Categoria: tv dei ragazzi
nel dubbio allora è meglio prenderla
Non vale rivangare cose da un passato così remoto perché stai attento, ché ho memoria da elefante sul lungo periodo anche se a malapena ricordo com’ero vestito ieri. Scherzo, lo so, ero vestito esattamente come oggi, come domani, come tre giorni fa. L’episodio a cui ti riferisci invece mi vede protagonista, anzi, comparsa con una giacca blu da marinaio acquistata al mercato ma al mercato di trent’anni fa, che tutti dicono fosse diverso dalle bancarelle dei cinesi di oggi. Boh, non ho un’opinione e questo è un dettaglio che invece mi sfugge. Comunque sto controllando nella tasca della giacca che non mi siano cadute le chiavi dato che cappotti e giubbotti sono stati messi uno sull’altro senza tanti complimenti, gettati sulla catasta di sedie inutilizzate nell’angolo in fondo della sala dove si sta svolgendo la festa. Anzi, dove quel raduno di ragazzini riuniti all’insegna degli ormoni in agitazione volge al termine. Tu hai portato da casa quella specie di armadio di tuo padre che è il riproduttore di cassette con tanto di diffusori per la musica. Una festa senza disc jokey ma qualche nastro preparato ad arte in anticipo. Pochi veloci e molti lenti, con l’obiettivo di stringersi tra maschi e femmine. Omosessualità latente e comunque non pervenuta in ambiente di oratorio parrocchiale. Hai allestito l’impianto e ora, mentre tutti ci avviamo a fine sabato pomeriggio verso le nostre abitazioni, lo stai smantellando e noto che c’è fibrillazione. La ragazzina a cui ti sei dichiarato alla fine prendendola per sfinimento dopo averle monopolizzato le danze sta chiedendo pareri alle amiche del cuore sulla risposta da darti che, manco a dirlo, sarà un bel no con l’accento. Ti capisco, sai quante volte ci sono passato anch’io. Come biasimarla, non fa parte del gruppo delle già sviluppate, quelle di là con il seno e l’aria da grandi; è ancora di qua tra quelle non ancora sbocciate. Malgrado sia consapevole della naturalità dei rapporti sentimentali, di te ma come di chiunque altro, non sa che farsene. E se non mi sbaglio credo di aver pensato proprio così mentre ti aspettavo per aiutarti nel trasporto dell’hi-fi ma tu tergiversavi con cavi e spinotti per allontanare il momento del verdetto. Che poi non è un grosso problema. Non sei come quello alto alto e imbranato che lo ho osservato tutto il giorno a stringere in maniera folle una ragazza ballando tanto da farle male, e lo ho osservato solo perché al suo poso avrei voluto esserci io. Ma nemmeno come il nostro comune amico biondo con i boccoli, quello che in ogni occasione coglie il meglio sulla piazza come se fosse un fatto dovuto che la più bella scelga sempre il più bello, e il più bello è lui. Se n’è andato via poco fa con quella che indossava il maxipull attillato sulle curve, quella sì che è già oltre il confine della vita, quello a cui aspiriamo tutti. Ma forse non sai che invece la ragazzina che ti si è rifiutata, me la ricordo bene completamente sviluppata molti anni dopo che faceva le smorfie in un contesto simile – un party di carnevale per universitari o giù di lì – perché non gradiva pogare su “Me and the farmer” degli Housemartins, reputandolo un brano da donnicciole inglesi e che avrebbe preferito come minimo quei tamarri dei Gun’s, sapendo persino scimmiottare le mosse del cantante con la bandana in testa aggrappato all’asta del microfono. Veri uomini. E sì, lei è proprio la stessa che, qualche giorno fa, ha postato sul suo profilo Facebook la stessa canzone della band del futuro Fatboy Slim dicendo che in passato era stata la colonna sonora di amene sgigottate con amici nella sua utilitaria. Nulla di più falso, ci metterei la mano sul fuoco. Per questo non ha senso rivangare cose da un passato così remoto perché c’è una cosa che non cambia mai e che puoi dare per scontato: allora, ai tempi delle mele, come oggi, in pieni Social Network, comprendere certi comportamenti femminili è una cosa fuori dalla portata di gente come noi, di quell’altro sesso.
non c’è più religione
A pochi passi dal mio nuovo ufficio c’è un esteso complesso scolastico di diversi gradi che comprende un oratorio parrocchiale, il che la dice lunga sulla proprietà dell’intero stabile grande quanto un quartiere a sé. Si tratta di un edificio dei primi del novecento il cui perimetro, frammentato da cortili delimitati da cancellate, a percorrerlo a piedi consente di smaltire un pranzo medio da giornata lavorativa.
La mattina è tutto un brulicare di genitori che accompagnano bambini, mamme e papà non più giovanissimi malgrado i figli in tenera età a cui si alternano analoghi quadretti di stranieri strutturati già più come l’opinione comune vorrebbe fosse composta una famiglia da un punto di vista della connotazione generazionale. Il che non vuol dire un cazzo, per carità, è solo che gli ultraquarantenni come me costretti nella postura da scudo protettivo verso l’esuberanza della progenie si caratterizzano per l’innaturalezza dei gesti di chi, con i capelli quasi bianchi, dovrebbe dare pacche sulla spalla a figli laureati o giù di lì e invece siamo ancora al livello delle gite al Museo Egizio di Torino. Ma – e chiudo questa parentesi da sociologia da tanto al mucchio – è evidente che un quartiere così come questo è abitato da gente che ha fatto carriera (per quelli come me che sono come loro ma non l’hanno fatta una qualunque indagine sarebbe banale) e dal relativo personale preposto all’aiuto famigliare. Tate, badanti, colf, portinai, tuttofare di evidente provenienza intercontinentale.
Verso le diciotto, invece, è tutto deserto tranne l’ingresso dell’oratorio, davanti al quale stanzia un gruppo di ragazzini sui quattordici o quindici anni, forse qualcosina in più. Notavo però le facce, l’abbigliamento e il comportamento di questo insieme piuttosto omogeneo che, a quanto sembra, frequenta il ritrovo parrocchiale o, almeno, sembra usufruire dei servizi di aggregazione. Un tempo i ragazzi dell’oratorio erano una categoria ben definita. Avete presente, no? Dicevi “quello è un ragazzo dell’oratorio” se intendevi uno un po’ babbionello, con il k-way chiuso e legato in vita come un’escrescenza corporea, gli occhiali con le lenti spesse e i brufoli, un taglio di capelli ordinario e una manifesta propensione alla conduzione di un’esistenza di fede e rigore. Nulla di negativo, anzi, vuoi mettere uno così con uno che da grande diventa come Pino Scotto o, peggio, Capezzone?
Ecco, i ragazzi che si ritrovano nei pressi dell’oratorio ubicato a un isolato dal mio ufficio, nel tardo pomeriggio, non sono così. Ascoltano Fabri Fibra con lo smartphone, sfoggiano creste e sputano, mentre le ragazzine vestono succintamente e molto attillato, discutono animatamente di tematiche tutt’altro che riconducibili alle Sacre Scritture e non invitano al contatto intergenerazionale. Anzi, diciamo che cambio il marciapiede proprio per non passare in mezzo a loro, per evitare di prendermi una pallonata, uno sputo sui pantaloni, qualche sfottò vista la mia appartenenza anagrafica. Insomma, tutto fa pensare a una categoria di giovinastri più affine a quelli che definiremmo teppisti di strada. Ed è strano, vista l’utenza del mattino. Nulla che richiami a una provenienza di buona famiglia o a un’estrazione di un certo livello. Chiaro che questa mia esposizione ottocentesca di una scena piuttosto comune a qualsiasi latitudine della nostra penisola è voluta e paradossale. I ricchi non mandano certo più in giro i propri rampolli adolescenti con i completi di lana e i papillon, e l’intamarrimento generale della nostra società è riuscito a superare le differenze tra le classi sociali più di ogni altro tentativo politico o culturale dei decenni passati. Più dell’associativismo, dei dopolavori, dei concerti di Pollini nelle fabbriche e delle gite sui campi da sci a prezzi popolari. Il problema è che tutto è omologato verso il basso, e questo sì, lo ammetto, è un giudizio morale.
adulti da almeno quattro generazioni
Federico ha un fratello di trentasei anni. Non ci sarebbe nulla di strano in un’affermazione di questo tipo, se Federico non fosse un compagno di classe di mia figlia ed entrambi di anni ne hanno quasi nove. Poi so chi è suo papà, è di poco più giovane di me per cui è da scartare anche solo l’ipotesi che una volta sposato abbia adottato un ragazzo di sei o sette anni in meno di lui. Perché se così fosse, correrei a farmi adottare da qualche magnate del petrolio o da un miliardario prossimo a tirare le cuoia, in modo da godermi l’eredità per i miei secondi quarant’anni. Ma tutto questo per dire che quando ti sembra che i tuoi figli siano già così cresciuti, ti spiazzano con uscite del genere che ti fanno capire che di strada ne devono fare ancora tanta.
Questo non mi ha impedito – già che eravamo a cena lei ed io da soli e sembrava particolarmente propensa al dialogo – di riportare la conversazione su binari meno ionescani e maggiormente contestualizzati agli argomenti più caldi del momento, giusto per tornare sul tema. Che cosa avrà chiesto Federico a Babbo Natale, tanto per cominciare. Mi interessano di più le sue richieste di quelle del presunto fratello trentaseienne, che posso immaginare che tipo di desideri possa esprimere visto che il padre ha già regalato a Federico un iPhone dopo che lui si è concesso il modello nuovo, quello che costa un occhio della testa. Ma i dubbi sulla statura morale degli adulti nascono anche se ti capita di ascoltare le conversazioni in cui tra genitori ci si svelano trucchi come quello di darsi da fare all’alba dei giorni di festa con l’aspirapolvere a palla solo per impedire che il proprio figlio prolunghi la sua permanenza nel letto, a dormire fino a tardi.
Perché è vero che c’è una bella differenza tra lo svegliarsi alle 6:30 del mattino e uscire nel freddo per recarsi a scuola o al lavoro piuttosto che rispettare gli stessi orari ma per svolgere attività più soddisfacenti. Un hobby, una passione, uno sport. Ciò non toglie che venire a conoscenza di strategie a conferma di una dietrologia tendente all’ossessione manda in vacca tutto un percorso di costruzione di attendibilità e autorevolezza basato proprio sullo spessore etico. Tanto vale spalancare porte e finestre, aprire l’aria viziata dei figli viziati al gelo e ai gas di scarico nel senso di emissioni vere, quelle delle auto, e imporre un regime da caserma? Con che faccia vi presenterete la prossima volta in cui chiederete loro di seguirvi come esempio?
Del resto gli episodi in cui la credibilità dei vertici famigliari viene messa a dura sono all’ordine del giorno e vanno oltre gli adolescenti che trovano confezioni di preservativi nel cassetto del comodino di papà. Padri che broccolano sui social network ignari del resto del mondo che li mette alla berlina sfruttando quel panopticon virtuale il cui pannello di gestione della privacy è sconosciuto ai più. Madri che si conciano che è meglio lasciar perdere. I pargoli che oggi smanettano coi più evoluti dispositivi hi-tech senza nessun filtro sui contenuti sono gli stessi che qualche decennio fa giocavano a strip poker con le amiche nelle capanne costruite sugli alberi. Quindi stiamo calmi che lo spettacolo che offriamo non è certo dei migliori.
Ebbro di una divagazione così tossica che già mi sento la febbre, ecco un altro appiglio per tornare nel mondo delle fiabe. Papo, mi chiede la piccola ora, ma Babbo Natale come fa ad avere quattro virgola cinque miliardi di chiavi per aprire tutte le porte del mondo? Cara, le rispondo, vuoi che uno che riesce a consegnare quattro virgola cinque miliardi di pacchi in una notte non abbia una chiave universale in grado di aprire qualunque serratura? Però ricordati, aggiunge lei, ricordati che Livio è musulmano, da lui non va Babbo Natale ma una specie di suo aiutante.
supergulp
Sono contrario, e lo dichiaro qui, alla deriva “teen” che hanno preso le sceneggiature degli episodi delle nuove serie di Scooby Doo, o Scubidut, come lo pronunciava mia figlia da piccola. Era il caso di intrecciare le trame horror barra poliziesche della “Misteri & Affini” con le schermaglie sentimentali tra Fred e Daphne, da una parte, e Shaggy e Velma dall’altra? Tutte quelle smancerie e tira e molla, che non sai mai come va a finire e cioè se poi nell’intimità del furgone qualche avance se la fanno, per non parlare della presunta possessività di Velma che vede come principale ostacolo alla sua serenità di coppia la fedeltà di Scooby al suo padrone. Meglio cambiare canale. Stasera, su Rai Yoyo e Rai Gulp, c’è stata un’infilata di disegni animati mica male. Il professor Baltazhar e il suo ingegno da guerra fredda. Poi l’ottimo Nat e il segreto di Eleonora e la sua fantasia un po’ retro e a due dimensioni, fino a una delle produzioni migliori di Hayao Miyazaki, Il castello errante di Howl. Insomma, se i soliti cartoni non vi soddisfano più, a voi e ai vostri piccini, al sabato non mancano alternative valide, così da non rimpiangere Scacciapensieri.
l’ora di applicazioni tecniche
Tre bambini, tre giovani promesse della scienza e dell’invenzione. Il primo sogna di brevettare una pellicola trasparente protettiva in PVC, una specie di domopack con cui avvolgere completamente il proprio corpo a formare uno strato privo di imperfezioni tale da risultare invisibile. Lo scopo non è quello di conservarsi in frigo, ma proteggersi da schiaffi, pugni e calci. Si tratta infatti di una seconda pelle artificiale che rende imbattibili e consente di affrontare con coraggio i bulli e vincerli solo con la resistenza alle loro angherie violente. Il secondo, un po’ più già sentito, anela all’invisibilità ma non per spiare le donne che si spogliano come farebbe chiunque. Lui si limiterebbe all’assaggio di gelati per stilare una classifica dei prodotti più genuini. Per rendere più efficace il suo sistema troverebbe anche il modo di estendere l’invisibilità persino alla materia appena sfiorata dal corpo già invisibile, questo per non far scorgere a terzi le cucchiaiate di gelato levarsi dai contenitori nei pozzetti e scivolare giù, dalla lingua al palato fino all’esofago. Il terzo è il mio preferito. Un sistema per scrivere sulla parte posteriore delle palpebre in modo da leggere a occhi chiusi. Lo scenario tipico è la scuola. I ragazzini che non è che hanno così tanta voglia di studiare possono incidere le risposte con un inchiostro particolare sulla membrana interna, quella a contatto con le pupille, così chiudendo gli occhi sarà possibile trovare le risposte alle inique domande degli insegnanti. Sarà sufficiente un impercettibile battito di ciglia trattenuto qualche secondo in più per avere sempre pronta la risposta giusta e non rischiare brutte figure e voti negativi alle interrogazioni. Il rischio è prenderci gusto, trattenere le palpebre chiuse sempre più a lungo, leggere il testo scritto sotto più volte sino ad addormentarsi, e per questo ognuno è pronto a giurare che trovare un antidoto è impossibile.
qualcosa di te
Aprire una busta o un pacco e trovare dentro un brandello umano è stato uno dei miei peggiori incubi durante l’infanzia. Chi è cresciuto negli anni settanta non ha avuto certo di che annoiarsi in quanto a paure suscitate dai fatti di attualità, e l’idea di quella macabra corrispondenza in transito sopra le nostre teste o mescolata alle comuni cartoline delle vacanze nei vagoni postali mi faceva rabbrividire. C’era anche il terrore che qualcuno mettesse una bomba nel portone, o di trovarsi coinvolti in una rapina a mano armata. Tutto merito del telegiornale all’ora di cena che è stato per almeno quindici anni un bollettino di guerra e che ci faceva vedere facce poco rassicuranti di ricercati, terroristi e delinquenti comuni che rilasciavano dichiarazioni ai giornalisti o dalle sbarre delle gabbie durante i processi, il che dava l’impressione che comunque la cosa non finiva lì. Poi gli animi più sensibili si portavano quelli come ultimi ricordi prima di addormentarsi, quindi potete immaginare che cosa il subconscio infantile era in grado di sceneggiare una volta spenta la luce.
Ma quella dei pezzi tagliati ai rapiti per dimostrare la veridicità del gesto mi aveva impressionato quasi più dello sguardo cinico di gente del calibro di Mario Tuti o Guido Giannettini. Il sequestro di persona è stata un’attività criminale che ha avuto una diffusione molto ampia in quel periodo, ora non ho dati alla mano ma per quello che mi ricordo tra il banditismo, i gruppi terroristici e la delinquenza organizzata era un continuo rapire persone a scopo di estorsione. Oltre a De Andrè, uno degli episodi più noti è stato quello di Paul Getty, o meglio John Paul Getty III, il nipote dell’omonimo petroliere americano rapito dalla ‘ndrangheta nel 1973. Come ricorderete, per spingere la famiglia a pagare l’oneroso riscatto, i sequestratori mozzarono un orecchio all’ostaggio e lo fecero pervenire alla famiglia, una pratica oltremodo barbara che, alla luce poi di molti altri cruenti episodi accaduti, non fu nemmeno una delle cose più crudeli perpetrate all’opinione pubblica, oltreché alle persone coinvolte.
Ma quello che mi sconvolse di più fu la foto di Paul Getty dopo la liberazione, mostrata con indifferenza alle otto di sera a grandi e piccini. Il profilo menomato dell’uomo trasferiva tutto il senso della libertà individuale interrotta con la violenza e la costrizione, il che potrebbe suonare strano tra notizie assai più forti come la guerra in Vietnam, le stragi, i conflitti tra stato e gruppi armati. Ma i bambini più semplici, come potevo essere io, non hanno quella sensibilità globale di pensare così in grande. Il perimetro domestico è lo spazio da difendere, l’internazionalismo e la solidarietà collettiva sono concetti troppo evoluti per una coscienza immatura. Confessai questa fobia a mia mamma, le dissi anche che avevo una giustificata convinzione di poter temere il mio rapimento. Lei mi rassicurò sul fatto che le persone poco abbienti come noi non avevano nulla da temere. Nessuno rapisce qualcuno se non c’è la possibilità di ottenere miliardi, mi disse, noi siamo fuori pericolo, non ti devi preoccupare. Che fortuna essere poveri, pensai. Ed ecco, vorrei sbagliarmi, ma quella è stata, credo, l’unica volta.
shazzan!
Sarebbe interessante allestire un Facebook ombra raccogliendo e organizzando le parti tagliate delle foto dei profili degli iscritti. Avete presente vero quelli che non trovano di meglio che prendere una foto scattata in compagnia al mare, durante una cena, in ufficio o – le peggiori – stretti al proprio partner e riciclarla come immagine individuale dopo aver ritagliato il quadrato in cui inscrivere il proprio faccione gaudente incuranti dei particolari che lasciano dedurre la presenza di qualcun altro lì vicino? Una porzione di viso, un arto, i capelli. E spesso non si tratta nemmeno di placeholder temporanei, perché restano lì per mesi e anni e ci sarebbe da chiedersi che fine hanno fatto i rimasugli della versione originale della foto, che è vero che stiamo parlando di byte e non di carta fotografica, ma allo stesso modo del formato materico estromettere da uno spazio pur privato uno o più comproprietari di un bene come un istante di vita comune immortalato da una macchina digitale suona come una mancanza di rispetto. La prima cosa a cui penso quando mi imbatto in questi trattamenti sommari e spesso eseguiti con pressapochismo è che l’autore che si ritaglia – è proprio il caso di dirlo – il ruolo da protagonista unico ha volontariamente commesso un atto di disprezzo nei confronti di un ex, amici con cui ha litigato, famigliari che rivede solo in tribunale rappresentati da legali avversari. E credo che se capitasse a me di riconoscere qualche mio particolare anatomico sullo sfondo di un primo piano sorridente chiederei l’immediato intervento di rimozione tramite fotoritocco qualora l’interessato non volesse per nessun motivo far rientrare anche me nella sua pagina utente. Perché, che diamine, possibile che hai solo quella foto lì? Piuttosto metti una foto in controluce, con delle automobili sullo sfondo, o scattata da lontano così non si capisce né chi sei tu e né di che paesaggio si tratta quello che hai voluto a tutti costi che i visitatori del tuo profilo associassero alla tua persona. Ma, dato che da cosa nasce cosa, ho avuto un’idea. Un concorso. Ricordate quel cartone animato di quei due fratelli ognuno dei quali indossava la metà di un anello, la cui unione evocava una specie di genio della lampada di nome Shazzan? Ecco, quando troviamo una foto palesemente tagliata, e se si tratta di due persone guancia a guancia in cui la scissione risulta ancor più dolorosa e non solo per la parte mancante, sguinzagliamoci come segugi nei social network per trovare la porzione complementare. Ricomponiamo la foto e inviamola ai relativi proprietari, qualcosa di magico sono certo che succederà.
o son desto
Uno dei principali scopi della vita che rincorro senza tregua è quello di non diventare il soggetto, tantomeno il protagonista, degli incubi da adulta di mia figlia, quelli che fanno capolino come conseguenza di latenti idealizzazioni distorte dei propri genitori derivanti dall’esercizio esasperato del suddetto ruolo in difetto o in eccesso. Comportamenti che il nostro subconscio assimila in tempo reale ma sublima più avanti sotto forma di cose tipo plotoni di esecuzione nazisti, facciate di edifici di edilizia popolare di fine ottocento da cui calarsi senza corde e imbragatura, talvolta pure senza vesti. Cadaveri dal taglio di capelli tipicamente anni 70 che si materializzano negli spazi comuni condominiali con cartelli contenenti messaggi arcani scritti con il sangue e appesi al collo. Fughe lungo sentieri carnivori da autoarticolati che in confronto il mostro meccanico guidato da Bjork nel video di “Army of me” è la Bianchina di Fantozzi. Ché di cose di cui aver paura ce ne sono già a bizzeffe e senza contare la pesantezza del cibo con cui ci si sazia la sera prima di coricarsi. Meglio contenersi a visioni oniriche la cui gravità non va oltre classici come l’inadempienza alle responsabilità personali a seguito della preparazione inadeguata agli esami della vita, quello di maturità in primis, e preoccupazioni standard da esorcizzare prima o poi liberandosi anche solo in senso metaforico di oggetti, giocattoli, case o porzioni di automobili come ha fatto l’amico Speakermuto.
ancora un post sulla strage di Bologna
Quelli non proprio ricchi, quelli che hanno una casa per le vacanze ma solo perché è la vecchia casa in campagna dei bisnonni, dove ci finisce tutto ciò che nella casa di città non trova più posto. Le cose vecchie, magari rotte e poi aggiustate. I doppioni e le seconde scelte, adatte per la seconda casa. A meno di non avere risorse tali da potersi permettere la massima qualità e il comfort ovunque, e c’è gente che può farlo. Ci si trovano quindi vestiti, lenzuola e coperte, stoviglie, mobili e mobiletti, elettrodomestici che, pur trasferendo un legittimo senso di provvisorietà, finiscono per arredare in modo definitivo i locali in cui si trascorre qualche settimana all’anno o poco di più. Si tratta di cose che con il tempo si impregnano dell’odore di quegli ambienti paralleli alle nostre vite, e se provate a promuovere alla massima divisione questi oggetti di serie B difficilmente lo perderanno, anche in senso lato. Una volta avevo portato in città la mia bicicletta che, per motivi di sicurezza stradale, utilizzavo solo in campagna, ma è successo una volta sola. Sembrava fuori dal suo ambiente, costretta a percorrere asfalto urbano anziché terra battuta mista a pavimentazione rurale. Poi un teppistello mi aveva pure fregato lo specchietto retrovisore, e a dirla tutta non mi trovavo nemmeno così a mio agio nel traffico con quel mezzo a due ruote pensato per il fuoristrada. Ma il caso più eclatante di beni di risulta che di certo non miglioravano l’esperienza di villeggiatura era la tv. La tv della seconda casa, la tv di riserva, era una Magnadyne portatile arancione che oggi fa la sua bella figura con il suo design anni 70 a casa mia, e se non fosse per colpa del digitale terrestre funzionerebbe ancora. Su quel televisore in bianco e nero e a 4 programmi ho assistito a tutti i principali eventi estivi della mia infanzia, a partire dalle olimpiadi e i mondiali di calcio anche se l’estate per me era principalmente all’aria aperta, e a parte qualche appuntamento obbligatorio con cartoni e telefilm trasmessi all’ora di cena la sfruttavo solo nei giorni di pioggia. E da quella scatola arancione sono passate anche le notizie di cronaca, che a cavallo tra i 70 e gli 80 non erano mai piacevoli. Nemmeno in estate c’era un po’ di tregua.
tempo variabile
Rientrando in bici, consumato un gelato dopo cena tra la brezza della sera di un’estate tutto sommato mite e la solita ricognizione di zanzare, ho notato mia figlia osservare con interesse i gruppetti di adolescenti in libera uscita. Le ragazze con gli shorts di jeans per mano ai ragazzini e quel modo totalizzante di vivere la compagnia e il fascino dei pari che si ha solo a quell’età, che è una cosa che terrorizza ogni genitore, il sottoscritto in primis. E quasi a volerselo tirare contro, sono stato freddato all’istante con un commento inequivocabile, “non vedo l’ora di avere sedici anni”. E quando le ho chiesto perché, che cosa la attirasse del doppio della sua età attuale, mi ha risposto adducendo esempi che possono essere ricondotti a una idealizzazione dell’indipendenza e del desiderio di vivere esperienze al di fuori della famiglia, inclusa la sfera sentimentale. Ho retto il duro colpo, peraltro inferto come se fosse naturale – che poi è naturale – che una bambina veda con ammirazione gli adolescenti e aspiri a crescere. Così mi sono speso in un velato suggerimento nel considerare tutti i vantaggi dell’essere più piccoli, spiegandole che anelare ad attraversare in fretta periodi della propria vita per raggiungerne altri è un peccato, viste le peculiarità e le gioie stesse che ogni fase della crescita ci riserva. Senza contare che l’infanzia è una dei migliori, e non solo perché si ha tutta la vita davanti. Ma come per incanto è accaduto il capovolgimento di fronte, il vero indice rivelatore di un’età di mezzo e di preparazione. Una volta a casa, concessa la possibilità di seguire un cartone insieme prima di coricarci, mia figlia ha scelto un episodio dei Barbapapà, personaggi e storie che le piacevano in età prescolastica. Non vi nascondo il piacere egoistico che ho provato nel ritrovare, di fronte a quella surreale e fantasiosa famiglia di trasformisti, la mia bambina di otto anni e il divertimento allo stato puro. Ma giuro che non l’ho dato a vedere.