Categoria: potrebbe piovere

guarda come mi diverto

Dev’essere una cosa che ce l’hai dentro e che non si impara. Nasci con la cattiveria e avrai un futuro radioso in cui tutti ti rispettano. Nasci con questo gene sopito e niente, proprio non se ne esce. Il lato remissivo di un sistema complesso come quello famigliare, tanto per dare un esempio, eh, fa da catalizzatore dell’arroganza altrui, per non parlare del mondo là fuori che se ti scoprono che sei uno che non si arrabbia mai sono cazzi. La funzione principale, laddove il ruolo di ricevitore di angherie è istituzionalizzato – per esempio se sei l’unico figlio che gioca a fare la persona comprensiva – è quella di parare gli strali che tutti vorrebbero mandare a tutti ma nessuno ne è capace, quindi te ne stai lì dritto come un galletto di metallo con una corona di  punti cardinali a fare da bersaglio. Ammiro per esempio quelli che hanno i canini molto aguzzi che sembrano usciti da un film sui vampiri, e non sto parlando in senso metaforico. Ci sono davvero persone con dentature così pronunciate. Forse è un segno che quello lo devi lasciare stare lì dove sta, si tratta di uno sempre all’attacco, sempre pronto. Io ho già due impianti ma si tratta di molari e premolari, un altro paio non me lo posso permettere.

la peste come quella di camus

La prima cosa che uno si può chiedere, osservando un topo morto nei pressi del cancello d’ingresso di casa propria, nel punto in cui l’addetto ai rifiuti condominiali posiziona il contenitore dell’organico nel giorno del ritiro, è che ci faccia un topo morto lì, in occidente e a nord di tanti altri posti in cui magari uno si sorprende di meno, nel vederli. Non che Milano e dintorni sia un ambiente sterile e microbiologicamente controllato, poi con tutti i cantieri che ci sono qui intorno che qualche roditore si avventuri alla ricerca di qualcosa di meglio da mangiare tra i rifiuti destinati alla decomposizione tutti grassamente fluidi nella loro anima di mater-bi non mi stupisce.

Mi colpisce però che la vicina con cui condivido la delusione reciproca del fatto che nessuno dei due si ponga il problema di far sparire il cadavere che giace con le zampette all’insù come nei più celebri cartoni della Pixar, perché lei sperava che io in quanto uomo recuperassi scopa e paletta e portassi ratto il ratto nel campo incolto di pertinenza del condominio di fronte, e io speravo che lei in quanto donna si munisse di guanti di gomma e sacco della spazzatura e desse una degna sepoltura nell’indifferenziato a quell’errore di natura, dicevo la vicina mi colpisce perché passa con una velocità soprendente dal topo di strada ai topi di garage. Gente scaltra che di notte ha forato metodicamente alcune porte dei box sottostanti il nostro condominio per introdurre una sonda e poter verificare il valore in ricettazione del contenuto. Un’operazione che si è limitata alla ricognizione, probabilmente è subentrato un imprevisto e la spaccata è andata a monte. Ma questo è il periodo, così dicono. Si avvicina il Natale e probabilmente i delinquenti sono più tristi e vogliono appestarci con la loro visione di società ai margini entrando nei nostri box.

E spero che in questa descrizione emerga un dato allarmante, e cioè che ladruncoli di automobili di un condominio come il mio in cui la vettura più costosa è la jeep del dentista del quarto piano che prima che la tiri fuori da lì hai già svegliato tutto il quartiere, abbiano in dotazione strumenti all’avanguardia come queste sonde misteriose a cui la vicina fa cenno spostando l’attenzione dalla pantegana che comunque continua a stonare nel quadro di sobborghi residenziali da middle class. Ma la chiave di lettura potrebbe anche essere che anche i ladruncoli di automobili ora hanno la possibilità di avere a disposizione tecnologia low-cost, magari cinese e acquistabile in qualche magazzino di Paolo Sarpi. Che così poi uno unisce i puntini ed ecco che i collegamenti tra la misteriosa yacuza sbarcata nelle nostre chinatown e la criminalità tradizionale o nomade locale sono presto fatti e serviti. Ma è probabile anche che la vicina, che talvolta non lesina in mitomania ed esagerazioni varie, mi stia caricando di legna verde, come si dice dalle parti in cui sono nato, e che il buco nel portellone del garage lo abbia fatto suo marito che non è uno di quelli da full immersion nel fai-da-te durante il weekend, comunque è abbastanza fuori da tentare di montare una serratura da sé e sbagliare le misure in cui trapanare e non dire nulla alla moglie perché si vergogna.

E la cosa ancor più curiosa è che il fatto che ad un certo punto ci sia stata un’associazione di idee così apparentemente spericolata lascia stupefatto anche me e mi riporta alla realtà, dopo che già l’astrazione di quello che avevo dinanzi agli occhi mi aveva portato ai versi di quella canzone dei Depeche Mode che dice che la morte è dappertutto e c’e un topo davanti al cancello, tanto per iniziare. Una canzone che mi viene in mente ogni volta, sia chiaro. Come sia io che la mia vicina siamo unanimi nel fatto che quelli che vanno in giro a sondare le automobili altrui da trafugare meriterebbero lo stesso destino, perché è vero che la proprietà privata e la merce e i tabacchini che ti sparano dietro e bla bla bla che sono cose da far west. Ma nel far west i cavalli li rubavano, e un tentativo di furto con scasso ai danni di terzi è altrettanto da film di pionieri e indiani. Per esempio ho un altro vicino che vive sopra di me, uno piuttosto folle, una specie di fabbro bergamasco che in casa ha una mazza da baseball. E una volta l’ho chiamato perché mi sembrava di sentire rumori sospetti dall’appartamento vicino al mio e lui come prima cosa, ancora prima di coprirsi perché l’avevo tirato giù dal letto ed era in mutande, mi ha sventolato due fendenti davanti al naso con la mazza impugnata alla perfezione per mimare il trattamento che voleva riservare a quelli che avrebbe sorpreso in posti in cui non dovevano stare. Che poi era un falso allarme, ma chissà in caso contrario se avesse battuto un home-run.

Insomma, diciamo che vedersi sottrarre cose a cui teniamo non ci fa bene, sia dal punto di vista economico che da quello dell’equilibrio, ma conveniamo tutti che augurare le peggio cose a quelli che anche solo ci provano un po’ ci fa stare meglio. E insomma che alla fine il topo morto lo abbiamo lasciato lì facendo finta di niente, ma stamattina non si è proprio visto, se non altro perché c’era una macchina di grossa cilindrata parcheggiata proprio sopra, una che se ce l’avessi io non la lascerei fuori durante la notte, che poi magari me la rubano.

come prima più di prima

Che l’estate in alcune aree urbane metta in mostra in tutto il suo squallore l’oscenità ambientale e umana è un dato di fatto che chiunque di noi può riscontrare cimentandosi nella visita di quartieri, strade, ma anche luoghi più consoni alla stagione. Con il caldo si liberano tutti i cattivi odori di cui muri e asfalto sono intrisi e a cui durante l’anno nessuno ci fa caso, forse solo perché il freddo ci trasmette igiene e asetticità, mentre con il caldo si diffondono germi e il cibo si guasta. Un quadro che può essere traslato anche in senso metaforico. La Rai che, avendo perso ogni vantaggio competitivo con le tv commerciali e quelle a pagamento, si gioca il tutto per tutto e con crescente difficoltà attraverso gli unici programmi di cui nessun’altra emittente è provvista, ovvero la nostra storia, la nostra cultura e la società in bianco e nero che si è evoluta in colore in trent’anni di monopolio televisivo. E ogni estate ci ripropone l’Italia dei nostri nonni e genitori tutta tagliuzzata e montata con il filtro romantico che la lontananza temporale da allora ha messo a punto. Quante volte ci siamo sorpresi a dire che non ci sono più i varietà di una volta, i comici di una volta, i balletti e le canzoni e i contenitori di tutto ciò. Ebbene, non so quale sia il criterio di selezione degli sketch, forse l’obiettivo è proprio quello di non evidenziare lo iato tra due società molto diverse e tra quello che comporta la visione di un Valter Chiari rispetto a un Panariello e quindi la parola d’ordine è non far prendere coscienza del livello in cui ci troviamo. Ma poi alla fine scopri quei blobboni acritici in primissima serata, come Techetechetè, e pensi che non è vero che è ci siamo ridotti così a causa dell’estetica e dell’etica Mediaset, ma che eravamo un popolo di sottosviluppati anche prima.

la dismissione

Qui non c’è un impianto industriale da rimuovere pezzo per pezzo e da portare in oriente, c’è solo un capitale intellettuale e professionale che fattori diversi stanno smantellando ma che non verrà ricostruito altrove con le stesse macchine, bensì con apparati e competenze anche meno convenienti di quelle che si trovavano qui. Vaglielo spiegare tu a ‘sti colossi delle multinazionali che mandare il loro personale in Italia dalla loro sede centrale per fare un lavoro da tradurre poi in inglese per poi ritradurlo in italiano costa molto di più che farlo direttamente in italiano con un’agenzia esterna che peraltro conosce meglio le tecnologie, i clienti per non dire il territorio e il mercato in cui la multinazionale opera da quindici anni. Così mentre mi sforzo di non mettere il mio valore aggiunto in un lavoro fatto da altri e che fino a l’anno scorso svolgevo io con un livello di professionalità e di qualità che vi sfido a eguagliare, ripenso a Vincenzo Buonocore, l’operaio che rilegge la sua vita nei brandelli di macchinari che va smontando per l’acquirente cinese nel libro di Ermanno Rea. Pezzo per pezzo, nel mio caso riga per riga, una vita di sforzi per limitare le ripetizioni e refusi nel racconto del lavoro degli altri, pensando che presto sarà un lavoro di altri anche questo.

il movimento dei movimenti

Siamo in tanti, siamo in troppi, ci siamo tutti. Un terremoto e si intasano le linee telefoniche tanto che si fa il passaparola per aprire le reti wireless private e aumentare la disponibilità di banda. Su Twitter il refresh di notizie è incontrollabile, la sovraesposizione informativa rende difficile discernere dati ufficiali, informazioni, suggerimenti per la popolazione del posto, indicazioni per i soccorritori, di cosa c’è bisogno e che cosa è superfluo, reportage, lanci di notizie, come comportarsi e cosa evitare in un tripudio di cancelletti (io li chiamo diesis, gli hashtag). Il tutto tra commenti, messaggi personali, impressioni, note di solidarietà, questo nel migliore dei casi. Battute ed emanazioni di personalità malate di protagonismo nei casi medi, l’immancabile esserci sempre e non perdere mai l’occasione di leggere anziché scrivere. Sciacallaggio nei peggiori. D’altronde siamo in tanti, siamo in troppi, non manca proprio nessuno.

si prega di non spegnere i cellulari durante l’esibizione

Ora immagino che anche le reazioni ai primi modelli di campionatori o di sequencer siano state più dalla parte degli apocalittici che degli integrati, mi riferisco agli addetti ai lavori, non necessariamente ai puristi. Ma se date un’occhiata al video qui sotto, la chitarra con lo slot per l’iPhone non è proprio una chitarra ma è più una specie di passatempo, benché si tratti di un progetto finanziato con centomila dollari. E la descrizione che accompagna l’innovativo prodotto, gTar – la chitarra che chiunque può suonare regardless of experience - conferma la regola per la quale dare una chitarra in mano al primo che passa non è mai una buona idea, che sia un giocattolino come questa che una Telecaster. Al primo che passa meglio lasciargli l’iPhone, di certo avrà maggiore dimestichezza.

i programmi del Movimento Cinque Stelle, in prima serata

Quando dico che non ci meritiamo di passare da Berlusconi a Beppe Grillo, per non offendere qualcuno che magari ha votato il primo o vota il secondo e magari – pare stia succedendo – è passato dal Popolo delle Libertà al Populismo in Libertà, quando dico così parlo per me stesso e per i pochi intimi che so che mi affiderebbero la loro delega come alle riunioni di condominio. O meglio mi piacerebbe essere ecumenico ma poi leggo e sento pareri in giro e non mi riesce, e mi rendo conto che sono in molti i sostenitori anche inconsapevoli del modello “Te la do io l’Italia” come naturale evoluzione del modello “Te la do io” e basta.

la notte si avvicina (dalle stalle alle stelle e ritorno)

La seguente filastrocca sembra contenere una serie di metafore appropriate alla situazione, vero?

Stella stellina
la notte si avvicina:
la fiamma traballa,
van tutti nella stalla.

Il bove e il vitello,
la pecora e l’agnello,
il pulcino e la gallina
e la notte si avvicina

Dorme il pulcino con il maialino
ed il vitello con la pecora e l’agnello
Anche il galletto dorme sopra il tetto
dorme la gallina sino a domattina

Stella stellina
sino a domattina
la nella stalla
tutti fan la nanna.

secessione

Non so a voi, ma a me che si lanci da un palco come quello del concertone del primo maggio lo slogan “l’Europa ci chiede soldi, noi diamo musica” mi sembra enormemente inappropriato. L’ho sentito ieri in diretta – d’altronde pioveva e tutto sommato si tratta di una manifestazione a cui sono affezionato se non altro perché vi ho suonato anche io – e ne ho provato un immediato fastidio, poi sepolto, come si può leggere qui, da altri ben più rumorosi disagi. E poco fa ho riletto la stessa frase sulla home di un quotidiano come sintesi dei messaggi scaturiti dalla giornata di ieri, e a freddo ho capito perché l’ho sentito così fuori luogo. Intanto, e qui torno a ripetermi, dubito che l’Europa voglia la nostra musica, almeno quella che abbiamo ascoltato ieri nella prima parte dell’evento, che per fortuna ha preso una svolta più piacevole con la tripletta Caparezza – Subsonica – Almamegretta, a parte l’inqualificabile esibizione di Mannarino, che poi chi cazzo è Mannarino che suona nella parte più seguita del concerto. E spiace dirlo ma tutti quei gruppuscoli che si sono alternati, alcuni anche con pezzi in inglese, non costituiscono una moneta valida per uno scambio internazionale. Secondariamente, in un momento in cui dovremmo fornire risposte concrete e affidabilità, l’Europa ci chiede soldi in Euro e niente altro, più impegno e meno tarantelle. Quelle teniamocele per noi, anzi per voi, anzi avvisatemi quando avete finito di suonarle.

altro che bue

Sappiamo tutti cos’è l’antipolitica, di questi tempi è un sentimento protagonista e un neologismo onnipresente che interpreta tutti gli stati d’animo di chi è deluso dai partiti. Ma si tratta di un fenomeno vecchio quanto la storia dell’umanità, che fino a poco tempo fa si chiamava qualunquismo ed era professato da chi non si curava della cosa pubblica e oggi rappresenta anche chi non solo non si cura della cosa pubblica ma, oltre alla scusante del sono tutti uguali, ha in più la lecita possibilità di avercela con quelli ha votato alle ultime elezioni o, in generale, con chiunque. Tanto che non sai chi se ne approffitta o meno, chi rimane fondamentalmente qualunquista ma non lo confessava vergognandosene e oggi finalmente ha trovato una ragion d’essere, facendo dei danni.

Mi chiedo però quale sia il nome, se esiste, dell’analogo sentimento che può provare in direzione opposta chi impersona il rappresentante politico nei confronti del cittadino che, per dirla papale papale, se ne fotte. Cioè a chi fa politica ed è stato chiamato in seguito a votazione a esercitare una qualunque forma di governo per tutti i cittadini, quelli che hanno votato il partito di cui fa parte, quelli che hanno votato gli altri partiti e quelli che non hanno votato affatto per le ragioni di cui sopra, non gli viene mai uno stato d’animo equivalente al “tanto sono tutti uguali” rivolto verso quelli a cui non interessa nulla e quelli che oltre a fottersene trovano i più sottili sotterfugi per fottere lo stato e di conseguenza anche verso quelli che invece lo hanno a cuore e lo rispettano? E questo potrebbe essere applicato a tutte quante le istituzioni, amministrazione centrale e locale ma anche consigli scolastici e associazioni varie. Cittadini che rappresentano cittadini a cui non interessa essere rappresentati o che non sanno nemmeno di averne diritto.

Perché chi occupa posizioni di rappresentanza per regolare elezione a qualunque livello deve avere un forte spirito di sacrificio per dare voce anche a chi sentenzia cose come quelle a cui ho assistito ieri sera, nel corso di una banale cena di classe con i genitori dei compagni di classe di mia figlia. Persone impegnate in associazioni scolastiche e in politica locale costrette ad ascoltare invettive contro tutto e tutti prive di ogni fondamento al netto del livore di default alimentato a pane e disinformazione. Ecco io non ce la farei, io dopo aver sacrificato il mio tempo libero anche per loro mi ribellerei come un Grillo al contrario, una anti-qualcosa dai rappresentanti verso i rappresentati perché se sono i rappresentati a dire di pagare i rappresentanti, intanto iniziamo a tirare fuori la dichiarazione dei redditi e vediamo se è davvero così.