Categoria: duepuntozero, tecnologia e altri incidenti

criceti 2.0

Pensavo che tutte le persone del mondo che lavorano da mattina a sera davanti a un pc potrebbero diminuire la propria carbon footprint e quella dell’azienda in cui operano producendo da sé energia elettrica, riducendo così i consumi e salvaguardando di conseguenza l’ambiente, che è di tutti, non dimentichiamolo. Non servono bici a pedali che sfruttano l’energia cinetica. Noi impiegati, come i piccoli roditori domestici che corrono nel loro mondo di cattività – che trova la sintesi in quel simulacro di emancipazione che sono le ruote dell’oblio – una fuga immaginaria senza fine, potremmo adempiere al nostro ruolo di auto-generatori di energia attraverso il movimento della rotella del mouse. Ci pensate a quanti chilometri percorre in media una rotella del mouse quotidianamente? Moltiplicate tale valore per i miliardi di operatori del terziario e per il numero di giorni lavorativi l’anno. Su e giù a scorrere documenti di testo, pagine web e finestre di programmi. Negli uffici, se facciamo una classifica dell’inquinamento acustico sottile che proprio come le polveri sottili non le vedi ma sono dannosissime, a fianco dei tic tic tic delle tastiere è tutto un trrrrrrr trrrrrr di rotelline. Nulla in confronto ai grandi decibel come le stronzate con cui i colleghi ostacolano la vostra produttività quotidiana (i miei no, eh, anzi, un caro saluto a tutti voi che mi seguite) ma che se ci fate attenzione vanno a formare un bordone costante subliminale ma mica poi tanto che vi accompagna senza sosta. Piccoli suoni per piccoli gesti ma che sommati possono fare grandi cose. Il futuro è qui e la rotella del mouse salverà il buco dell’ozono. Fino a quando i dispositivi touch spazzeranno via tutto e dovremo pensarne un’altra.

stretti negli ingranaggi

L’elettronica non vi deve spaventare, non ha mai fatto male a nessuno perché è tutta compressa dentro circuiti e sistemi integrati che per la natura stessa della disciplina in sé, che mira alla progressiva miniaturizzazione come fine ultimo, aumentano le loro prestazioni più le loro dimensioni sono ridotte. Tanto che un chip è più evoluto tanto è più piccolo. Quindi anche se in potenza un’unghia di silicio può fare i miracoli, alla fine senza un qualcosa che ti dà l’impulso per farla caro il mio processore resti lì immobile come una materia inanimata qualunque. Immaginate la stessa cosa con i vostri dispositivi consumer preferiti. Uno smartcoso di per sé non vi si può rivoltare contro, magari vi fa dannare perché non conoscete a fondo tutte le funzionalità oppure è davvero uscito difettoso dalla fabbrica, comunque se non vi piacciono le cose che trasmette, per esempio siete vittime di stalking oppure all’altro capo della conversazione c’è qualcuno che vi sta vessando con le sue angherie professionali, si fa presto a buttare l’aggeggio parlante nel cesso e tirare lo sciacquone e il problema è risolto all’origine. Il nemico è neutralizzato. Forse è per questo che l’informatica ha avuto così tanto successo sul genere umano, perché consente grandi soddisfazioni come copiare e incollare testo da una parte all’altra senza doversi ricordare nemmeno una parola, ma soprattutto perché è totalmente controllabile. Noi poi che siamo attirati dalle nostre paure come ci dicono certi psicanalisti che sostengono che le evochiamo ma solo per esorcizzarle, ci facciamo sopra poi i film e inventiamo pure i romanzi sui cervelli elettronici che prendono vita e si ribellano sobillati da qualche forza occulta che poi alla fine, con l’informatica, non c’entra granché, malgrado  in tempi di complottismi ed esoterismo spinto l’ignoranza tenda a far nascere la sete di mondi ultraterreni sviluppati in codice binario. E in questa corsa alla virtualizzazione delle nostre angosce ecco che trascuriamo ciò che invece può procurarci grattacapi. La meccanica, ecco quello di cui può esser lecito aver paura. Le macchine, di qualsiasi tipo, tutto ciò in cui l’energia si trasforma in movimento di componenti a ingombro, forza e velocità superiore alla nostra. I motori che muovono abitacoli in plastica e simil-radica con gente a bordo su e giù per le autostrade italiane. I transatlantici così giganteschi che poi ti sfido a fermarli in prossimità di uno scoglio a cui dare la precedenza. I forni e il loro calore e gli ambienti intorno per i quali spesso persino la normativa sulla sicurezza fisica è a malapena sufficiente. Ogni tipo di impianto in grado di svolgere una funzione a sé una volta acceso e che termina il proprio vigore solo quando il propulsore si esaurisce, come l’automobile con i freni rotti che interrompe la sua corsa una volta a secco di benzina. Quindi abbiate a cuore il vostro personal computer, dove al massimo vi potete fare male lasciando il dito chiudendo il cassettino del lettore dvd, oppure portando sulla schiena troppo a lungo portatili pesanti di vecchia generazione. I tempi moderni, quelli dell’uomo stritolato nella catena di montaggio, sono finiti. Oggi basta spegnere e riaccendere, in caso di dubbio.

passare il testimone

Ho un’amica che ha questo nuovo collega ventenne che la sostituirà nel suo ruolo e che le racconta le battute che sente alle radio commerciali la mattina, quei programmi in cui fanno scherzi telefonici e gridano e dicono parolacce e doppi sensi poi via con il nuovo successo dei Modà quindi altre volgarità (nel senso dei Modà) fino alle news che poi sono metà serie e il resto gossip. Ma nel senso che introduce le battute dicendo cose tipo “ho sentito delle battute troppo divertenti alla radio” e poi le racconta. Una di queste era “come dorme un gay nel letto? Supino. SU-PINO. Hai capito?” ti chiede pure e ride. Lei poi che è una cinquantenne mica da buttare via, una di quelle che negli ambienti dei video porno su Internet rientrerebbe nella categoria MILF anche se non ha figli, anzi è single quindi la emme dell’acronimo è inutile e potrebbe essere sostituita da una esse, ma SILF sa più di un sindacato, almeno per noi italiani, dicevo lei è convinta che lui la broccoli un po’ ma lei dice “no-way”, il “gap” è più ampio che si può e, a proposito, dice anche che lui proprio con l’inglese fa troppo ridere perché pronuncia tutto male nemmeno si impegnasse. E il bello è che non è che lui si risparmi nell’usare i termini inglesi che nell’ambiente informatico sono un must, vedete anche io li uso correntemente. Lui li usa spesso sia quando è costretto, perché certe cose hanno un nome in inglese come il “cloud” o i “plug-in”, cioè non puoi chiamarli diversamente perché risulteresti ridicolo. Ma lui li usa anche a sproposito, a pranzo davanti a un panino o alla macchinetta del caffè, e nessuno ha il coraggio di dirgli “guarda che stai sbagliando”, perché lui li dice con una tale caparbietà di dire cose giuste che risulta poi convincente, anzi lei stessa mi conferma che non si stupisce del fatto che qualcuno si è già posto il dubbio di aver sempre sbagliato la pronuncia. Ecco, proprio il “cloud” che di norma si pronuncia “claud”, lui lo dice “clod”, come “sgian-clod-vandamm”. Ogni volta che parla e dice “clod” tutti fanno la faccia come dire “ma clod chi?” e poi si ricordano di questa forma di disturbo dell’istruzione e si tranquillizzano che non c’è nessun francese nelle vicinanze. Poi “il form” per bocca sua diventa “la form”, e tutti a chiedersi il perché, visto che magari è una sorta di vetero-femminismo e lei e gli altri che invece subito pensano male. “Plug-in” che si dice “plagh ìn” con l’accento sulla i, lui lo dice “plàghin”, tutto attaccato e con l’accento sulla a. “Header” lui lo pronuncia “hìder”. In generale però sostiene trattarsi di un buon diversivo alla routine, che si pronuncia “rutìn”.

tentativi di ripristino in corso

Pensavo che il record del ciclo di vita di prodotto più breve appartenesse alla carta da regalo. Se ci pensate, in effetti è così. Io la compro quando devo fasciare un pacco, di sovente il giorno stesso in cui consegno il dono. Rimuovo il cellophane dal cilindro della confezione, spiego su una superficie orizzontale la dimensione necessaria a ricoprire con un po’ di margine il volume dell’oggetto, taglio abbondando sempre di un po’, quattro pezzi di nastro adesivo e via. Ma poi tempo di un paio di ore e una furia si scatena su quei fogli colorati, mani più o meno bramose di vedere cosa c’è dentro. La carta da regalo ridotta a brandelli, la stessa che fino a poco prima era avvolta tutta bella tesa intorno al suo tubo, finisce di lì a poco nel sacco della differenziata insieme ai tovagliolini, ai fogli impiastrati di scarabocchi, alla confezione in cartoncino sezionata delle buste di cibo per gatti. Pensate alle sere dei dì di festa quanta se ne trova nei bidoni condominiali. A Natale, ma anche dopo i compleanni. Se fossi un produttore di carta regalo un po’ mi rattristerei del fatto che ciò che metto in commercio si separa quasi subito dal suo acquirente per finire al macero nel giro di nemmeno ventiquattr’ore, nemmeno si trattasse di un insetto o di un vegetale di quelli che vengono presi a esempio quando si parla di caducità delle cose e occorre usare una metafora. Tanti sforzi per stampare infiniti metri quadrati da arrotolare per poi finire tra i rifiuti dopo che nessuno nota la fantasia, i ghirigori, i disegnini, le illustrazioni. Tanto che io sono uno di quelli che usa la carta da pacchi, quella color carta da pacchi e con cui ci si fasciano i pacchi dello stesso colore. Quel neutro da spedizione che poi è anche bello scriverci sopra direttamente con il pennarello anziché usare i biglietti. Così il destinatario si sente in dovere di conservare quell’involucro perché un po’ speciale, l’autore lo ha personalizzato con le proprie intenzioni scritte che fanno le veci di quelle tristi cartoline omologate con Titti e Gatto Silvestro che malgrado siano nemici da sempre a San Valentino si mandano i cuoricini con gli sguardi.

Comunque non è vero. Nel senso che la carta da regalo non è il prodotto dal ciclo di vita più breve. Io non sono molto fortunato con l’elettronica consumer, che ci volete fare. Ho acquistato un portatile nuovo e a nemmeno 36 ore di vita è andato in tilt, come facevano i flipper di una volta quando li prendevi a spintoni con la differenza che il portatile non l’ho certo maltrattato, anzi, con quello che l’ho pagato per quelle due volte in cui l’ho utilizzato prima che si bombasse ho avuto la massima cura. Mai affezionarsi alle cose, specie quelle che vivono solo un giorno, come le rose.

il social e l’antisocial

Chi scrive di tecnologia e affini come il sottoscritto avrà notato la diffusione che sta avendo il termine sociale e tutti i suoi derivati – socialmente, socializzazione, socialità – con una nuova accezione che ben si discosta dal significato originale. Ciò che è sociale non è più solo ciò che riguarda l’ambito della società, ma anche quello dei social media. Un aspetto che va oltre il processo di italianizzazione di vocaboli in lingua inglese per i quali i più, negli ultimi decenni, hanno manifestato perplessità, e che ha visto in modo pervasivo la diffusione di tecnicismi del marketing e dell’informatica nella nostra parlata quotidiana e il loro declinarsi e coniugarsi secondo i criteri grammaticali della lingua italiana. Una frase come “un unico ambiente socialmente integrato” che ho appena trascritto da un’intervista di lavoro, mi ha fatto riflettere perché in realtà significa “un unico ambiente applicativo in grado di favorire l’utilizzo e la diffusione di strumenti di social media”. Ovvero siamo pienamente nei margini della correttezza linguistica, non c’è nessuna storpiatura né neologismo evidente, ma solo un’evoluzione – o involuzione, vedete voi – di un insieme di parole legate a un concetto peraltro molto pesante, uno di quelli che è stato protagonista della storia degli ultimi secoli. A dimostrazione che, a parole, c’è ben poco di sacro. Così non ho problemi a parlare di “socialismo reale” riferito alla disponibilità di strumenti 2.0 senza distinzioni di classe, purché poi non si finisca con il dimenticarsi dell’archetipo e del suo significato originale. I lavori “socialmente utili” saranno quelli svolti dai moderatori delle pagine Facebook aziendali, e prima o poi un gruppo di punk filosovietico pubblicherà un album come “Socialismo e barbarie” come critica all’abuso dei social media e alla democratizzazione dei mezzi di marketing individuale. Io, nel mio piccolo, rifonderò il PSI per riunirvi tutti insieme in un unico movimento, fino a quando mi tirerete le monetine con giusto e meritato accanimento.

storia di un mp3

Il fatto che si tratti di un agglomerato di nonsisabenecosa, se ennemila sequenze in codice binario o una sorta di merda d’artista nel senso manzoniano – Piero, che non è quello vero (semi-cit.) – o altresì il reale concentrato dell’anima di una canzone, la sua rappresentazione grafica molto ma molto più rassomigliante alla sua vera natura, alla faccia del solfeggio parlato e del setticlavio. Qualunque cosa esso sia, l’mp3 ha la sua dignità sin da molto prima del tamagotchi, per dire, perché ci sono tanti modi per essere considerati digitalmente tangibili e non solo perché c’è un pugno di byte da accudire, fargli fare la cacca, metterlo a nanna, o lasciarlo morire in un impeto di cybercinismo. E, ora, non voglio fare la figura di quello che sapeva già tutto prima o il precursore a tutti i costi, ma l’mp3 di cui vorrei raccontarvi la storia è comunque la prova provata che un contenuto digitale ha una sua dimensione di corporeità e di spiritualità. Altrimenti come spieghereste il fatto che oggi, almeno quindici anni dopo l’inizio di questa storia, quel mp3, una volta messo in funzione, sprigiona le stesse proprietà di quando si è materializzato la prima volta – perdonatemi il gioco di parole – ed è stato contestualmente archiviato ospite clandestino in una memoria fisica – per modo di dire – di mio dominio. Si tratta di un prestigio che è accresciuto a dismisura. Basti pensare al valore dei luoghi di culto che agli mp3 oggi dedichiamo, dispositivi da centinaia di euro e tutta la letteratura che ne è generata, gente che è finita pure sul lastrico per colpa dei control c e control v compulsivi. Insomma, con un’esposizione mediatica così ampia ci dev’essere senz’altro qualcosa di più.

Comunque l’mp3 di cui vi volevo raccontare qui venne trasferito di nascosto con un sistema addirittura precedente ai vari Napster e i famigerati peer2peer. Perché si cercavano liste relative a contenuti di server pirata che, giorno dopo giorno, crescevano sempre di più – la cosa stava sfuggendo di mano – e a cui si accedeva tramite client del calibro di BulleProof FTP. Ma all’inizio la paura di essere scoperti non era virtuale, così quelli pavidi come il sottoscritto scaricavano poca roba per volta. E quello, l’mp3 protagonista di questa storia, è stato il primo. Che già il mattino dopo in cui avevo lanciato il comando di download, lo avevo trovato apparentemente menomato, come se si fosse gettato nell’hard disk di mia competenza senza paracadute e, nell’urto, si fosse danneggiato. Ma si trattava solo del nome un po’ ammaccato, un’infilata di caratteri che nel passaggio da un sistema operativo a un altro erano stati brutalmente troncati dall’ottavo in poi e sostituiti in blocco da un simbolo di tilde, il segno “~” . E nella primitiva release di Winamp non mi risulta che si potessero ripristinare le informazioni sul brano, artista o che altro come oggi. Così quel mp3 fu masterizzato di nascosto – insieme a una cinquantina di suoi simili – su un cd come i neonati si registrano all’anagrafe con quel buffo nome che solo il proprietario avrebbe potuto riconoscere tra mille, un nome di otto caratteri che era “INTERST~.MP3″, tutto maiuscolo.

Una sua istanza era stata contestualmente decompressa e agghindata con il vestito della festa, un formato traccia audio riconoscibile dai lettori cd più avanzati che chiudevano un occhio sulla discutibile provenienza e fabbricazione del supporto da leggere. Il nuovo ordine mondiale muoveva i primi passi. Interi eserciti di compilation autoprodotte risuonavano negli impianti casalinghi in barba a chi riconosceva i difetti nei 128 kbps sulle frequenza acute ma a tutto vantaggio di quelli che avevano sofferto l’impennata dei costi del materiale originale, un rincaro che aveva negato a un’intera generazione l’accesso alle cose più belle degli anni 90, una volta che il vinile era stato archiviato indegnamente a causa del grande complotto dell’industria musicale. Quel formidabile cavallo di Troia che poi, ritorcendosi contro, ne ha sancito la morte irrevocabilmente.

Poi sono stati immessi sul mercato illegale tutti quegli strumenti di esproprio culturale proletario, gingilli che a seconda della connessione ti facevano entrare in possesso di tutta la produzione musicale desiderata. I file audio hanno potuto aumentare la mole di informazioni contenuta, si sono gonfiati fino a 320 e rotti e i nomi stessi completi, fino a tutte le tag che oggi rendono persino inutili le cartelle e le playlist, tanto è facile trovarli in hard disk da migliaia di giga. E rimettere su disco fisso quel materiale di archeologia digitale estratto dalla rete con lo stesso spirito dei cercatori d’oro nel Klondike è un’operazione che i primi mp3 che ci hanno allietato in cuffia o a tutto volume delle casse se lo meritano, eccome. Per questo ”INTERST~.MP3″ è e resterà il mio preferito, e ne ho scaricate altre versioni anche con tutto il pacchetto dell’album a cui tale canzone appartiene, ma vi giuro che non ha lo stesso sapore. Sarà il maiuscolo, sarà lo spirito del pionierismo, ma portarlo fino a qui lasciandolo con quella connotazione da Windows95 fa parte di un senso di rispetto per la memoria, non quella del pc ma quella vera, quella che invecchiando sbiadisce un po’.

tempi moderni

Il mimino che può capitarci, a quelli come me e come voi – e ho usato proprio la prima persona plurale a sottolineare quanto vi senta vicini e per questo auspichi in una incondizionata e mutua solidarietà – è di fare gli straordinari. Ora non stiamo a sottilizzare se pagati o meno, perché non è questo il punto. Mi riferisco infatti a quel tempo extra che dedichiamo alla nostra vita professionale ma nella nostra testa e fuori dall’orario di lavoro. Con un picco nei giorni di maggiore stress o di iperproduttività. Ma erroneamente ho parlato di giorni perché, da svegli, comunque una distrazione in questa o quell’attività riusciamo a trovarla. È durante la notte, infatti, che la nostra mente veste gli abiti da lavoro e dà il meglio di sé. Tanto che poi, dopo aver macinato preoccupazioni durante il sonno o in quello stato di dormiveglia che l’ansia ci concede, ecco che gli occhi si spalancano e ci chiediamo sbigottiti come tutto il resto della casa sia ancora in piena notte con tutto quel baccano che fanno i nostri pensieri. Come se dentro avessimo un impianto industriale attivo 24×7 e fosse necessario, per chi si trova lì a pochi passi, indossare l’abbigliamento e i dispositivi per la sicurezza fisica, compresi i para-orecchie a protezione dell’udito.

Nemmeno albeggia e siamo già in ufficio, abbiamo vivo e pulsante dentro di noi tutto il desktop del nostro pc come quei sistemi che si collegano da remoto e ti consentono di pilotare un computer altrui a distanza. Ma che cosa ci volete fare. Nella società del terziario avanzato che ora si chiama economia dei servizi, le parole più brutte che un individuo vorrebbe sentirsi dire sono “la scadenza è anticipata”, come se il mondo là fuori non si curasse delle più gravi calamità come l’imprevedibile visualizzazione di una e-mail in html a seconda del programma di posta elettronica in dotazione al destinatario e della versione dello stesso. Questioni di primaria importanza che rischiano di far slittare comunicazioni al cliente, campagne marketing, lanci di iniziative, il cui ritardo però – è bene ricordarlo – genera conseguenze sull’economia mondiale che però, per noi, probabilmente sono difficili da individuare. Certo, uno magari si è fatto tutti i suoi piani ma, che diamine, qualche pixel di disallineamento è un altro paio di maniche rispetto – che so – lasciare una pinza nello stomaco di una persona testé sottoposta a intervento chirurgico o mettere in produzione milioni di confezioni di un prodotto alimentare in cui si è aggiunta per errore soda caustica. E non oso pensare a come noi del marketing, in caso di responsabilità di siffatta portata, potremmo reagire se già con le nostre, di magagne, perdiamo il sonno e almeno già da tre ore prima della sveglia ci rigiriamo nel letto facendo mente locale su quale urgenza della giornata successiva dare la precedenza o come è bene comportarsi con il cliente taldeitali che – nemmeno fossimo dal salumiere – vuole uno sconto. Così poi ci troviamo in ufficio tutt’altro che riposati, con la consapevolezza che le ore in più in compagnia dell’angoscia non sono state per nulla produttive. Figuriamoci se retribuite.

il suono della mela

Quando sento parlare di lavoro da casa, metto mano all’abbonamento ferroviario. Prendo la tessera con il chip, la esamino e penso che sì, sarebbe bello farne a meno e avere l’ufficio negli stessi locali in cui vivo per non essere costretto a subire ritardi, scioperi, la gente che legge Volo e Baricco e Ken Follet e che discute di argomenti da brivido come Berlusconi a Servizio Pubblico, e quando non fa nulla di ciò prende a ditate dispositivi elettronici da svariate centinaia di Euro. Ma ora, quando mi capitano pensieri di questo tipo, cerco conforto immediatamente in un’associazione di idee che è un suono. Ed è il suono di accensione che emettono di default i computer Apple, avete presente quell’accordo di synth che non è mai stato cambiato.

Bene. Tanti tanti anni fa condividevo un monolocale con una partita IVA. Voglio dire, lavoravo in casa e ciò di cui mi occupavo non richiedeva la mia presenza in ufficio e poi si trattava di un modello operativo che mi consentiva di variare – per quanto possibile – la tipologia di clienti e di attività. Si trattava di un caso limite, in cui il mio ufficio distava due passi contati dal letto. Non si poneva il problema del dress code. Non si poneva il problema di prendere o no l’ombrello in caso di tempo dubbio. La scelta tra il prepararsi la schiscetta la sera prima o lasciarsi coinvolgere nelle pause pranzo con i colleghi per non sembrare troppo riservato era vinta in partenza da una terza opzione. Perché non c’erano orari, non c’era il caffè alla macchinetta, non c’erano colleghe con cui provarci o monitor in cui sbirciare le consuete attività di perdita di tempo informatizzata, ai tempi molto più offline che online.

C’era solo l’uomo, e che uomo, e la macchina, e che macchina. Un Mac Power PC 4400 con 16Mb di Ram e 2Gb di hard disk per una manciata di secondi cronometrati dal momento della pressione del pulsante “on” alla disponibilità di utilizzo. E lo so che ridete per la configurazione, ma ai tempi era più o meno il top per un ufficio casalingo come il mio. E siccome ero molto più creativo di oggi, l’avevo caricato con ogni gadget virtuale che trovavo sui cd allegati alle più note riviste dedicate. La vocina che ti dice l’ora. Il sistema per aprire la finestra di salvataggio file corrispondente alla cartella su cui si faceva clic con il mouse. Il programmino che ti avvertiva qualche secondo prima delle rarissime volte in cui il sistema operativo (il 7 punto qualcosa) andava il tilt.

Ma se avete visto film come Shining, sapete meglio di me che l’eremitaggio estremo, e nel mio caso pure nerd, instrada i più labili verso un decorso poco nobile. Magari non porta proprio alla pazzia, ma a qualcosa che sta in qualche sottoinsieme della depressione. Questo anche perché avevo impostato la sveglia sul mio Mac. C’era un sistema grazie al quale era possibile programmare l’ora di accensione del computer, decidendo quale programma lanciare in esecuzione automatica. Ed è facile immaginare la sequenza che ogni mattina, talvolta anche a notte fonda a seconda delle scadenze, mi sollecitava a recarmi al lavoro, infilando le pantofole e percorrendo quel metro e cinquanta che separava il letto dalla scrivania. La sequenza era: suono di accensione Apple, qualche istante di ronzio, avvio automatico del lettore cd in cui avevo preparato il disco più adatto a un risveglio apparentemente rassicurante. Moon Safari degli Air, per esempio. Questa routine giorno dopo giorno, settimana dopo settimana. Qualche mese, e poi basta.

Perché, a lungo andare, l’effetto logorante di quella combinazione di rimandi all’abnegazione del settore di appartenenza, in parole povere lo svegliarsi con il primo pensiero di essere quello che si fa e non quello che si è, mi aveva indotto a un rigetto da ambienti piccoli ad alta densità tecnologica. Vedere come prima luce del giorno l’immagine del desktop induceva a una visione distorta della realtà. Con il tempo ho imparato così ad apprezzare il sano vecchio mondo in cui le persone si lasciano la casa alle spalle, danno un bacio alla mogliettina e affrontano quotidianamente la moltitudine dei propri simili per questa o quell’altra occupazione.

Così, come è finita per i protagonisti di questa storia? L’uomo lavora felicemente in un ufficio – con gli alti e bassi che hanno tutti – ma a sentire il suono di benvenuto del Mac, che è lo stesso ancora nel 2013, ogni mattina ha una sorta di riflesso condizionato. La macchina, il Power PC 4400, vive da più di dieci anni una meritata pensione nel suo garage di casa, in una zona opportunamente occultata al riparo dai raptus di “fuori tutto” che periodicamente colgono i membri delle famiglie come la mia, a rischio soffocamento da dispositivi elettronici obsoleti se non guasti. Ma, malgrado l’età, impiega ancora una manciata di secondi dalla pressione del tasto di avvio all’essere operativo, con lo stesso sfondo sul desktop.

roba che scotta

Quando leggo di papi, uomini politici, potenti, esponenti del jet set, protagonisti e comparse della vita pubblica che si  accingono a fare una cosa terribilmente di moda, a intraprendere una abitudine che fanno tutti come quella di salire su Twitter mi vien da ridere. Come per tutte le cose che uno dovrebbe fare naturalmente perché parte della contemporaneità che vive e che, come tali, può scegliere o no di farle proprie a seconda delle inclinazioni, del tempo a disposizione, dello scopo per cui si intraprende un’attività, e invece no. La componente un po’ ridicola è quello di annunciarlo prima perché la cosa in sé fa notizia. Il Papa domani comporrà il primo tweet. Monti sbarca su Twitter. Altrettanto disdicevole è poi il contenuto in sé, pensieri o illuminazioni che non c’è differenza a dirle a voce, raccontarle a un giornalista, scriverle su un muro o condividerle con i propri followers. Voglio dire, mai come sull’Internet il mezzo è il messaggio e ciò che uno pubblica fa tutt’uno con la piattaforma utilizzata. Pertanto, divulgare stralci dalla propria agenda che uno li ha già letti e sentiti un po’ ovunque, e ora trovarseli anche condensati in quei cento e rotti caratteri sembra oltremodo ridondante e finalizzato solo all’esserci e all’occupare anche quello spazio. Quando invece ci vorrebbe così poco per ingegnarsi in contenuti differenti a seconda di cosa si utilizza, o non utilizzarli affatto perché tanto non c’è differenza, chi sta su Twitter è perché sta contemporaneamente ovunque quindi uno poi alla fine si stufa ma no, la soglia di sopportazione in casi di sonnolenza da sovraesposizione mediatica è elevatissima. E come ve li immaginate quelli che si mettono con il laptop sulle ginocchia e aprono il sistema di composizione ancora prima di sapere che cosa scrivere? I divulgatori del sé pubblico dovrebbero sapere che l’uso professionale dei social media è stato inventato da quelli che postavano foto del proprio sedere o del gatto di casa dal divano e che hanno avuto la brillante idea di far credere urbi et orbi che c’era una domanda crescente di presenza sul web, per poi essere pagati per non togliersi nemmeno il pigiama durante le ore di lavoro. Così ogni notizia che rimbalza dall’uno all’altro nick che ogni influencer ha adottato nella propria dimensione parallela diventa un loop che si ripete all’infinito, e che gli entusiasti e i prezzolati fanno finta che sia la prima volta che si legge e che si sente, in un eterno autocompiacimento e sbigottimento per il quale – guarda un po’, è sbalorditivo! – si può anche cambiare l’immagine di sfondo e persino il colore del font.