Categoria: quattro stagioni (rossa)
piccola storia imu
Pioveva, ero triste, ero bollito dopo una mattinata frenetica in ufficio e mi stavo recando in auto dall’altra parte della città, presso lo studio di un fornitore in cui avrei dovuto trascorrere un pomeriggio di lavoro altrettanto snervante. La direttrice da percorrere prevedeva il transito nei pressi di casa mia, avevo mezz’ora di anticipo per l’incontro ed era più o meno l’ora di pranzo. Potevo fermarmi nel primo autogrill sulla strada e farmi fare un panino. Potevo uscire dalla tangenziale e attraversare il centro del paese, sicuramente una panetteria aperta dove acquistare un pezzo di pizza per riempire lo stomaco al volo l’avrei trovata. Poi l’illuminazione. Gli avanzi della cena della sera precedente nel frigo, la possibilità di pranzare con qualcosa di più sano di un pasto cucinato in serie, una manciata di euro risparmiati da una spesa superflua. Non ci ho pensato due volte, ho messo la freccia e mi sono diretto verso la mia abitazione. Il tempo impiegato sarebbe stato lo stesso. Il paese dormitorio era deserto, ho parcheggiato in strada e percorso in tutta fretta quei pochi metri che mi separavano dal cancello, riparandomi sotto l’ombrello Ikea che è quello che mi è durato più tempo di tutti. Sono entrato, ho dato due mandate alla porta, avevo poco più di dieci minuti. Non mi sono nemmeno tolto le scarpe, e per non sporcare troppo sono rimasto nei pochi metri quadrati tra l’ingresso, il frigo, il microonde. Mi sono messo a mangiare in piedi, ma non mi sono sentito a disagio. Non mi sono sentito nemmeno di fretta. Da lì si vedono quasi tutte le stanze. La casa era vuota, pochissima luce visto il tempaccio là fuori, i gatti hanno fatto capolino per assistere all’evento straordinario. Qualcuno che è presente in un giorno feriale, alle due del pomeriggio, in cucina. Mentre consumavo quel poco rimasto dalla cena della sera prima mi sono guardato intorno e nel silenzio ho pensato quanto fosse bello avere una casa propria. Da dove nasca il desiderio, a una certa età, di avere un luogo unico in cui raccogliere le proprie cose, le persone importanti, la propria vita. Da dove venga il bisogno del possesso e della proprietà privata. Quanto sia un privilegio e quanto sia difficile da ottenere, voglio dire che se come me non siete ricchi, quelle quattro mura ve le siete pagate con il vostro lavoro. E quanto sia insostenibile, a volte, capire perché nella propria casa siamo costretti a starci così poco, la maggior parte della nostra esistenza la passiamo altrove. Ecco perché poi alla fine devi pagarci le tasse su, anche se è una catapecchia è il concetto in sé che è un vero lusso, almeno da un punto di vista sociale.
sezioni di un attimo
Quando incrocio uno con la barba bianca e con abbigliamento poco coordinato, diciamo così, mi viene in mente mio papà quando mi diceva che si sentiva come il protagonista del video di “Nuvole rapide” dei Subsonica – musica italiana che era di moda a fine secolo scorso – il vecchietto che corre con un paio di cuffie che saranno di qualità ma poco adatte allo sport tanto quanto gli indumenti con cui hanno vestito quel tizio nel video. Quando ero piccola mi chiedeva sempre di andare con lui, anche in bici perché ora capisco che si trattava solo di una scusa per stare insieme e io non l’ho mai seguito perché non ne avevo voglia e poi mi chiedevo perché facesse tutta quella fatica solo per correre. Poi una volta, ero già molto più grande, mi aveva fatto leggere un racconto di uno dei suoi scrittori preferiti, una storia di una specie di detective che doveva stare alle calcagna di un tizio e lo tallonava in lungo e in largo per Brooklyn ma non capiva perché l’uomo facesse tutti quei percorsi casuali. Poi invece si era accorto, tracciando l’itinerario su una pianta della città, che si componevano delle lettere e questa cosa mi ha fatto credere che magari anche papà volesse darci degli indizi di qualcosa o lanciare dei messaggi, e quando gliel’ho detto si è messo a ridere perché lui fa sempre da vent’anni lo stesso percorso e, se fosse così, avrebbe già perforato la carta a furia di calcare la stessa linea come quel modo che mi aveva insegnato per tagliare i disegni con la punta della biro, ripassando più volte la stessa linea e i contorni sul foglio. Mi diceva che lui da piccolo giocava così da solo, faceva le mappe dell’isola del tesoro e le scritte da appendere in cameretta, ma io preferivo cose più divertenti. E invece poi la corsa, che a me sembrava noiosa come fare tragitti in bici a vuoto solo per vedere la città da un altro punto di vista come faceva lui, dopo l’ho provata e ho capito cosa intendeva con quell’elenco di motivi per cui mi diceva sempre quanto gli piacesse. Il fatto che fosse gratis, la possibilità di avere un po’ di tempo per ascoltare musica in santa pace, fare sport senza esaltati che mettono in mostra i muscoli o si arrabbiano se sbagli un passaggio o ti fischiano se non giochi bene, e soprattutto che non si vince, non si perde e non si pareggia mai.
spazio 1999
Tutti si chiedono come sarà la vita nel duemila. Quali attori saranno sulla cresta dell’onda e se ci nutriremo di pillole e di cibi liofilizzati come vaticinano i registi della fantascienza. Se ci saranno alieni a insegnarci come eleggere i nostri rappresentanti o se sarà giusto o no espellere quelli che non stanno ai patti nei movimenti di riscossa popolare, magari con sistemi inutilmente innovativi. Sta di fatto che nessuno crede che le grandi questioni che affliggono l’umanità potranno essere risolte. Non aspettatevi quindi che il trentun dicembre del novantanove sarà l’ultimo giorno utile per le miserie, le lotte fratricide e le guerre, i disastri ambientali, gli incidenti sul lavoro, il terrorismo, la maleducazione o il cattivo gusto di certa gente. I nostri antenati, all’alba del ventesimo secolo, anche loro erano pieni di speranze e non potevano certo immaginare che stesse per cominciare un periodo così contraddittorio, denso di grandi scoperte ma anche di tragedie. Il microchip e l’olocausto.
Ciascuno di noi però spera che il solo fatto che esista un futuro, almeno questo auguriamocelo, permetta di riporre nel domani ogni desiderio di rivalsa o di progresso, perché è così che funziona. Le cose, come le lancette, vanno per forza in avanti e nessuno sarebbe disposto a rinunciare a conquiste quali la libertà dalle schiavitù vere o metaforiche, il presidenzialismo e il sistema democratico o la sanità pubblica solo per un capriccio, per una moda, per un cambiamento fine a sé stesso.
Proviamo a immaginare un giorno qualsiasi del duemila, tiriamo a sorte aprendo un libro dove capita. Sommando il numero delle pagine con lo stesso meccanismo con cui certe prof di matematica alla fine simulano la casualità per interrogare sempre gli stessi scansafatiche capelloni, ecco che è venuto l’undici maggio duemila e tredici. Facciamo un gioco. Dove vi immaginate l’undici maggio duemila e tredici? Come sarete e con chi sarete in quello che sarà un giorno qualunque, come oggi e come tutti gli altri undici maggi della storia (lo so che i mesi non si mettono al plurale ma lasciatemi sperimentare un po’ di avanguardie che forse sono anticipi dei trend del duemila) da quando le cose funzionano come sappiamo, con il sole che sorge, la terra che ruota e così via.
Ecco, io mi immagino quel giorno, seduto sugli spalti della palestra di una scuola elementare, c’è mia figlia – che nascerà probabilmente nel 2004 – che gioca un torneo di pallavolo, è ancora piccola e la formula è quella dei più incontri tra formazioni di tre giocatrici. So che devo prepararmi psicologicamente, tra tempi di attesa e gioco l’unica forza al trovare interesse nello spettacolo è l’abnegazione genitoriale, questo non lo dico solo io.
Sono seduto sugli spalti e non so se essere più sbigottito dalle scarpe indossate dalle persone che sono intorno a me o dal fatto che il genere umano abbia trovato un sistema elettronico attraverso il quale incanalare parte della sua rabbia ignorante e dargli voce, tanto che giornalisti e intellettuali vi sfuggono come una volta gli aristocratici si tenevano alla larga dalle bettole e dalle piazze. Questo è ciò che dicono i quotidiani di quel giorno che deve ancora venire.
Ho con me un coso a cui, dal passato, chiaramente non riesco a dare un nome né a descriverne nel dettaglio la composizione ma so che, con quel coso, posso fare delle fotografie e condividerle all’istante con migliaia di persone. Così per evitare di insultare l’allenatore e prendermela con il sistema che ha organizzato in modo pessimo quel mini-torneo a dimostrazione che la cura per tutto ciò che riguarda i bambini è latente in ogni periodo storico – un tempo a sei anni si costringevano i minori a scavare in miniera, oggi chi è preposto all’educazione dei tuoi figli pur pagato si ricorda a malapena il loro nome – ho il presentimento che con quel coso mi metterò a fare foto alle scarpe che le mamme delle compagne e delle avversarie della squadra di mia figlia indossano e le pubblicherò su una specie di bacheca virtuale, alla mercé di una comunità di stronzi come il sottoscritto che vedono la deriva sociale soprattutto negli inutili ghirigori tatuati che le stesse mamme sfoggiano sui piedi. Ma chissà, forse l’undici maggio duemila e tredici non sarà così, noi quattro gatti del PD saremo su Marte a misurare le dinamiche sociali degli extraterrestri – che ci sembreranno tamarri tanto quanto gli italiani – con la nostra presunta superiorità morale ed estetica, che alla lunga però stufa soprattutto in assenza di gravità.
il carciofo ne è la metafora, buono anche se spinoso
Nessuno ha più voglia di fare le cose che dovrebbe. I bambini devi chiamarli una, poi due, poi tre volte fino a buttarli già dal letto e a quel punto se la prendono con te. Che tu sia il papà o sia la mamma non sanno che non è colpa tua se comunque qualcuno deve andare a scuola. Sciabattano fino a tavola dove sbattono i pugni con il rischio di rovesciare la colazione perché basta, sono stanchi, non ne possono più dei compiti e dello sport due o tre volte a settimana e tutto il resto. Svegliarsi è di per sé un trauma perché ci si sottrae a un mai sufficientemente dimostrato stato di beatitudine profonda, figurati poi se in cambio ti aspetta la condizione opposta, quella con gli occhi aperti e con l’abbonamento del treno da fare e con le scadenze irrazionali dei clienti di un’agenzia di marketing. E infatti pure i genitori ne hanno le palle piene ma non se lo possono permettere, anche se a volte sarebbe bello poter reagire come loro, come i bambini dico. Rifiutandosi di entrare in ufficio anzi proprio non uscendo nemmeno di casa, rimanendo sotto le lenzuola tra lo sbigottimento degli altri componenti della famiglia, animali domestici compresi. Ecco, oggi non ci voglio andare, ma nemmeno domani, ma nemmeno mai più. Tra poco saremo qui a lamentarci del caldo e altre settimane scivoleranno via tra le falangi delle nostre mani prodighe di tempo con la complicità dei temporali di agosto che prenderanno il posto dei temporali di luglio che già si erano succeduti a quelli di giugno subentrati agli acquazzoni di maggio che avevamo trovato dopo le piogge di aprile che finalmente avevano preannunciato il cambio di stagione dopo il brutto tempo che ha fatto in marzo e, ancora prima, in febbraio. Lo so, non ditemi nulla, ma qualcuno almeno ci lasci lo spazio per l’assestamento, mica siamo salamandre. Anzi, mica siamo macchine che fanno la ruggine nell’umido e non ne puoi avvicinare la superficie metallica sotto il sole. Dopo chissà quanto millenni di evoluzione siamo ancora qui a crogiolarci nel torpore dell’autocommiserazione, domandandoci chi ha inventato un’economia così a nostro sfavore che ci fa trascorrere ore in uffici surriscaldati con i piedi che ribollono senza tregua, e che vorresti metterli in una bacinella d’acqua, chiudere gli occhi e per un istante essere al largo di chissà quale costa di dubbia balneabilità ma così conveniente su Groupon. Non so voi ma io domani ci provo. Zittisco la sveglia e aspetto che sia mia figlia a chiamarmi una, poi due, poi tre volte fino a quando mi butterà giù dal letto, e farò così per i prossimi ventiquattro anni, a meno di non riscattare quelli dell’università ai fini pensionistici ma non so se ho risparmiato abbastanza.
fu vera gloria?
C’è solo un fenomeno più misterioso dei cerchi di grano in grado di esporre all’accusa di esoterismo chiunque tenti di dare una spiegazione ed è l’arcano motivo per cui, poggiando il palmo sul nastro delle scale mobili, ci si accorge che il corrimano si spinge a una velocità superiore rispetto a quella dei gradini, e se uno vuole mantenere la postura costante durante la salita finisce per trovarsi oltremodo sbilanciato in avanti con il massimo scherno degli astanti, per lo più avventori domenicali del centro commerciale che in barba alla sacralità manzoniana di una giornata come questa affollano ignari della ricorrenza negozi del calibro di Oviesse Industry. Pensavo anche a un dispositivo Apple per il cinque maggio, l’ei-Fu, siccome mobile e dato il mortal sospiro manco a dirlo, siamo nell’era del cloud che ce ne facciamo di uno smartcoso fisso.
Ma se pensate ancora per un attimo al paradosso delle scale mobili, più paradossale di quello di Zenone, Achille e la tartaruga che si rincorrono tra Zara e Motivi scritto con la o con i due puntini che non so nemmeno come si fa, se pensate al vostro corpo che resta dietro alla vostra mano trascinata in avanti capirete la metafora della nostra vita che ci supera, ci sorpassa e ci aspetta chissà dove, tanto è già arrivata a una tappa intermedia se non a destinazione. E né l’una né l’altra sono il lunedì o qualunque altro elemento destabilizzante del nostro ritmo cardiaco, perché di prove di questo tipo non avete idea di quante ne troverete da qui all’eternità.
Io pensavo invece a qualcosa di meno percettibile, un fattore a cui viene da riservare attenzione nell’istante che intercorre tra quando realizzi che il tuo acufene ha una sua dignità timbrica con tanto di riconoscibilità nella scala dodecafonica e quando ti accorgi di una ragazza araba dall’aria smarrita nel panico da sovraesposizione alla modernità occidentale a dosi massive, una sorta di sindrome di Stendhal dove al posto del Colosseo c’è Tezenis, una giovane donna tutta bardata nel suo velo che non se la sente di continuare la salita al piano superiore – tantomeno constatare con mano l’allarmante assenza di corrispondenza cinetica tra base d’appoggio in alluminio e nastro superiore in gomma – perché manifestazione di una visione escatologica impropria che la spinge a optare per il più pericoloso ma sicuro, perché non semovente, interstizio tra la scala mobile e il muretto su cui strisciare con i piedi, una manciata di centimetri a malapena, cercando di tornare indietro da lì nello sbigottimento generale velato da xenofobia diluita in presunta superiorità pratica.
Quello è il momento in cui ti accorgi che davvero c’è una parte di te che corre a perdifiato in avanti e ha già marcato il cammino, da qui a un boh temporale, di spruzzate di presente. Pietre miliari o palline di mollica degne di Pollicino che costituiscono la prova che di qui siamo già passati e l’eterno oggi che ci sposta verso il duemila-più-lontano-che-si-può è solo una mera constatazione amichevole del danno di esistere, come quando si overclockano i processori o un tempo si truccavano i Garelli 50. Bella l’ebrezza del fast living, poi però ti sfido a stargli dietro. E non mi riferisco certo al bruciarsi tutte le esperienze del mondo nei primi venti anni di vita nemmeno foste il cantante dei Doors, ma anche il solo tran tran apparentemente banale di noi esseri mortali. Ecco, uno sguardo verso i nostri corpi che hanno già dato tutto nello sprint mentre noi eravamo impegnati a doverci svegliare ogni fottuto lunedì mattina per aggiungere l’ennesimo tassello di una carriera di cui non ce ne fregava un cazzo, un altro negli occhi delle migliaia di persone come noi che nemmeno ci accorgiamo di incontrare ogni giorno. Nessuno che si sogni di fare un cenno al prossimo come quando ci si saluta tra motociclisti, un segno in codice per comunicare che ognuno di noi è al corrente del grande complotto ordito nei confronti di questa fratellanza globale da non so quanti miliardi di individui, una massa di gente che continuerà a crescere in quantità nella consapevolezza che tanto, prima o poi, è inutile che lo scriva tanto lo sapete anche voi.
non c’è più religione
A pochi passi dal mio nuovo ufficio c’è un esteso complesso scolastico di diversi gradi che comprende un oratorio parrocchiale, il che la dice lunga sulla proprietà dell’intero stabile grande quanto un quartiere a sé. Si tratta di un edificio dei primi del novecento il cui perimetro, frammentato da cortili delimitati da cancellate, a percorrerlo a piedi consente di smaltire un pranzo medio da giornata lavorativa.
La mattina è tutto un brulicare di genitori che accompagnano bambini, mamme e papà non più giovanissimi malgrado i figli in tenera età a cui si alternano analoghi quadretti di stranieri strutturati già più come l’opinione comune vorrebbe fosse composta una famiglia da un punto di vista della connotazione generazionale. Il che non vuol dire un cazzo, per carità, è solo che gli ultraquarantenni come me costretti nella postura da scudo protettivo verso l’esuberanza della progenie si caratterizzano per l’innaturalezza dei gesti di chi, con i capelli quasi bianchi, dovrebbe dare pacche sulla spalla a figli laureati o giù di lì e invece siamo ancora al livello delle gite al Museo Egizio di Torino. Ma – e chiudo questa parentesi da sociologia da tanto al mucchio – è evidente che un quartiere così come questo è abitato da gente che ha fatto carriera (per quelli come me che sono come loro ma non l’hanno fatta una qualunque indagine sarebbe banale) e dal relativo personale preposto all’aiuto famigliare. Tate, badanti, colf, portinai, tuttofare di evidente provenienza intercontinentale.
Verso le diciotto, invece, è tutto deserto tranne l’ingresso dell’oratorio, davanti al quale stanzia un gruppo di ragazzini sui quattordici o quindici anni, forse qualcosina in più. Notavo però le facce, l’abbigliamento e il comportamento di questo insieme piuttosto omogeneo che, a quanto sembra, frequenta il ritrovo parrocchiale o, almeno, sembra usufruire dei servizi di aggregazione. Un tempo i ragazzi dell’oratorio erano una categoria ben definita. Avete presente, no? Dicevi “quello è un ragazzo dell’oratorio” se intendevi uno un po’ babbionello, con il k-way chiuso e legato in vita come un’escrescenza corporea, gli occhiali con le lenti spesse e i brufoli, un taglio di capelli ordinario e una manifesta propensione alla conduzione di un’esistenza di fede e rigore. Nulla di negativo, anzi, vuoi mettere uno così con uno che da grande diventa come Pino Scotto o, peggio, Capezzone?
Ecco, i ragazzi che si ritrovano nei pressi dell’oratorio ubicato a un isolato dal mio ufficio, nel tardo pomeriggio, non sono così. Ascoltano Fabri Fibra con lo smartphone, sfoggiano creste e sputano, mentre le ragazzine vestono succintamente e molto attillato, discutono animatamente di tematiche tutt’altro che riconducibili alle Sacre Scritture e non invitano al contatto intergenerazionale. Anzi, diciamo che cambio il marciapiede proprio per non passare in mezzo a loro, per evitare di prendermi una pallonata, uno sputo sui pantaloni, qualche sfottò vista la mia appartenenza anagrafica. Insomma, tutto fa pensare a una categoria di giovinastri più affine a quelli che definiremmo teppisti di strada. Ed è strano, vista l’utenza del mattino. Nulla che richiami a una provenienza di buona famiglia o a un’estrazione di un certo livello. Chiaro che questa mia esposizione ottocentesca di una scena piuttosto comune a qualsiasi latitudine della nostra penisola è voluta e paradossale. I ricchi non mandano certo più in giro i propri rampolli adolescenti con i completi di lana e i papillon, e l’intamarrimento generale della nostra società è riuscito a superare le differenze tra le classi sociali più di ogni altro tentativo politico o culturale dei decenni passati. Più dell’associativismo, dei dopolavori, dei concerti di Pollini nelle fabbriche e delle gite sui campi da sci a prezzi popolari. Il problema è che tutto è omologato verso il basso, e questo sì, lo ammetto, è un giudizio morale.
aldo direbbe 26 per 1 ma anche noi, insomma, diamoci una mossa
Io il 25 aprile del 2013 me lo immaginavo diverso. Speravo potessimo festeggiarlo liberi da un certo modo di fare politica, anzi di non farla. Liberi dagli umori della gente in piazza e di quella dei social network che cercano di ovviare la democrazia parlamentare amplificati dai media che confondono mode con maggioranze. Libera dai grillismi di ogni colore e da quelli che sembrano trasparenti. Liberi dai renzismi che vivono nei discorsi dove senti categorie allacciarsi l’una all’altra sull’onda di una boria priva di consonanti ancorché priva di logica. Che è la versione due punto zero della grande chiesa che va da Che Guevara a Madre Teresa passando per Malcom X e così via. E tutti sotto a ballare il grande sogno dove tutto è sintetizzabile in una sorta di QR code globale, utile per ogni occasione. Per la sburocratizzazione come per le blogger iraniane. Insomma, mai avremmo pensato di trascorrerlo nell’ansia di un governo Letta, sotto scacco del PDL che alza la posta tanto non ha nulla da perdere. Perché di quello di cui è vent’anni che ci dovremmo liberare non siamo ancora liberi e tutto per colpa nostra. Lasciamo allora la festa in sé libera da tutto, e che per una volta sia solo il compleanno della libertà, la madre di tutto il resto.
dei padri, dei figli, e dello spirito del weekend
Primo: disfarsi dei panni professionali e mettersi comodi. Il papà lavora come un mulo tutta la settimana. Il venerdì sera, giusto prima di entrare nella doccia che è come la camera di pressurizzazione a un passo dalla vita normale, osserva con rammarico il colore del colletto della seconda camicia fatta fuori in cinque giorni a trasudare stress. A lavorare a Milano e tornare nell’hinterland ogni sera si è soggetti a quella specie di fotosintesi – passatemi il termine – nel senso che si respira la merda che c’è nel’aria del centro, con l’accezione propria e allegorica, e la si restituisce all’ambiente in forma di schifezza corporea. Il colletto la recepisce perché a contatto con una zona poco nobile, meglio di altre ma lì dietro dove non ti vede nessuno tendi a far uscire il peggio di te.
Secondo: il sabato mattina è casual perché si porta fuori la prole ché la mamma si prende un po’ di respiro con i mestieri. Sai che respiro. Il papà vede – probabilmente per la prima volta nella settimana che volge al termine – da vicino il suo discendente e in quelle poche ore si deve dimostrare un valente educatore, un pratico genitore, un compagno di giochi, un amico fidato, un surrogato di animatore, un allenatore di pattini – volley – ciclismo – ginnastica artistica o calcio a seconda del sesso. Così lo sconforto lo spinge verso primo spiazzo grigioverde – cemento con piantumazione pianificata – a disposizione.
Terzo: i padri devono per forza approfittare del primo sole di primavera per indossare i jeans scoloriti di fabbrica con sneakers d’imitazione, sotto a giubbe sportive con le quali non sono più a loro agio e a malapena contengono i chili prominenti. Il loro ruolo è quello di spingere altalene e giostre con maggior forza di quello che le madri riescono a fare nei giorni feriali, fino a quando trovano altri papà di figli unici con i quali fumare una sigaretta e scambiare qualche impressione mentre i figli hanno fatto amicizia. Ma le parole sono svuotate di carattere, come se quelle d’ordinanza da usare in ufficio fossero finite in lavatrice con il resto del bucato a cui le rispettive mogli si stanno dedicando a casa e ora indossassero i verbi del disimpegno e quelli che si lasciano in cantina come le scarpe che non vanno più di moda ma comunque ti spiace darle ai poveri perché le hai messe poco e sembrano nuove. Cose di riserva, ecco, che le metti in campo quando non hai nulla da perdere o non ti vede nessuno. Altri su suggerimento delle neo-mamme si lanciano spingendo carrozzine e passeggini come meri badanti dei loro pargoli, che abbagliati dalla luce inusuale per quell’ora in cui di norma sono nella semioscurità delle loro scuole per l’infanzia alla fine si addormentano cullati dalla mano incerta dei papà dietro, che a differenza di quelli che restano nei cortili sfoggiano il meglio del vestito della festa, per non far sfigurare il bambino davanti e che nessuno possa avere un’obiezione sullo stile da persona matura e responsabile. Li vedi chinati giù dalla loro altezza per guardare negli occhi i figli, abbottonargli il paltò che fa caldo ma non si sa mai, ammalarsi dev’essere un attimo per queste creature indifese e sconosciute. Le stesse che torneranno a sorridere il lunedì successivo sui desktop dei pc, pronte ad essere messe in secondo piano dagli applicativi di routine.
Quarto: ci sono quelli che poi andiamo a teatro solo tu e io, nella penombra difficile da sostenere desti fino agli applausi finali. Anche il cinema è a rischio, ve lo dico qualora pensiate che i cartoni e i film per i più piccoli siano in realtà prodotti per adulti camuffati da cartoon per ovvi motivi di strategie di marketing. Alcuni si, altri spesso vengono sopravvalutati, con i trailer che addirittura ne danno una visione poco fedele alla realtà. Ci sono poi i laboratori pomeridiani organizzati presso i musei, mostre o iniziative culturali, alle quali però è bene prenotarsi con lauto anticipo. Lì, fateci caso, si trovano per la maggior parte figli unici soprattutto in giornate di sole, perché le famiglie con due o più bambini sono tutti al parco a giocare insieme ai loro fratelli e al laboratorio vacci tu che noi, in quattro o più, siamo autosufficienti. In tre bisogna inventarsi qualcosa di continuo, per questo si va ai laboratori. Milano ne è piena e l’obiettivo è sempre quello di far socializzare il bimbo che altrimenti starebbe a casa a guardare la tele.
Quinto: eppure alla fine sono molti i padri che riescono a recuperare, in quei ritagli di vita. Certo, ad aver pochi spazi poi ai figli sembra tutto speciale e prezioso, in alcuni casi l’abbondanza genera il calo di valore anche se io non ci credo, nei sentimenti più dai e meglio è, spero siate d’accordo. Io ho avuto la fortuna di trascorrere molto tempo con mia figlia, ci siamo concessi momenti in cui è stato bello anche stare insieme ma fare cose diverse, non voglio passare come l’eroe dei piccini perché vi confesso di aver attraversato anche io momenti in cui avrei volentieri abdicato dal ruolo di re dell’intrattenimento. Ieri c’era il sole e così, dopo un giro in bici, ci siamo fermati al parco perché c’erano un paio di amiche della pallavolo pronte a giocare a un’evoluzione del nascondino che non saprei spiegarvi, nemmeno io ho capito le regole. Avevo il mio libro e avevo con me anche il suo ed è stata una buona idea perché terminata la partita si è seduta vicino a me, io leggevo e lei pure. Pensavo di essere troppo distante, ognuno perso nella propria storia stampata, così le ho messo il braccio intorno alle spalle. Ma lei ormai è grande e ho visto che si è sentita in imbarazzo, c’era un sacco di gente e non voleva passare per una che ancora ha bisogno del contatto fisico con i genitori. Ma per staccarsi mi ha sorriso e mi ha detto di essere troppo sudata, stando appiccicati mi si sarebbe macchiata la giacca.
son tutti giganti ma in punta di piedi
Ci sono i giorni in cui tutti ci sembrano più alti. Non vi capita? Arrivano due che si presentano, ti stringono la mano e ti sembra di vivere in uno di quei videoclip in cui la telecamera riprende dal basso. Anche se sei uno e ottantacinque come me ti viene da guardare in su per rispondergli. Tutti giganti ed è per questo che la conversazione è poco agevole. Ti viene persino da assumere la postura quella che si adotta con le autorità per non dare l’idea che hai l’intenzione di soverchiarle. Ti viene da rannicchiarti un po’ e magari non ce n’è una ragione. Sono tutti così sicuri e ti chiedi che cosa è successo prima che arrivassi tu, magari c’era un meeting interno tra demiurghi comprensivo di ricarica reciproca di autopercezione finale e quando è stato il tuo momento sei stato vittima dei primi spruzzi, come quando attivi il rubinetto e nel tubo c’è troppa pressione. Vivere da normodotato nella società dei titani non è poi così difficile se ci fai l’abitudine e adotti qualche tecnica di allungamento della spina dorsale come stretching per ovviare alla lordosi. Questi che ti parlano e tu che ti perdi nell’osservare le vette che a te non è stata data la dignità di scalare, dalla cima arrivano le voci e discorsi che non fanno una grinza indipendentemente dall’ambiente in cui ci si trova, a casa loro o in un campo neutro. Ma il rischio è di sopravvalutarli, e quelli sono ancora giorni diversi. Il ricordo della grazia ricevuta invita a idealizzare pensieri e opere altrui, ci si sente beati di luce riflessa e si cerca di far fruttare gli insegnamenti. Cerchi le loro emanazioni in rete, perché in rete ci sono anche loro, ma lì ecco che si rovina l’incantesimo. Nella relazione asincrona questi dispenser di saggezza globale non rendono. Perché le parole volano e i tweet rimangono molto più che nelle pagine scritte. Al terzo commento il gioco è finito, l’aura luminosa si spegne come una lampada Ikea di quelle più economiche, le vibrazioni si stampano contro il vetro infrangibile che è il monitor del pc dall’altra parte, indipendentemente dai cristalli liquidi, dall’hd e persino dalla risoluzione. Dovremmo ricordarci però di tutto questo, parlo per me perché so che voi lo fate già. Dovremmo ricordarci di tener la schiena dritta quando si conosce qualcuno, se poi siete spilungoni come il sottoscritto sono sicuro potreste avere delle belle soddisfazioni.
con la dittatura impressa nel dna
C’era uno spot televisivo, tempo fa, in cui tra centinaia di giovani vestiti tutti uguali in tuta blu e costretti a muoversi allo stesso modo solo uno, sfidando il regime che imponeva l’omologazione comportamentale, svestendo i panni della massa e adottando quelli vivaci e colorati dell’individualità, assurgeva a una rivoluzionaria quanto rischiosa emancipazione ostentando passi di una danza liberatoria e, a differenza del resto, estremamente occidentalizzante. Una esplicita metafora contro gli imperi totalitaristi orientali a sottolineare che solo il libero arbitrio e l’espressione del sé è in grado di completare la natura umana alla costante ricerca della propria componente dalla quale una oscura divinità ancestrale ci ha strappato via prima della nascita e alla quale aneliamo per tutta la vita, che non è la metà di Platone bensì la fama, il distinguersi, l’emergere. Ci pensavo proprio domenica scorsa mentre osservavo la coda fuori da un Arnold Coffee a Milano e, lì vicino, fuori da Grom. Una specie di Starbucks di cera il primo, visto che qui in Italia, nella patria del macinato e della napoletana, il noto brand americano non attecchirà mai e sarà per sempre osteggiato. Il gelato così buono che non è nemmeno più un gelato il secondo, che un marketing da manuale ha spinto al top dei consumi da passeggio nella patria delle cremerie. Già, perché di cosa siamo fatti noi italiani lo si vede essenzialmente da queste cose. Torrefazioni che fanno un caffè che spacca semideserte e gelaterie artigianali che gli stranieri pagherebbero a peso d’oro vuote e noi, abituati a stare con i più forti, pronti ad aspettare mezz’ore per essere serviti solo perché in astinenza da marchio riconosciuto. Ma che c’entra con la pubblicità con cui hai iniziato questo post, direte voi. Nulla, se non che è bello essere liberi di scegliere quello che scelgono tutti gli altri.
