paul auster

new york new york

Non capitava da ventuno anni: Don DeLillo e Paul Auster, gli scrittori simbolo di New York, seduti insieme sul palco a ragionare di letteratura, crisi, disorientamento di una società che sembra accartocciarsi sui propri guai economici e non solo. Ci è riuscita la rivista Granta a riunirli, dentro una libreria, e subito è tornata l’intesa di sempre. L’intesa di due uomini che solo nella scrittura trovano qualche spiraglio di redenzione, per un mondo che altrimenti pare sempre più alienato, incomprensibile, e incapace di far comunicare i suoi abitanti.

Il resto su La Stampa.

torri di libri

Volete qualche consiglio di lettura per arrivare pronti e ferrati al decennale più decennale di tutti, in questo duezerounouno? Lo so, non ne avete bisogno, ma un paio di giorni fa involontariamente ho dato qualche piccolo suggerimento tematico, nulla di particolarmente ricercato, e comunque ho fatto un figurone. Ora non so se i titoli che trovate in questa micro-bibliografia siano i migliori, i più esaustivi, i più avvincenti, e se è il caso possiamo tirare in ballo anche gli operatori del settore. Sempre che ci sia il bisogno di una bibliografia a tema su un evento così stra-noto e stra-coperto, sempre che interessi, sempre che si abbia voglia di leggere, sempre che si voglia leggere solo il punto di vista dei newyorkesi, eccetera eccetera.

Ma veniamo al dunque. Inizierei con un romanzo che si conclude proprio con l’undici settembre, non preoccupatevi, non è uno spoiler, non vi ho dato anticipazioni sulla trama. Mi riferisco a Follie di Brooklyn, di Paul Auster, pubblicato nel 2004. Una vicenda sufficientemente lineare per uno dei miei scrittori preferiti, in cui la gente comune è protagonista, quella che sceglie di concludere la propria vita a Brooklyn e che poi vede una città intera colpita a morte.

Il menu prosegue con L’uomo che cade di Don DeLillo, un libro che ci permette di entrare nel cuore del trauma. Leggevo giusto un paio di giorni fa su Repubblica che ancora a dieci anni di distanza si trovano persone diversamente coinvolte nell’attacco che fanno i conti, fisici o psicologici, con le conseguenze. Chi è sopravvissuto, chi ha perso parenti o amici, chi è stato spettatore, chi ha partecipato ai soccorsi. Il libro di DeLillo si apre proprio con un uomo che è riuscito a fuggire dalla prima torre e, colmo di cenere, schegge di vetro, sangue e detriti ritorna a casa, nella casa in cui ha vissuto con il figlio e la moglie, prima di scegliere il ruolo di ex della sua famiglia. Ma questo è solo l’inizio.

Una storia che nasce e si sviluppa invece a ridosso dell’attacco terroristico è narrata da Jay McInerney in Good Life, un libro che già imperdibile solo per la copertina, un ritratto della quotidianità violata dalla catastrofe, una sorta di Pompei di questo millennio. La vicenda ha gli stessi protagonisti della saga iniziata con Si spengono le luci, qui ritratti in un romanzo molto elegante e delicato, toni a contrasto proprio con la gravità in cui si evolve il background, il lento e pesante anelito al ritorno alla vita attraverso i soccorsi e l’assistenza dei volontari che cercano di ricomporre il puzzle di normalità che il dramma ha mandato in pezzi, molti dei quali andranno perduti per sempre.

Infine il dopo, le conseguenze, il vissuto “a freddo” dagli involontari protagonisti della vita che riprende. Ecco il mistero della chiave che non trova la serratura corrispondente, il figlio che cerca di riappropriarsi di tutti i ricordi del padre, scomparso tra le macerie. Il libro è Così forte, incredibilmente vicino di Jonathan Froer, una narrazione caratterizzata dallo stile molto personale dello scrittore, che si identifica con linguaggio del pensiero del protagonista e che va a costituire l’elemento unificatore del romanzo.

Sono sicuro esistano molte altre opere sull’argomento, anzi ogni buon suggerimento è ben accetto. Questi sono solo i miei quattro centesimi. I fantasmi della celebrazione faranno sempre più baccano, da qui, ogni giorno, fino al decennale. Come fa dire DeLillo  alla co-protagonista del suo libro, loro sono l’America e noi l’Europa. Ascoltiamo la loro musica, leggiamo i loro libri, parliamo la loro lingua. Proviamo almeno a comprendere la mole del loro dolore, retorica compresa, anche solo in via sperimentale.

manco a farlo apposta

Qui si parla davvero di aneddoti dal futuro. Cronaca vera da pausa pranzo. Milano, poche ore fa, in una tavola calda in zona Porta Venezia, facce più o meno note e avventori abituali. Come H. e L. e come me, nel tavolo vicino. Munito di registratore e di rilevatore mnemonico-labiale.

In realtà, non sarà un libro sul mio futuro“. La risposta di H. è uscita a fatica, passando attraverso un bolo di gulash, ancora più a fatica può essere percepita da L. Il ristorante è gremito come ogni giorno feriale, la maggior parte colleghi di L. L. ha davanti la solita insalata mista da 7 euro, un miscuglio di roba verde, gialla e rossa affogata nell’aceto balsamico. Acqua dalla temperatura inaccessibile per entrambi. Per il resto, l’aria è satura di curry, qualche tavolo già al caffè, dipendenti in piedi che salutano dipendenti ancora seduti, dipendenti ancora seduti che rispondono consapevoli del loro stipendio più alto dei colleghi ancora in piedi. Il turno delle 12.30 contro quello delle 13.00.
Non ho capito. Perché hai pensato a quel titolo allora?“.
H. ambisce a quella domanda, non fa fatica a giustificarsi. “Ho pensato a un uomo, il protagonista, che non ha chiuso i conti con, diciamo, i primi 40 anni che ha già vissuto. Prova una sorta di pudore per molte cose che ha fatto e non crede che raccontandole, o meglio confessandole,  espierebbe. Quindi pensa di narrare una storia per bocca di un figlio. Il discendente che si fa carico dei peccati del padre. Mi sembrava una buona idea, che dici?“.
L. percepisce che H. sta parlando in prima persona. “Ma il protagonista sei tu?“.
No“. H. beve un sorso di ghiaccio. “Sono solo il traduttore“.
Hai letto troppo Paul Auster“.
Può darsi. Ma stamattina ho pensato ad un vero aneddoto dal mio futuro. Ti va di sentirlo?
Vai“.
Ero in treno e stavo andando in ufficio. In piedi, l’ora era quella di punta. Ho pensato a me, sono alle soglie della vita, la vita vera, quella adulta cioè, diciamo verso i 25 anni. Il momento in cui, vivendo un momento storico perfetto dove una persona a 25 anni ha appena terminato gli studi e deve solo guardarsi intorno per capire o cogliere al volo cosa fare. È anche il momento in cui se vuoi puoi renderti finalmente indipendente o mettere su famiglia. Allo stesso tempo però sei ancora un po’ ragazzo, insomma sei sul confine per diventare serio ma non lo sei ancora. Una cosa che ora succede probabilmente altrove, ma non qui, nel nostro paese. Mi segui?
Come no
Bene. Ho 25 anni, e sono con mia figlia, anche lei venticinquenne, e mia moglie, pure lei ne ha 25. E abbiamo vinto il diventare vecchi, abbiamo vinto la morte, abbiamo vinto ogni motivo per essere tristi o malinconici e non piangiamo più. Stiamo ascoltando un pezzo pop-punk. Immagina un pezzo dei Ramones. In pratica stiamo quasi pogando, ci diamo un po’ di spinte innocenti. Ma siamo tutti e tre insieme e stra-felici“.
E…?
E nulla. Sono sceso dal treno. Mi sono voltato verso destra, mi stava superando un tizio con le cuffiette. Per un attimo mi è sembrato R., un vecchio amico che frequentavo più o meno a 25 anni. Non lo vedo da allora, credo. Così ho pensato che potremmo, ad un certo punto, scendere da un treno e conoscerci tutti, ritrovarci tutti, tutti stiamo andando al lavoro ed è mattina e siamo a metà febbraio”.
“Siamo a metà febbraio, infatti“.
Esatto. Poi ho sperato che la generazione di mia figlia torni ad essere come le generazioni dei nostri padri o dei nostri nonni. Adulti a 20 anni, pronti a vivere i successivi 70 da adulti. Meno cazzoni, in poche parole“.
Questa volta è H. a pagare il conto. Poca roba, che comunque finisce in nota spese.

lavori che farei

Con questo post inauguro una nuova categoria, lo “Spazio Pour Parler”, già usato in decine – centinaia direi – di conversazioni reali nel corso di momenti conviviali e tempi morti di pendolarismo, incentrate su argomenti inutili tendenti al dannoso. Esiste – e qualcuno lo può confermare – persino un jingle a introdurlo. Allora…

Spazio Pour Parler! – prima puntata
Il problema è che tutti fanno elenchi cavalcando l’onda di “Vieni via con me”, a me non ne è ancora venuto uno brillante, da blog, per intenderci. Mi limito quindi a giocare la mia carta-elenco con questa inutile lista di “lavori che farei”. In ordine sparso.

# il tastierista dei Subsonica
# il traduttore dei romanzi di Paul Auster
# il copywriter delle campagne di comunicazione del Partito Democratico, a livello nazionale
# il copywriter delle campagne di comunicazione di Nichi Vendola
# il responsabile comunicazione di una giunta di centro-sinistra di un Comune dalle profonde radici PCI
# il tastierista dei National (lasciando quindi i gemelli Dessner liberi di suonare i loro strumenti a corda)
# il traduttore dei romanzi di Percival Everett
# il maestro elementare in un comprensorio sperimentale alla fine degli anni ’70
# il traduttore dei romanzi di A. M. Homes
# il copywriter alla Armando Testa
# l’insegnante di Italiano, Latino, Storia e Geografia in un Liceo Scientifico
# il tastierista degli Interpol
# l’insegnante di materie letterarie in una scuola media
# il responsabile comunicazione del Partito Democratico, a livello locale
# lo scrittore di nicchia (tipo Percival Everett, che a conoscerlo, almeno su Anobii, siamo non più di cento in Italia)
# il sound designer
# il blogger di grido (tipo quelli che postano articoli su Il Post)