprattutto perché ci sentiamo così lontani da una comunità politica e spirituale che nega i diritti fondamentali alle persone omosessuali, portandole l’esempio di una coppia di amiche di famiglia, compagne di vita, che lei stima enormemente e che per lei sono più che zie. Perché vuoi far parte di una comunità che impedisce a loro di sposarsi, di adottare figli, di costruirsi una famiglia come la nostra, influenzando addirittura la legislazione e i poteri politici che potrebbero permettere tutto ciò? A sostegno della tesi le abbiamo mostrato gli esempi degli stati stranieri che, privi di un sistema di opinion leading interno come il Vaticano in Italia, possono difendere le coppie dello stesso sesso dai pregiudizi socio-culturali con l’informazione, con la cultura e, soprattutto, con la legge (ovviamente con terminologia adeguata all’età).

Non so, non nego che la cosa ci crei confusione, ma penso che sia un metodo vincente, alla lunga. Lei potrà comunque non privarsi dell’aspetto favolistico della religione, il Natale e tutto il resto, le feste che hanno un fascino indubbio e difficile da sostituire con un’alternativa altrettanto appagante. Ma se si ripresenterà il problema, sono certo che useremo gli stessi argomenti a difesa della nostra scelta. Per continuare la sana cultura cattocomunista di famiglia.

trapassato dal futuro

La musica pop è ricca di esempi di celebrità di sesso maschile che altro non fanno che applicare la tipica curva ormonale e, più in generale, esistenziale del loro genere di appartenenza alla carriera. La stessa curva che contraddistingue la vita dei comuni mortali, invero. Acquistano popolarità in quanto giovani ribelli che si bombardano di sostanze stupefacenti e groupies ed eccessi vari. Poi verso i trenta – ma ultimamente anche verso i quaranta – diventano adulti e iniziano ad occuparsi e a parlare di cose serie, magari perché nel frattempo hanno messo su famiglia. Poi iniziano i primi acciacchi, causati anche dagli eccessi esercitati in precedenza, ed ecco che apriti cielo, si percepisce che in fondo non siamo così immortali. Quindi si manifesta la svolta mistica, il pizzetto ormai bianco e il codino da santone, lo yoga e la spiritualità, che nelle popstar coincide spesso con una svolta acustica, world music se non addirittura new age. Ma alla lunga ti fai due palle così, un tempo tifavi rivolta in faccia a un pubblico esterrefatto e ora sei qui a intonare a occhi chiusi Adeste Fideles in chiesa. Nel frattempo maturi il sentore che, in fondo, sei sempre lo stesso, ti tira come in gioventù, la vecchiaia che hai sempre temuto e che hai pensato che il modo migliore per sconfiggerla fosse fartela alleata è ancora distante, hai davanti almeno ancora un decennio buono prima del tracollo. Così riformi la banda, colleghi come una volta il distorsore tra la chitarra e l’ampli e ti godi la seconda giovinezza, più o meno come nella vita normale i cinquantenni che fuggono con le ventenni. Ecco, non mi stupirei, tra poco, di un ritorno sulle scene dei CCCP.

dalla taglia xxll alla ss

Avete letto tutti la burla delle t-shirt stampate con l’inchiostro simpatico? Al primo lavaggio il messaggio neonazista si trasforma nel suo opposto, e lascia i nostalgici del terzo reich con un palmo di naso. Le magliette continuano ad essere un efficace mezzo di comunicazione, un documento di identità manifesto che troppi, ancora oggi, sottovalutano. E in momenti borderline come quello attuale in cui si passa dalla più cieca indifferenza al linciaggio squadrista in totale imprevedibilità, occorre fare attenzione a cosa indossiamo.

Ho ricevuto molte telefonate, proprio come Alberoni, di persone preoccupate che mi chiedono se esistano rischi seri nell’ostentare sul proprio torace o, peggio, sulla schiena, un’appartenenza partitica piuttosto che il gruppo musicale preferito. Cari lettori, per i gruppi musicali non vedo problema alcuno. Per quanto riguarda la propria posizione parlamentare, o extra, a dirla tutta io ci andrei con i piedi di piombo. A meno che non siate così creativi da puntare tutto sull’ironia, toni che, come sappiamo, a destra sono pressoché inesistenti e conseguentemente del tutto incompresi. La maglietta del Che o quella della nazionale sovietica di calcio non lasciano dubbi. Per non parlare della bandiera con falce e martello; sono stato coinvolto in un dibattito – a tavola, sia chiaro – durante il quale mi si faceva notare che una maglietta con la svastica non passa inosservata alle forze dell’ordine, mentre le vestigia della cosiddetta dittatura comunista sono tollerate e considerate lecite. Pure il sottoscritto è in possesso di una maglietta rossa recante l’acronimo CCCP, la sigla però in questo caso di riferisce al noto gruppo di punk filosovietico capitanato da Zamboni e da un cantante di cui, da qualche anno, mi sfugge il nome. Cioè, Lenin e soci non c’entrano nulla, tantomeno il Comintern.

Ma, a parte questa che mi ostino a considerare un’eccezione a conferma della regola, sono un seguace della tinta unita senza marca, senza scritta, senza fronzoli. E delle righe orizzontali, ma questa la considero un criterio estetico e nulla più. Perché essere troppo espliciti è rischioso, metti che ti capita di passare davanti a una sede di casa pound, e proprio quel giorno hai su una t-shirt da bancarella fricchettona, sei spacciato. Ma se la cerchi con un messaggio sottile, questi che amano le cose semplici nemmeno capiscono cosa intendi dire, e il gioco è fatto. Ho notato però uno sforzo anche dall’altra parte. Ho visto un tizio indossare una maglietta con una vistosa M davanti. La testa lucida e la corporatura da combattimento mi hanno fatto insospettire. Camminava nella direzione opposta alla mia, mi sono girato e ho notato che sulla schiena, con lo stesso font, compariva una B. B e M, e confesso che non è stato immediato comprendere quali iniziali fossero. La fatica è sempre la stessa, difficile riconoscerli nell’orientamento opposto a quello a cui siamo abituati.

la zona grigia e la zona rossa

Casa mia sembra un centro sociale, dicono i miei ospiti. In realtà è solo il muro bordeaux dell’ingresso, con appese le stampe delle illusioni ottiche che poi è la pubblicità di un farmaco degli anni ’60, che ne trasmette l’idea. Poi vedi il ramo secco preso sul litorale di Algajola e pitturato color argento e il tavolinetto da modernariato in vetro sul pavimento tipico degli ingressi alla genovese e ti rendi conto di essere in una abitazione sicuramente originale, ma di certo non è un centro sociale. I miei ospiti si sono portati il sacco a pelo e staranno qui solo una notte, poi non so e non lo voglio sapere. Tra qualche giorno inizia il G8 e tutto può succedere. Hanno un paio di bellissime bandiere rosse con la silhouette di un pugno, solo dopo, su Internet, scoprirò di quale movimento fanno parte, perché glielo chiedo e me lo spiegano ma non è che afferro benissimo l’inglese, soprattutto il loro accento che non so quale sia. Sono 3, amici di un amico di un collega milanese che hanno approfittato della manifestazione per farsi anche una mini-vacanza in Italia.

Avevamo appuntamento 3 ore fa, ma io sono arrivato in ritardissimo. Tra i provvedimenti pensati per evitare la confluenza di persone qui hanno bloccato l’accesso a tutti i treni e chiuso le stazioni. Io sono un pendolare quotidiano con Milano, il mio treno ha terminato la corsa ad Arquata Scrivia e da lì è stato un trionfo di autobus sostitutivi fino a Bolzaneto. Poi bus di linea e gli ultimi 2 Km a piedi fino a qui, al confine della Zona Rossa. Ma sono provvedimenti inutili, la città è piena e molti devono ancora arrivare. Ho mostrato ai miei ospiti la sala, hanno piazzato lì le loro borse, il tempo di una birra, quattro chiacchiere, un po’ di musica e poi si va a dormire, io sono in piedi dalle 6 come ogni giorno.

La mattina dopo li accompagno in un giro turistico delle barricate. Oltre è off limits. Uno dei tre estrae una telecamera e filma tutto il percorso, anche se il centro storico è costantemente in ombra con punti in controluce. Incontriamo una coppia di ragazzi, mi chiedono dove trovare una panetteria aperta per comprare la focaccia. Rido perché non c’è anima viva in giro, le serrande sono tutte giù, vedo una ragazza africana che stende stoffe colorate al balcone, strano che non sia stata evacuata. Al di là delle barricate ci sono gruppetti di ragazzoni muscolosi, forze dell’ordine in borghese, loro perlustrano il confine dall’altra parte. Mangiamo un kebab perché non c’è molto da fare, i tre inglesi trovano tutto interessante ma per me che vivo qui e che vedo la mia città trasformata nella location di un film sulla fine del mondo un po’ meno. Si tratta di una ferita aperta e sanguinante, ancora prima di aver sferrato il vero colpo, perché Genova, con tutti i suoi limiti, da più di 10 anni è la capitale dell’accoglienza. Imporre l’esilio forzato agli abitanti, clandestini o no, è stato il vero crimine.

Saverio, un amico, mi manda ogni giorno il diario di quello che vede, i blog non ci sono ancora ma le mailing list svolgono la loro funzione di diffusione delle informazioni. Ho trascorso gli ultimi giorni fuori città, ma grazie a lui sono aggiornato, così so dove posso o non posso andare. Nel pomeriggio finiamo il tour della Zona Rossa, impongo anche un giro turistico vero delle bellezze della città, compresa la cartolina dall’alto di spianata Castelletto e poi ci spostiamo vero la foce, per il concerto di Manu Chao. Aspetto Anna e qualche amico e ci facciamo largo tra la folla. Stanno suonando ancora i 99 posse, Zulu fa anche una battuta di spirito sul fatto che c’è qualcuno che spera ci scappi il morto.

Gli inglesi, con le loro bandiere rosse sulle spalle, incontrano il gruppo di amici con cui avevano appuntamento per manifestare insieme, li salutano dicendo una cosa tipo “come è fottutamente bello essere comunisti in questo mondo di merda”, almeno questo è quanto ho capito. Mi abbracciano ringraziandoli per l’ospitalità, figurati per così poco, vivo da solo e non sono praticamente mai in casa in questo periodo. Poi si avvicinano al palco, che è laggiù in fondo al piazzale dopo una bolgia di persone. Non credo farò un passo più avanti di così. Anche perché dopo attacca Manu Chao, ed è il delirio, per di più l’ho visto nemmeno un mese fa al Goa Boa quindi posso anche precludermi questo appuntamento con la storia.

Nel frattempo devo decidere cosa fare. Ho due opportunità di partecipare alle manifestazioni con due gruppi diversi, anche piuttosto lontani dal punto di vista politico. La mattina successiva, sono le 7, metto in fila un po’ di particolari. L’insegna del Mc Donald in via Venti, occultata da una maschera di cartone e nastro isolante a forma di insegna del Mc Donald, i fuochi d’artificio la sera dell’inaugurazione, alla Stazione Marittima proprio sotto casa mia, sembra un bombardamento e sono morto dalla paura e poi non c’è un cazzo da festeggiare. E, penso, non c’è niente da manifestare, con il nuovo governo di centro-destra e Fini e le mutande stese che fanno incazzare Berlusconi. Mi vesto, salgo sulla Panda che ho parcheggiato ben distante, e vado a godermi la diretta TV a 50 km di distanza.

Quando rientro, ampiamente dopo la mezzanotte, lascio ancora la Panda a distanza di sicurezza e mi avvio verso casa in quel clima surreale. Davanti alla stazione di Principe c’è un esercito di Carabinieri, mi chiedono di avvicinarmi tenendo le mani bene in vista. Spiego che devo passare da lì per tornare a casa, abito poco più avanti. Faccio vedere i documenti, loro sorridono ma io non ne ho voglia. Scusaci, mi dice, ma è la prassi. Chiuditi in casa e vai a letto, domani sarà peggio.