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The National – Demons
Ecco il primo estratto dal nuovo album dei The National, Trouble Will Find Me, in uscita il prossimo 21 maggio.
prova questi
Solo due righe per mettervi al corrente del fatto che negli ultimi cinque o sei anni ho consigliato i The National a un po’ di persone, amici e conoscenti di ogni tipo, e ho sempre fatto una gran bella figura. In almeno tre casi documentabili la band è schizzata direttamente al primo posto delle classifiche individuali di costoro. Ti piace vincere facile, mi direte. Ma non ne sono mica convinto, cioè comunque non sono proprio così immediati da assimilare; malgrado il sound molto rassicurante, l’impressione che ho è che il loro modo di scavare dentro metta a disagio chi è disposto solo a un ascolto superficiale. Li ritengo piuttosto ingombranti, ecco, lasciano poco spazio in un momento in cui siamo più inclini alla quantità di ascolti a causa della sovraproduzione musicale a cui ci esponiamo. E la gente pensa: ma cosa vogliono questi americani che cercano di scendere così a fondo? Non c’è tempo per questo genere di emozioni. Mi fermo qui, per risparmiarvi anche l’ennesimo tributo ai dischi in vinile in onore degli antichi e della loro tecnologia antidiluviana. In attesa che esca il nuovo album presto, magari proprio nel corso di quest’anno, metto sul piatto un disco a caso e ascolto questa.
se c’è un motivo
Il processo creativo corale in musica, mi riferisco ancora a quella deformazione della personalità che i più definiscono con l’avere una band, è un fenomeno che non ha eguali in nessun altro campo artistico. Lo ammetto. Questo senza tener conto del risultato e della qualità del prodotto. L’atto in sé del comporre è uno spurgo di stati d’animo individuali senza precedenti e stupisce sempre il loro amalgamarsi con facilità con quelli altrui, sia in stato di comprensione o empatia dei musicisti con cui ci si accompagna che in quello di fraintendimento o mera versatilità da un’indole “di mestiere” e commerciale di un produttore dietro al software da home studio di turno. Gli spunti possono nascere ognuno imbracciando il proprio strumento in sala prove, l’alchimia della scintilla che genera il capolavoro è possibile ma non così semplice. In questo è di fondamentale importanza l’ambiente in cui si crea, non dico che occorrerebbe disporsi con gli strumenti secondo il feng shui, di certo più si è a proprio agio, come in tutte le attività, più piacevole sarà il lavoro. Nella mia ultima esperienza di esecuzioni collettive, la sala prove era un box rettangolare e in cinque eravamo costretti praticamente in fila indiana. Senza contare l’insonorizzazione solo parziale e il gruppo reggae nel box a fianco che si percepiva distintamente tra un pezzo e l’altro, annientando quella piacevolezza che si prova con il silenzio dopo aver suonato una canzone nel migliore dei modi. Non è durato a lungo.
Più frequente la condivisione delle proprie bozze, che ciascuno leviga e struttura apportando il proprio valore aggiunto fino all’opera compiuta, a volte specchio della prima release, a volte completamente stravolta. Il rischio è quello di pensare l’ensemble a disposizione a propria immagine, avere già ben delineato in mente il risultato finale di cosa si va a proporre e di respingere i tentativi di ciascuno di fare propria l’idea altrui. Qui gioca un ruolo decisivo la personalità di ciascun elemento e la predisposizione alla condivisione delle proprie produzioni, che è come dare in pasto sé stessi agli altri. In questo occorre essere pronti alla vita in comune e il feeling deve essere a livelli elevatissimi. Se suonate lo sapete meglio di me, avere un gruppo è come avere una famiglia. Ci sono le stesse dinamiche, possessione, gelosia, inclinazione a far soffrire o a sacrificarsi, voler comandare, parlare senza far nulla eccetera eccetera. E per chi come me ha smesso, ogni tanto qualche nostalgia emerge pur nella accertata soddisfazione dell’aver realizzato l’impossibilità oggettiva di portare avanti coerentemente un progetto musicale. Ho appena letto un’intervista ai The National qui (via Slowshow, naturalmente) circa lo stato già avanzato del materiale per il loro prossimo album. Matt Berninger, fornendo qualche dettaglio sul loro modo di far nascere le nuove canzoni, mi ha permesso di ricordare quella rara sensazione, che nella mia lunga esperienza mi è capitata solo una volta, di serenità nel confronto tra teste diverse e, soprattutto, adulte. ”Aaron has given me about 10 ideas so far. He seems to be in some sort of really weird creative space. He recently had a baby, so maybe it’s a lack of sleep. He’s wired differently. The songs he’s given me are much less cerebral and academic and much more immediate and visceral than usual. I’m in love with them. I just spent all night listening over and over to some things he sent. I think they’re some of the best things he’s ever written. And I think it might be because he’s not thinking about it that much. He isn’t putting everything through the filter of Important Music as he has in the past. The music just seems to be working on a pure gut level“.
the national: twenty miles to nh part 2
I The National hanno registrato una interpretazione del brano “Twenty Miles to NH Part 2″ dei Philistines Jr., il gruppo in cui milita Peter Katis, il loro produttore. Il pezzo fa parte di un remake del loro ultimo album interamente dato in pasto a vari artisti coverizzatori. Niente male, davvero. Via Slowshow.
saluti dalla nicchia
Quella sera d’estate di sette anni fa, quando i The National avevano suonato per pochi intimi in spiaggia all’Hana-Bi di Marina di Ravenna, sembra lontana anni luce. Ora i paragoni si scomodano e loro stessi ci scherzano su. “Sembra l’inizio di “Pride” ma nel tono sbagliato”, ha detto sorridendo Matt Berninger a Ferrara, riferendosi all’attacco strumentale di “Sorrow”. Ma è un bene che non sia così.
E non è così, perché si riferiva all’inizio di “Where the streets have no name”, lo si capisce anche da qui, se vogliamo fare i fighi almeno facciamolo con le citazioni corrette. Ecco perché tutti noi preferiremmo che i The National rimanessero ancora un “piccolo segreto da scovare” e che nessuno, tranne il sottoscritto naturalmente, scrivesse recensioni dei loro concerti.
the national: exile vilify
you were a kindness: the national
Quando la giornata inizia così.
punto sul vivo, dal vivo
Fondamentalmente, il motivo per cui non mi piace più come una volta andare ai concerti è il fatto di scoprire che altre ennemila persone hanno i miei stessi gusti e sono lì come me per il gruppo che credevo di nicchia ma che invece lo conoscono cani e porci che suona sul palco. Seguito a ruota da quelli che ballano fuori tempo, e se hai la sfortuna di essere uno come me che va maledettamente a ritmo e sente il groove da dio e ti capita davanti uno/a scoordinato/a che prende battere per levare, il rischio di collisione è assicurato. Non c’è niente di peggio che il contatto tra arti sudati e pelosi di sconosciuti.
Quindi, e credo di averlo già detto non ricordo in quale post, ho in dispetto le persone che passano il tempo a digitalizzare il concerto anziché goderselo come un momento indimenticabile che dopo un paio d’ore finirà, e sì avrai le tue foto sulla digitale o la clip con un audio impresentabile da postare immediatamente su Facebook tramite la tua app preferita, ma devi star lì a inquadrare, e poi è sfocato, e poi qualcuno ti dà uno spintone, e il pezzo è bello che finito e tu non l’hai goduto appieno. Poi ci sono quelli/e dal look impeccabile, tremendamente cool che avranno passato ore a scegliere la maglietta più appropriata. Per esempio, una t-shirt dei Joy Division a un concerto di Sizzla. Originale, no? Può essere anche un’idea verticalizzarsi completamente, vestendocisi a tema secondo il concerto. Per esempio in giacca e cravatta agli Interpol. Ci sono i gruppi di amici che si vestono tutti uguali. Che teneri. Quasi sempre si tratta di band che si recano insieme al concerto dei loro principali ispiratori, non saprei altrimenti spiegare una tale abnegazione.
Come non fare un cenno quindi ai gruppi supporter, scelti spesso alla c***o di cane, ma peggio di loro sono quelli che vanno al concerto solo per i gruppi supporter scelti alla c***o di cane, e che quindi sono ancora più di nicchia di me. Che smacco. Mi rovinano la serata; il giorno dopo, per mettermi al passo, come minimo dovrò scaricarmi l’intera discografia e studiare sodo. Non si finisce mai di imparare.
Non reggo quindi l’area vip, quello spazio vuoto tra transenne che resta deserto fino a pochi minuti prima del concerto. E tutti si chiedono chi sarà il vip o il fortunato possessore del biglietto omaggio che assisterà al concerto in quello splendido isolamento. Per esempio, l’altra sera c’era Omar Pedrini. E pensate che c’è chi lo riconosce ancora; sono contento, mi sta simpatico soprattutto ora che non sta più con elenuar casalegno (in una intervista lessi che il partito più a sinistra che ha votato è forza italia, sarà anche una bella ragazza ma non ce la farei mai).
Infine, per dirla alla Max Collini, sono sempre il più vecchio nel locale, per questo ho provato a farmi accompagnare da mia figlia all’ultimo concerto, quello di cui sopra, un paio di sere fa al Forum di Assago. Non vi dico di quale gruppo si tratta per non allontanare potenziali stimatori di questo blog che sono capitati qui grazie a keyword quali Tv on the Radio, National e altri gruppi realmente di nicchia, pensando di trovarsi a tu per tu con un vero cultore indie. Insomma, i trucchi di SEM e il SEO possono essere applicati anche così. Dicevo, 28 euro di biglietto, in tre 56 perché i bambini sotto gli 8 anni non pagano. Alle 19 mia moglie, mia figlia ed io eravamo già dentro, in posizione tattica: tribune in fondo, proprio di fronte al palco, prima fila davanti alle transenne, a ridosso dell’area vip. Potevamo anche utilizzare la bambina come scusa: “Hey amico togliti di mezzo, non vedi che la bambina non vede? Ma ce l’hai un cuore?”. Oppure “Ti sposti, vero, quando iniziano a suonare?”. E comunque la band in questione piace molto anche a lei.
Non vi dico la difficoltà di tenere una bambina per 2 ore in attesa a un concerto, peggio che un viaggio in macchina e le domande rivolte ogni 100 metri “Papà, siamo arrivati?”. Qui è lo stesso: “Papà quando iniziano?”. “Tra 50 minuti”. “Papà quando iniziano?”. “Tra 49 minuti”. E così via. Il conto alla rovescia finalmente si interrompe. Si spengono le luci, il pubblico è in delirio, scattano tutti in piedi. Per fortuna che siamo in posizione strategica. Parte il primo pezzo. Tutto inizia a vibrare, la mia cassa toracica e, suppongo, anche quella di mia figlia. I bassi hanno una frequenza inumana, l’acustica del Forum che ricordavo scadente ma non così inqualificabile rimescola i suoni in una bolla appiccicosa che si attacca su tutto. I vestiti, la pelle e soprattutto l’umore. Io e mia moglie convergiamo gli sguardi sulla bambina, che si preme le mani slle orecchie e sta piangendo, spaventata.
Il concerto è finito, a metà del primo pezzo. Usciamo dal Forum, fuori fa freddo, gli addetti alla sicurezza ci fanno passare e ci guardano severi. Non è un posto adatto per bambini. Probabilmente nemmeno per adulti genitori.
the national: think you can wait
conversation 16
Conversation 16 sarà il nuovo singolo per i miei adorati The National. Il brano è stato presentato live al Letterman Show, l’esecuzione non è delle migliori ma, come potete immaginare, posso perdonare loro anche questo.