Etichettato: social network

le cinque nuove emozioni dell’Internet più una, indovinate quale

Oggi consegniamo il Telegatto dell’Internet, quindi il Webgatto o qualcosa del genere, e il premio per il 2012 va all’unanimità a Risposte Cristiane Official Fans Club, pagina Facebook dell’omonimo blog. Anche se il premio andrebbe agli iscritti e ai commentatori, ma va riconosciuto il merito agli ideatori dell’iniziativa per il quadro di surrealismo psico-sociologico che hanno generato.

Provate a seguire i commenti che si susseguono sotto ai loro contenuti postati, laddove si alternano contributi di:

- credenti che ritengono la pagina FB autentica (nel senso di autenticamente gestita da persone credenti) e scrivono commenti in linea con i contenuti
- non credenti che ritengono la pagina FB un fake ma scrivono commenti coerenti talvolta credibili e talvolta palesemente paradossali
- non credenti che ritengono la pagina FB autentica e insultano o dileggiano gli autori
- credenti che ritengono la pagina FB un fake e che cercano di informare gli altri sulla non veridicità dei contenuti, con più o meno calma fino alla minaccia di richiederne la chiusura

e attenzione che ora si fa sempre più difficile, perché poi le interazioni tra i commentatori sono imperdibili perché si trovano:

- credenti che ritengono la pagina FB autentica che insultano i non credenti che ritengono la pagina FB autentica
- credenti che ritengono la pagina FB un fake che se la prendono con i credenti che ritengono la pagina FB autentica
- credenti che ritengono la pagina FB un fake che si arrabbiano con i non credenti che ritengono la pagina FB un fake e che stanno al gioco
- non credenti che ritengono la pagina FB autentica e che ne scrivono di ogni sui credenti che ritengono la pagina FB autentica

con l’aggiunta di curiosi e terzi che si inseriscono avvisando gli uni e gli altri o semplicemente trollando le discussioni.

Ma parlarne così non rende giustizia a questa community che è un capolavoro fino a quando sarà in vita. Quindi, come diceva un tempo una delle interruzioni pubblicitarie più in voga a sostegno dei telegatti e altre amenità della tv commerciale negli anni più bui della nostra storia, provare per credere. Non mi avete visto ma ho fatto pure il segno della mano di Aiazzone, che non è quello della croce. Amen.

dopo il terzo stato va bene tutto basta che il dominio non sia già occupato

Ogni tanto qualcuno getta la spugna e decide di sospendere le sue attività online. Non mi appassiona più tenere un blog, mi è capitato di leggere proprio ieri l’altro, il rito dei commenti e delle risposte non fa per me, credevo fosse una cosa diversa, occorre troppa abnegazione. Altri invece non reggono l’impegno, sono incostanti, lasciano perdere, non sanno cosa scrivere. Non esultate, voi apocalittici, ché siamo ancora lontani dai suicidi in massa dai social network, anche se poi una traccia ne rimane sempre da qualche parte. Si tratta comunque della povera gente, l’equivalente di quelli di cui già i figli a malapena ricordano la data di nascita quando lasciano la realtà quella vera. Restano invece le personalità che oggi ai più piace chiamare influencer che continuano senza sosta e talvolta con uno stipendio a descrivere il mondo con tutte le parole che hanno a disposizione e quelli che magari sono rimasti zitti per quarant’anni e poi hanno deciso di vuotare il sacco, io per esempio ne conosco uno. Perché poi chi ci vuole bene e ci conosce da sempre, ci chiede se a casa abbiamo ancora qualche strumento musicale, per esempio, perché sa che un tempo davamo fiato al nostro disagio così, con quel rumore che poi da grandi abbiamo imparato a maledire per via dei disturbi all’apparato uditivo. Ma abbiamo venduto tutto per comprarci un videoregistratore, un microonde, un fasciatoio portatile. Per non parlare della poesia. Certi giorni viene da bestemmiare, altro che. Aspetti il treno che è in ritardo di quarantacinque minuti e speri che almeno la causa sia che abbiano tirato sotto chi fa gli orari, il tutto a meno due gradi e c’è lo spread che ti sta appollaiato sulle spalle come un avvoltoio in attesa che tiri le cuoia e sfido a trovare chi sia in grado di esprimersi in esametri. Un haiku con un elemento della trinità in ogni verso, ecco, al massimo. No, non lasciateci soli a lanciare le nostre invettive a cazzo contro tutto e tutti, a sputare sentenze con i nostri pregiudizi che altrove non ci ascolterebbero nemmeno i risponditori automatici dei servizi clienti nei giorni festivi. Restiamo uniti, ché mai come ora potremmo essere così decisivi, o popolo di Internet.

shazzan!

Sarebbe interessante allestire un Facebook ombra raccogliendo e organizzando le parti tagliate delle foto dei profili degli iscritti. Avete presente vero quelli che non trovano di meglio che prendere una foto scattata in compagnia al mare, durante una cena, in ufficio o – le peggiori – stretti al proprio partner e riciclarla come immagine individuale dopo aver ritagliato il quadrato in cui inscrivere il proprio faccione gaudente incuranti dei particolari che lasciano dedurre la presenza di qualcun altro lì vicino? Una porzione di viso, un arto, i capelli. E spesso non si tratta nemmeno di placeholder temporanei, perché restano lì per mesi e anni e ci sarebbe da chiedersi che fine hanno fatto i rimasugli della versione originale della foto, che è vero che stiamo parlando di byte e non di carta fotografica, ma allo stesso modo del formato materico estromettere da uno spazio pur privato uno o più comproprietari di un bene come un istante di vita comune immortalato da una macchina digitale suona come una mancanza di rispetto. La prima cosa a cui penso quando mi imbatto in questi trattamenti sommari e spesso eseguiti con pressapochismo è che l’autore che si ritaglia – è proprio il caso di dirlo – il ruolo da protagonista unico ha volontariamente commesso un atto di disprezzo nei confronti di un ex, amici con cui ha litigato, famigliari che rivede solo in tribunale rappresentati da legali avversari. E credo che se capitasse a me di riconoscere qualche mio particolare anatomico sullo sfondo di un primo piano sorridente chiederei l’immediato intervento di rimozione tramite fotoritocco qualora l’interessato non volesse per nessun motivo far rientrare anche me nella sua pagina utente. Perché, che diamine, possibile che hai solo quella foto lì? Piuttosto metti una foto in controluce, con delle automobili sullo sfondo, o scattata da lontano così non si capisce né chi sei tu e né di che paesaggio si tratta quello che hai voluto a tutti costi che i visitatori del tuo profilo associassero alla tua persona. Ma, dato che da cosa nasce cosa, ho avuto un’idea. Un concorso. Ricordate quel cartone animato di quei due fratelli ognuno dei quali indossava la metà di un anello, la cui unione evocava una specie di genio della lampada di nome Shazzan? Ecco, quando troviamo una foto palesemente tagliata, e se si tratta di due persone guancia a guancia in cui la scissione risulta ancor più dolorosa e non solo per la parte mancante, sguinzagliamoci come segugi nei social network per trovare la porzione complementare. Ricomponiamo la foto e inviamola ai relativi proprietari, qualcosa di magico sono certo che succederà.

splash screen

Non lo sentite anche voi il tepore del sole che tramonta (o sorge)? Non lo sentite anche voi l’impulso di registrarvi e fare un giro in questo club frequentato a perdita d’occhio da persone come voi e chissà che non ci si incontra qualche vips? Non lo sentite il beneficio delle conversazioni a impegno nullo, parlarsi senza fatica, zero stress da prestazione, pronti con il dito sul pulsante log-out che non si sa mai?

È che ho notato per la prima volta quanto è sexy questa immagine di apertura su un mondo che ti viene proprio voglia di tuffartici dentro e inebriarsi di arguzie altrui. Be’ che aspettate? Che ci fate ancora qui, su questo strumento di narrazione obsoleto e monodirezionale?

assenteismo

Nella rete che conta e nei socialcosi di quelli in cui si leggono solo le imperdibili conversazioni tra i minivip che animano il jetset a 140 battute e rotti è tutto un pullulare di gente che non fa. Quelli che non seguono il calcio e tantomeno guardano le partite alla tv e tantotantomeno gli incontri dell’Italia. Ah ma nemmeno sapevo ci fossero gli Europei, ti scrivono tra un chiocciolaqualcosa e un cancelletto, e quell’altro che fa il digei Francesco dei poveri e lo fa da almeno trent’anni che risponde ah nemmeno io, alla tv guardo solo i telefilm più in vogah. E poi quell’altra che ha pubblicato il libro che cerca di vincere su tutti, ah io non guardo la tv scrivo solo per i programmi fino al decisivo io la tv non ce l’ho nemmeno, ho solo un display LCD sul quale vedo i film scaricati che vince su tutti (ma il canone dovresti pagarlo ugualmente). Che poi, permettetemi la citazione pop, tutto questo is the ultimate “mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”. Ah ma io non li vedo i film di Moretti.

non ti seguo

La regola numero uno dovrebbe essere che se ritieni di aver scritto un commento carino a qualcuno o qualcosa o una risposta ilare a un tweet, quando incontri il diretto interessato – ed è una cosa che capita perché le trame del socialnetworking non si dipanano solamente ai quattro cantoni del pianeta ma capita altresì che a essere in contatto con te sia tua cognata, l’ex fidanzata, uno con cui hai condiviso il palco in un pugno di concerti o il tuo dirimpettaio di scrivania in ufficio – se non noti reazioni emotive quali uno scompisciamento dalla risate o più banalmente la questione inerente lo scambio pubblico di battute non viene trattata nei primi minuti della conversazione, è molto probabile che il cerchio non si sia ancora chiuso e il destinatario del tuo sforzo creativo non si sia ancora collegato. “Hai letto il mio commento su Facebook a quello che hai scritto riguardo a” è una cosa che quando la sento tra due persone mi vien da sprofondare perché è il dialogo in differita che smaschera il grande limite dei dialoghi virtuali e corali, il livello di imbarazzo è secondo solo alla richiesta dell’indice di gradimento altrui dopo un rapporto intimo. È bene che i piani se ne stiano ciascuno a casa propria, riprendere a voce pensieri già espressi nero su bianco ne depotenzia la carica quasi quanto spiegare una barzelletta, a maggior ragione se ha fatto ridere. Dicono che la ripetizione plurima delle cose è sinonimo di insicurezza. Allora mi fermo qui, tanto avete capito vero?

we can bit them just for one day

Da questa centralina di comando esercito il controllo su tutto quello che ho davanti, lo sapevate? Altro che domotica, questa si chiama mondotica perché ho in mano, anzi, sotto i polpastrelli un potere incommensurabile. Per esempio ordino che sia immediatamente sospesa la parata del 2 giugno e che tutto il budget pubblico ad essa dedicato, soprattutto quello che al 29 maggio è già sicuramente stato speso, sia devoluto alle zone fiaccate dal terremoto. Non ci credete? Semplice. Scrivo due righe di codice e poi schiaccio enter, facendo attenzione a non premere il tasto ù che è lì a fianco e costituisce una minaccia e una specie di incantesimo per cui il mio potere non funziona. Poi vi ordino che la visita del Papa e tutto il family day di domenica prossima, l’evento che bloccherà molte delle strade di accesso a casa mia e che mi costringerà a una giornata di clausura – il che non è male visto che mi risparmierà la vista di milioni di famiglie cattoliche gaudenti e praticanti e mi consentirà di passare un po’ di tempo con una famiglia di amiche gay – vi ordino che questo meeting non abbia luogo. ORA! E tutto il tesoro dello IOR subito sul conto corrente degli aiuti. Ecco fatto, questo è il potere del popolo della rete, dammi qualche javascript e ti cambio il mondo. Premi F5 per fare il refresh della pagina e accertarti che le modifiche siano online.

campominato.exe

Che ora per essere polically correct si chiama prato fiorito ma aver cambiato solo il nome non ha variato la sostanza. Se prima facevi un passo falso saltavi in aria, il che era un disastro, ma ora se sbagli a mettere il piede finisci su una “busa” di vacca il che non è una bella esperienza se calzi infradito, ma ti possono anche capitare le zecche se il prato fiorito si trova nei pressi di una zona boschiva alla mercè di animali facili prede di parassiti. Ma la dinamica è la stessa, fai attenzione alla prossima mossa perché se non usi l’arguzia tutto è contro di te e nel gioco puoi fare partite all’infinito ma nella vita sei spacciato o al massimo trovi persone ben disposte a sopportarti. E come difficilmente tieni uno storico della tua attività con i giochi di sistema di Windows così non è facile ricordarsi di quando qualcosa è esploso sotto di te o più verosimilmente hai inavvertitamente schiacciato un lascito canino per strada che nell’immaginario collettivo è l’errore per antonomasia – si dice che porti fortuna ma non ci ho mai creduto – e allora se procediamo per metafore ci vorrebbe ben altro che un blog per contenerle tutte. Continua a leggere

il diavolo A4

Tramontata l’era delle catene di divulgazione culturale tramite Power Point inviate via e-mail, roba che in confronto le rime di Max Pezzali sembrano estratti da opere di Kierkegaard, la palma dei repository della saggezza da cazzeggio in ufficio va ormai da tempo assegnata a Facebook, il vero tempio della creatività alla portata di tutti, la democratizzazione della battuta come aggregatore di reti umane. Una pillola filosofica piuttosto in voga che circola da qualche tempo in formato di fotografia a un foglio redatto in Comic Sans o giù di lì e appeso a una porta a vetri, riflessi inclusi, recita una inconfutabile verità che avrete almeno una volta nella vita letto, vista la sua diffusione trasversale tra tutte le tipologie di amici su FB: “tutti siamo utili, nessuno è indispensabile, ma onestamente qualcuno non serve a un cazzo”. E come dargli torto, a questo anonimo pensatore del ventunesimo secolo, che già solo per non aver utilizzato puntini di sospensione a sproposito costituisce comunque una piacevole eccezione.

Da qualche giorno la stampa di questa foto che ritrae un foglio appeso a una porta a vetri – scusate se ripeto di cosa si tratta ma è fondamentale per la comprensione del seguito – è appesa a una porta a pochi passi da me in una sorta di installazione tra il pop e il surrealista, tanto che sarebbe da fare una foto, stamparla e appenderla a un’altra porta e così via, per continuare all’infinito. Il dato inquietante è che la porta in questione, la seconda della catena qui sopra per intenderci, chiude o apre, seguendo l’indole pessimista o meno dell’osservatore, l’ufficio di due dei tre soci dell’agenzia in cui lavoro, i boss insomma. L’allegoria è evidente: lavoratori siate avvertiti, non solo il mondo è precario ma ci scherziamo pure su. E giustamente, mi vien da dire; come sosteneva un mio caro amico, non c’è nulla di sacro se non l’omonimo osso. Passando lì davanti si percepisce come un sussurro che invita ad avvicinare l’orecchio a quel foglio A4 stampato in bianco e nero: risorse umane, voi siete le colonne del nostro fatturato, ma attenzione perché siete caduchi come i denti da latte. Tornate a lavorare, e i fannulloni sono pregati di astenersi e di recarsi direttamente nella categoria più bassa della cinica quanto indispensabile classifica meritocratica interna.

Detto tra noi, a me quell’aforisma non fa ridere per niente. E ha anche amareggiato non pochi qui, che passano davanti e gettano un’occhiata per vedere se quel foglio stampato è ancora lì e poi, attestata la presenza, scappano via come per non farsi cogliere sul fatto. Qualcuno vedendoli potrebbe pensare che hanno la coscienza sporca, sono inutili e l’azienda dovrebbe lasciarli a casa per risanare le casse e così leggono di nascosto la loro diabolica condanna solo per esorcizzarla. Ma no, non dovete preoccuparvi, amici, è solo un file mandato in stampa, è solo suggestione, non siate giù di toner.

log on, fuck off

L’Internet che tra le tante cose è anche un gran bel modo per instaurare e tessere rapporti umani, è anche un canale in cui i suddetti rapporti nati lì o sorti altrove ma nutriti nel “cloud” a certo punto puff, svaniscono. E non c’è niente di più semplice dal momento che i fraintendimenti sono all’ordine del giorno, non c’è faccina didascalica che tenga. La parola resta, lì nera su bianco (ma anche di un qualunque colore su un qualunque colore di sfondo, siamo tutti un po’ art director di noi stessi) e ha il significato che il lettore le attribuisce come gli pare e piace. Non vi è corrispondenza biunivoca con lo scrivente, almeno non di default, dipende da millemila fattori non ultimi l’acume di chi legge, la sua capacità di mettere in relazione ciò che ha ricevuto con l’indole di chi sta comunicando, i refusi stessi. Un “non” dimenticato, come la più celebre omissione di Riccardo Silva raccontata da Saramago, e il danno è compiuto. Chiaro che se due si sono conosciuti solo attraverso il browser, la carenza di intimità visuale rende ancora tutto più difficile e l’equivoco è costantemente in agguato, è difficile sgamare uno che fa finta, anche con Firefox. Questa è, da sempre, la chiave di lettura del comportamento in rete, rapporti che per taluni, sottoscritto compreso, ormai per forza di cose costituiscono la totalità dei contatti quotidiani a parte i familiari stretti. Non so come sia per i nativi digitali. Ma per le generazioni protagoniste di questa regressione sociale, la possibilità di far sparire qualcuno spegnendo semplicemente un dispositivo rimane comunque un insuperabile potere che conserva intatta la sua aura prodigiosa.