felicità

basta il pensiero

Ero molto fiero perché pensavo di poter recare un po’ di felicità al prossimo. Un mio collega mi aveva portato qualche pacchetto di figurine della nuova (nonché oltremodo discutibile) raccolta Esselunga che aveva a casa e che stava per buttare perché non di suo interesse, so che mia figlia e alcune sue compagne di classe le collezionano così me le ha regalate, ed erano un bel numero di pacchetti. Ma avevo anche una bella notizia per una mia collega a cui rimangono solo due mesi di contratto e poi chi si è visto si è visto, come si dice. Una vacancy per un ruolo marketing di sicuro interesse presso uno dei nostri clienti, e ho intercettato la notizia per lei perché era già uscita, ora è part time. Così sono rientrato a casa e ho dato tutti i pacchetti di figurine a mia figlia e ho subito chiamato al telefono la mia collega. Le figurine erano tutte, dico proprio tutte, doppie. La mia collega aveva il cellulare spento. E niente, ero solo molto fiero perché pensavo di poter recare un po’ di felicità al prossimo.

come in una canzone di albano e romina

Avevo un sentimento proprio qui sulla punta della lingua e forse nella mia testa avevo anche le parole giuste per esploderlo e far sì che si riuscisse a comprendere meglio rispetto a una sensazione di quelle che si condensano in un solo termine e che poi nessuno le capisce, nessuno sa di cosa si tratta.

Avevo uno stato d’animo pronto da condividere che è cominciato qualche ora fa, suscitato dall’ennesimo repentino succedersi di condizioni meteorologiche e dal vento che quando c’è a Milano tutti i milanesi hanno mal d’orecchie e mal di testa perché a Milano sembra che il vento non ci sia mai stato. E il panorama ovunque con il vento non ci azzecca proprio, al massimo vedi alberi increduli contorcersi sotto folate sopravvissute a superfici anomale e antropizzate in atto di sfogo, che al massimo sballottavano semafori pensili agli incroci dei viali.

Ed era un sentire qualcosa di molto forte e incredibilmente vicino, e lo intitolerei così se non ce ne fosse già uno, di titolo così. Non resta che andare per esclusione perché non è stare bene perché bene mai si sta, questo ce lo hanno insegnato fin dai primi schiaffoni per farci inspirare a pieni polmoni l’aria dopo il parto. Non è la certezza di ripartire come sempre dallo stesso punto l’indomani e il giorno dopo ancora perché capita poi di rimettere in discussione ogni piano in ogni singolo dettaglio, persino nel numero di zollette di zucchero nel caffé latte. Non è nemmeno un bilancio in attivo della giornata perché nel comunicato stampa si esagera sempre per eccitare gli stakeholder e alla fine tutti sono in crescita e poi quando non ci sarà più spazio per nessuno ci toccherà chiedere asilo da qualche altra parte, ma sfido posti come la Svizzera o la Francia a prenderci sul serio solo perché ce la sappiamo cavare grazie al modo con cui sappiamo arrangiarci. Questo passaggio era tutto metaforico, eh.

Quindi alla fine resta quella cosa di riserva che metti sempre in una bustina di plastica in borsa che non si sa mai, ma poi non la tiri mai fuori perchè un po’ te ne vergogni, un po’ forse ti fa sembrare poco sensibile perché la situazione là fuori non è il massimo. Così poi un giorno pensi che sì, è proprio quella cosa lì di scorta che ti serve e apri la zip della bustina di plastica e la trovi magari un po’ malconcia, come un set da viaggio da igiene orale per chi di viaggi ne fa pochi. La tiri fuori e la spiumacci un po’ per dargli vigore e poi ci appoggi sopra la nuca e in quel momento ecco che ti riemerge tutto quello che avevi provato tempo prima e che avevi messo in stand by perché fa un po’ zotico e fuori moda alla fine dichiararsi così, felice per quello che si ha, anche se poco.