Categoria: verba volant
aiutatemi: che giorno è il 27 gennaio?
Non è vero che con l’approssimarsi del Giorno della Memoria si moltiplicano gli speciali in tv dedicati all’iniziativa, il mio è una sorta di negazionismo e sostengo questa posizione anche ora, appena dopo aver seguito fino alla fine un documentario su Dachau che, prima di coricarsi, non è propriamente uno spettacolo che ti rimette in pace con il mondo. O meglio sì, sotto un certo punto di vista, ma non voglio rovinare il finale di questo post.
Non è vero, e torno all’incipit qui sopra, ed è facile provarlo perché basta sintonizzarsi su Rai Storia a qualunque ora in qualunque periodo dell’anno. La percentuale di possibilità di trovare un programma sulla Seconda Guerra Mondiale o affini è elevata, d’altronde a volte uno si chiede se ci sia da parlare d’altro trattandosi della madre di tutti i conflitti e, già che siamo in tema, di tutte le campagne elettorali. L’alfa e l’omega di ogni discussione, quello oltre il quale non si può rilanciare e chi lo fa, statene certi, ha simpatie nazifasciste e, come tale, dovrebbe risultare agli antipodi delle vostre frequentazioni. L’argomento che supera in gravità qualunque altra cosa, i film di Tarantino, i saldi, gli zarri come Corona. Provate a inserirvi in una conversazione altrui, per esempio se avete un ufficio dotato di cucina dove in pausa pranzo è facile far parte di crocchi ai tavoli mentre si consuma tutti insieme il panino o la schiscetta. Provate a inserirvi e a dire la vostra sui cadaveri che avete visto la sera prima in tv, che ogni anno con l’approssimarsi del Giorno della Memoria capita che vi cambino l’umore, vi diano il senso delle priorità e ridimensionino alcuni fenomeni di attualità, come la crisi economica, a una gita a Gardaland (cit.), al confronto. Provate a sottolineare il contesto in cui sono stati presentati quei cadaveri, ovvero l’ammasso di cadaveri. Cadaveri caricati a mucchi su pale e depositati in fosse comuni, cadaveri mescolati che non si capisce dove inizi l’uno e finisca l’altro. Ora, a parte essere un tema inappropriato per una situazione conviviale, state certi che nessuno poserà il panino o riporrà la forchetta e si addentrerà con voi in questa riflessione. Anzi, è facile che da quella pausa pranzo in poi i colleghi cerchino di evitarvi.
Possiamo così ammettere che con l’approssimarsi del giorno della memoria su quello che poi alla fine è il mio canale Rai preferito si vedono un po’ meno mascelloni autoritari e traditori in camicia nera della loro gente – che poi la nostalgia successiva ne ha edulcorato la portata creando il mito, anche in questo caso si tratta del mito di un cadavere – e più cadaveri che così cadaveri non li avete mai visti, nemmeno a CSI. Vero? I cadaveri dei campi di sterminio come Dachau che si vedono nei documentari sono più morti degli altri. Così magri, così vilipesi, così omologati e indistinguibili. Così morti. Per questo vorrei rivedere il concetto di iperrealtà, perché non c’è più iperrealtà che la morte ma non la morte normale, bensì la morte che dà vita – per modo di dire – a cadaveri di quel tipo. Ecco, l’ipermorte e i suoi ipercadaveri che sono talmente oltre l’ordinarietà della tragedia che non ce l’immaginiamo nemmeno. E magari quei burloni dei negazionisti e dei nostalgici vogliono forse dirci questo, che si tratta di un punto così sopraffino della crudeltà che non è immaginabile e non attribuibile ad alcuna follia umana, nemmeno quella le cui vestigia oggi troviamo venerate in numerosi gruppuscoli di neonazifascisti che, peraltro, si arrogano la libertà di presentarsi persino alle elezioni e la cui frequentazione e amicizia vi invito ancora una volta a negar loro.
C’è solo un modo, e ve lo suggerisco qualora una di queste sere vi trovaste a seguire come ho appena fatto io un documentario su Dachau, un solo modo per riprendere le fila della storia, capire perché malgrado a molte cose non sia mai stata data la giustizia che meritavano siamo comunque arrivati sino qui, a discutere dei film di Tarantino, della crisi economica o di quello zarro di Corona anziché di ipercadaveri morti in un modo che probabilmente non possiamo nemmeno immaginare, e a permettere a organizzazioni neonazifasciste di fare quello che fanno (hanno persino formazioni musicali atroci, che forse è uno dei crimini peggiori per i quali dovrebbero essere messe alla berlina).
L’unico modo è seguire quei documentari fino alla fine, perché solitamente vengono concentrate per tutta la loro durata le immagini di mucchi di ipercadaveri morti chissà come e la voce di testimonianze dirette, donne e uomini scampati alla ipermorte e che hanno vissuto la loro ipervita fino ai tempi di quello zarro di Corona, e chissà ancora per quanto e quanti ne rimangono. Perché alla fine ci lasciano sempre con parole di speranza, sostenendo che cose come quelle che hanno subito loro non dovrebbero accadere più. Malgrado aver trasportato carrette colme di ipercadaveri verso i forni crematori sono proprio loro ad assicurarci che c’è una speranza. La stessa che si sono inventati per sopravvivere in prigionia e anche dopo, che se avete seguito la logica strampalata di queste mie considerazioni, a questo punto potremmo definire ipersperanza. Quella talmente impossibile da avverarsi che poi succede e vale più di tutto il resto.
credits
Quante volte lo diciamo e lo sentiamo dire, è una delle prime parole che impariamo forse la terza dopo mamma e papà perché ogni cosa che chiedevamo o che ricevevamo in dono spontaneamente da altri la domanda di rito era “come si dice?”. Da lì il prematuro “azie” è diventato “grazie” una volta acquisita la pronuncia delle consonanti appiccicate, troppo strette per un palato sdentato. Ed è giusto così, l’educazione è il fattore vincente nella vita attraverso il quale sei rispettato e rispetti il prossimo. Poi però è come se la garbata accortezza del restituire una cortesia si trasformasse in una risposta automatica senz’anima e non ci facciamo più caso. Perché lo ripetiamo come una eco anche alle cose che ci sono dovute, per ostentare cordialità quando vorremmo cambiare i connotati altrui, al telefono quando le leggi delle conversazioni vocali impongono di tenere sempre il sorriso sulle labbra, pare che dall’altra parte faccia la differenza ma non chiedete a me se è vero, non lo so e non me ne accorgo ma prometto di provarci la prossima volta. Non parliamo poi dei dialoghi virtuali, è un tutto un grazie e prego via e-mail che poi non la finiresti più giusto per sfizio, perché non è il caso, non siamo uno di fronte all’altro, per me se mi mandi un messaggio di posta elettronica anche se c’è su il tuo nome potresti essere chiunque, anche un’entità dal mondo dei morti o un software che spedisce ringraziamenti a caso. Il cerchio si chiude quando la conversazione è imbevuta di formalità professionale, e quando rivolgi un ringraziamento dovuto il destinatario ti risponde con un “no, grazie a te” e tu rimani lì stupito perché pensi che cosa hai fatto per ritorcerti contro quella catena di smancerie superflue quando ci sono dinamiche e riporti a smascherarne l’inutilità. Ma questo è il gioco dei rimpalli, l’eterna partita a lanciarsi dall’uno o l’altro campo il primato della correttezza e l’allegato fattore svilente che questo comporta, uno strascico di convenzioni che ne annulla la portata rivoluzionaria. Liberarsi di un fardello. Restituire la fatica di ammettere la necessità altrui che ricerchiamo, pesante come una palla medica. Grazie per l’attenzione.
grazie a dio è venerdì
- Mamma, ho paura delle mestruazioni.
- Non preoccuparti amore, hai 8 anni, devi crescere fino all’età di tua cugina per averle e puoi stare tranquilla ancora per un po’.
- Ma fanno male?
- No, solo un po’ di mal di pancia il primo giorno.
- E quanto durano?
- Dipende, più o meno cinque giorni.
- Allora finiscono per il fine settimana?
prima di addormentarci
Papà, ma come si fa capire se parlando un inglese dice “ma” o dice “pipistrello”? Bella domanda, rispondo io, è come se un inglese non capisse se un italiano gli ha risposto affermativamente o intende la settima nota della scala di do. E il do come si fa a distinguere da dò nel senso di ti dò un regalo? Mi chiede ancora e poi ride perché ha capito che si può rosicchiare ancora qualche minuto prima del bacio della buonanotte. Come si fa? Fa o fa? Si e fa? E cerca di cantarmi proprio le note, ma le prende a caso e non pretendo l’orecchio assoluto a otto anni. Spegniamo la luce, dai. Anche se ormai non dormirò così faciilmente, perché il gioco può continuare all’infinito e chissà dove arriveremo, io nella mia testa e lei nella sua, fino a domattina.
il mestiere di tua madre
Anna ha diciott’anni e si sente tanto sola, in realtà ne ha di più di anni ma si sente sola lo stesso perché è vittima fresca di giornata degli insulti di un energumene di cui non immaginava l’esistenza fino a stamane quando lo spazio intorno a quello immeritatamente occupato dall’omaccione si è ristretto a causa dell’overbooking di un treno locale. Ma l’omaccione non ha ridotto di un millesimo di millimetro la propria porzione di cubatura e nemmeno si è spostato, attirando le ire di Anna che faceva di tutto per non perdere la prima ora di lezione al Politecnico.
Anna ha fatto notare a quell’ammasso di muscoli che gli sarebbe stato sufficiente spostarsi di un passo per consentire ad altri di salire a bordo, lo ha fatto notare gentilmente, poi ha calcato sulla necessità dell’esercizio del buon senso per permettere a tutti di prendere il treno, poi ha infilato nella preghiera qualche parolaccia, un’escalation determinata dalla scarsa propensione della bestia antropomorfa a lasciar spazio a terzi. Allora Anna si è visibilmente scaldata, e alla preghiera e a qualche parolaccia ha aggiunto un solenne vaffanculo che è stato scorto come un palloncino pieno d’acqua passare sopra le teste delle decine e decine di passeggeri pressati che separavano lei, aggrappata ai sostegni ma ancora con i piedi fuori dalla vettura, dal voluminoso destinatario all’altro lato del vagone, fino a schiantarsi sulla faccia incredula sovrastante quel groviglio semovente di carne dopata.
Il quale, nella palese impossibilità di un confronto vis-a-vis, l’ha insultata dandole della zoccola, mimando il gesto della circonduzione del polso con borsetta che la semiotica popolare associa all’attività di soddisfazione di piaceri sessuali a pagamento, con l’aggiunta di allusioni verbali sul tipo di prestazione in superfluo spirito didascalico. Che un uomo dotato di cervello e volontà possa utilizzare quel tipo di insulti completamente decontestualizzati come arma di offesa avvalendosi della sua prestanza fisica e della soggezione che genera negli altri è inconcepibile, a un vaffanculo si risponde con un vaffanculo e non dicendo tu sei una puttana torna al posto di lavoro ammesso che qualcuno voglia pagarti.
Le porte del convoglio si sono chiuse e Anna si è seduta a piangere accanto a una signora ucraina che non capiva il motivo dello sconforto, chissà come si insulta una ragazza nella sua lingua, chissà se a Kiev o nei sobborghi limitrofi qualcuno avrebbe reagito lanciando l’inutile zavorra vivente – e relativa capacità di apporto costruttivo alla crescita del genere umano – giù dal treno in corsa per abbandonarla al destino che si merita. Purtroppo non ho assistito alla scena, questo aneddoto mi è stato raccontato, se fossi stato lì sicuramente gliela avrei fatta vedere io.
più di là che di qua
Si passava da una festa all’altra, a quanto pare c’era sempre qualche cosa da festeggiare. Un compleanno o una laurea, il vernissage di una nuova casa o la dismissione di quella precedente, la festa d’addio di qualcuno. Eventi organizzati da privati che poi alla fine diventavano pubblici tanto che in certi appartamenti c’era paura che il pavimento crollasse, case antiche i cui costruttori non avevano minimamente pensato alla portata massima in peso, con l’aggravante del ballo che non so se peggiori la situazione, ma suppongo di sì. Una sera proprio per una casualiltà di questo tipo aveva avuto origine una sorta di leggenda metropolitana, il piano su cui si affacciavano i due appartamenti i cui proprietari avevano unito gli sforzi organizzativi si era crepato, stiamo parlando di una abitazione medioevale che forse aveva resistito ai saraceni ma non al centinaio di giovani adulti ospiti dell’artista tedesco e della sua vicina.
Ma il bello di quella trovata era che si poteva passare da una casa all’altra. Da una parte c’era la musica, l’appartamento A comprendeva una sala abbastanza grande per un party danzante, e malgrado la penombra riconoscevi le solite facce, quello altissimo biondo amico di non ricordo chi, l’architetta con i capelli corti e gli occhiali da nerd che si metteva a piedi nudi per ballare quando era ubriaca, ma non pensate a balli sfrenati o a chissà cosa. La musica era molto sofisticata, da club, poco rock e più sul versante dub e elettronico, fino alla lounge che era per palati fini.
Dall’altra, l’appartamento B, si poteva mangiare e bere, i meno danzerecci restavano in pianta stabile lì a spettegolare su tutto, danzerecci compresi. Immancabili i due proprietari del negozio di abbigliamento femminile del centro, oramai con i capelli bianchi ma elegantissimi nei loro dolcevita attillati, due molto raffinati che malgrado le vite sentimentali disastrose non avevano mai ammesso la loro attrazione reciproca o forse si ma la cosa non era di dominio pubblico. Stazionavano nei pressi di un catino pieno di un cocktail colorato che sconsigliavano apostrofandolo come sciacquatura di coglioni. Poco invitante, decisamente.
Poi così come ci si sentiva straordinariamente a proprio agio e pervasi da un divertimento mai provato sino ad allora, così a un certo punto ci si ritrovava fuori, in più di quelli con cui la serata era cominciata, e pronti a tirar tardi in un locale o in un’altra festa. Non era facile per gli outsider venirne a conoscenza, si trattava di un ambiente piuttosto esclusivo e ristretto, ma gli inserti di nuova linfa umana, quasi sempre maschile, erano tuttavia percepiti come un segnale positivo.
E non era nemmeno il caso di portare nulla, in caso di invito, chi metteva a disposizione la propria casa aveva tutto e un gesto di cortesia, un paio di bottiglie o una torta salata, sarebbe passato inosservato. Gente come il gemello insopportabile della coppia di omozigoti praticamente indistinguibili a malapena si accorgeva della tua presenza in casa sua, quel gigantesco labirinto strappato a un prezzo di affitto irrisorio alla curia con cui aveva forti agganci di famiglia. Portare un vino pregiato significava versarlo direttamente nel cesso, troppa superficialità. E anche quando te ne andavi oramai erano tutti troppo sbronzi per notarlo, non aveva senso nemmeno ringraziare il padrone di casa. Fare conversazione era comunque estremamente semplice, era sufficiente non lesinare in complimenti a chiunque ti rivolgesse la parola. A meno che non si decidesse di sparlare su qualcosa o qualcuno, ma occorreva aver ben chiaro chi fosse in buoni rapporti con chi.
Poi, e probabilmente è successo nell’ultima festa di quella stagione di spensieratezza, ci smascherammo a vicenda, eravamo entrambi così stremati dalla vita professionale che lasciavamo con serenità che nel weekend ci fosse qualcuno – il nostro partner di allora – che guidasse per noi. Ci incrociavamo agli stessi orari due volte la settimana, ogni lunedì mattina e ogni venerdì sera, e c’era già abbastanza materiale da unirci in cameratismo. Il fatto che qualcuno mi avesse riconosciuto pur conoscendomi di meno di tanti altri mi fece sorridere amaramente, sapete quel sorrisetto che si fa quando ci si trova a imitare gli attori cool dei film. C’erano un paio di birre nel frigo, forse le ultime ma sarebbe troppo scontato per un finale della storia, tutto da trascorrere giù in strada a progettare di mettere su una agenzia new media a Milano.
è inutile che ti agiti così, sono tutti in sciopero
detto tra i denti
Non notate nulla?, ha chiesto interessata. E come avremmo potuto non notarlo, la conferma a portata di mano che i più ricchi si fanno l’impianto, le persone normali il ponte, i poveracci si lasciano gli spazi vuoti, come se qualcuno avesse giocato a m’ama o non m’ama tra le gengive, oddio che schifo. Perché quello di perdere i denti è uno degli incubi ricorrenti che le ansie diurne fanno maturare durante il sonno, ma anche quello di non potersi permettere le cure di un dentista non è quello che si dice propriamente un idillio. E invece lei ha avuto più di un’opportunità nella vita, signora mia, e ha scelto l’opzione A, quella di lusso, tutta l’arcata nuova di pacca per la quale ha speso – sono parole sue, non mi permetto alcuna illazione – decine di migliaia di euro tanto che suo marito, cinico quanto basta sul fatto che una persona di una certa età come lei abbia preferito un intervento del genere a una più comune dentiera, non perde un istante a ricordarle che ha la fortuna di avere un box doppio, in quella bocca.
la prima ora delle vacanze di Natale
Mentre esco con mia figlia per mano dal cancello del cortile di mia suocera e lei mi sta travolgendo con il solito mix di domande e di cose da raccontare una dietro l’altra che non riesci né a rispondere e tantomeno a intervenire perché è già quattro ore che non ci vediamo e in quelle quattro ore sono successe tante, troppe cose, e per fortuna questa volta sono in vacanza, anzi sta trascorrendo la mia prima ora ufficiale di vacanza e non me ne sono ancora reso conto del tutto. Ma sono lì al cancello di questo insieme di condomini di una cooperativa che sembra un po’ la periferia di una città qualsiasi del Patto di Varsavia, però potremmo essere sui gradini della Défense a Parigi perché non è l’architettura che fa la felicità ma quel pezzo di me che ho per mano e tutto è perfetto, e dietro di noi arriva zoppicando la signora con la barba e il bastone, la conosco di vista perché abita lì e avrà almeno novant’anni che, a parte la barba, spero di portarli così tali e quali a lei, e sente quella specie di dialogo che poi è un monologo. E mentre le tengo aperto il cancello lei ci guarda e mi dice che io e mia figlia le ricordiamo lei e suo papà, che quando veniva a prenderla gli faceva una testa così a furia di fare domande e raccontare cose. E chissà tutte quelle cose, tutte le parole, tutto quell’amore e quella gioia nel vedere il padre, che ora stiamo vivendo in tre lei compresa, e suo padre stesso, ecco chissà dove sono finiti adesso.
prenderla con filosofia (orientale)
Al banco delle informazioni la receptionist compie una torsione innaturale per mostrare alla coppia che si sta interessando alla proposta di corsi il depliant con tutte le combinazioni possibili di offerta, gli orari e i prezzi. Non le basta semplicemente ruotare di 180 gradi il foglietto illustrativo ma lo accompagna con il busto e la testa sporgendosi di poco verso gli astanti ma mantenendo piedi e ginocchia immobili. I casi sono due: o fa parte di una squadra di supereroi marveliani tipo i Fantastici Quattro o è una delle insegnanti di Yoga. Vista la competenza e il linguaggio fortemente tecnico la seconda opzione risulta la più credibile, inanella infatti una serie di termini a me incomprensibili al che mi chiedo come sia possibile rivolgersi così al pubblico, magari i due che ha davanti sono meno che neofiti e si stanno avvicinando al mondo della meditazione totale per la prima volta, ne usciranno così più confusi di prima. Ma la componente maschile della coppia sa il fatto suo, anche troppo. Interrompe l’interlocutrice ammettendo di aver praticato in passato diverse arti marziali, tra cui boxe thailandese e pugilato. Nella mia profonda ignoranza di tutto ciò che si trova più a oriente del Cremlino e della Pravda (ma onestamente prima del 1989) mi chiedo cosa accomuni la disciplina della meditazione (a pagamento) che così tanto appassiona mia figlia con il prendersi a cazzotti e pedate in faccia all’occidentale e non, ma non è questo il punto.
Mi colpisce la naturale aggressività con cui la persona che ora tiene in mano il listino della palestra, quel maschio alfa che conduce la conversazione dall’alto della sua perizia in sport di contrasto versus la ferma abilità con cui dall’altra parte la sua interlocutrice para tutti i colpi dando l’impressione di avere un vetro anti-proiettili davanti, come un impiegato delle poste al sicuro dai germi e dalla saliva del pubblico incattivito dalle code. Ora, la morale della storia dovrebbe essere che il bravo spettatore della scenetta, che poi riferisce tutto per filo e per segno sul suo diario online, vorrebbe essere permeato di quello strato di resistenza attiva agli agenti del male esterni, come l’inquilina di quella fortezza di equilibrio invisibile che rende vani gli attacchi del logorio della maleducazione moderna. No. Il mio plauso questa volta va all’antagonista, in questo caso l’animale da combattimento che si concilia con il mio desiderio segreto di essere un violento e un arrogante e menare, ma solo per giusta causa, sia chiaro, laddove i parametri della giustizia rientrano nei termini della nostra legge. Chiaro che non lo dico a nessuno, non vorrei deludere quelli che mi considerano un esempio di pazienza e apertura verso il prossimo. Il problema è che non so come e dove si apprenda l’aggressività, quella vera, che traspare anche solo a parole e che induce il prossimo a chiudere lì il discorso per non rischiare lo scontro, anche quando chiedi solo delle informazioni e senti bisogno – discutibile o meno – di delimitare il tuo perimetro minimo di sicurezza, superato il quale si attiva la reazione da usurpazione di titolo, e allunghi un ceffone e la cosa si chiude lì.