siamo tutti uguali

Ho osservato passare una mamma rom con due figlie piccole per mano e mi sono chiesto, come sempre, se ci sia una strategia o uno studio dietro al modo in cui scelgono e abbinano i vestiti. Voglio dire, è chiaro che se la povertà ti impone di metterti degli indumenti di risulta, quando ti procuri gli abiti devi adattarti a quello che c’è e anche la mattina quando esci per andare al lavoro o anche a vivere di espedienti indossi la prima cosa che ti capita a tiro. Una spiegazione che non mi convince appieno perché comunque capiterà pure di avere sottomano due cose poco sgargianti che stanno bene assieme, anche se di fattura e qualità discutibile, fermo restando che certi gonnelloni con fantasie mai viste in natura li hanno sono loro. Poi, qualche passo indietro, è spuntato il marito fianco di un altro uomo, un amico o un parente. Il marito indossava lo stesso maglione a righe orizzontali blu e marroni della Marlboro Classics che metto sempre in questa stagione, solo che il mio è leggermente slabbrato in fondo e fa un effetto poco elegante, a differenza del suo.

la risposta definitiva alla domanda è qui la festa è no

Mi restano solo poco più di sette mesi per decidere i vip con cui farmi fotografare in occasione dei miei imminenti cinquant’anni. Intanto, se volete candidarvi, potete mettere il dito qui sotto, o più semplicemente prenotarvi con un commento inserendo i vostri dati e, soprattutto, il numero di carta di credito con la scadenza e il codice a tre cifre che trovate scritto dietro. Dylan Dog, per dire, per il suo anniversario, e per lui sono trenta ma per un fumetto probabilmente l’età vale quasi il doppio, ha scelto gente del calibro di Totti e Jovanotti, non so se vi è capitata sottomano la foto in rete. Lascio perdere Totti perché il calcio non è il mio campo, sinceramente non so giudicare quanto possa essere offensivo, nei confronti di uno che nel calcio ci crede e lo sostiene con anima e corpo – cosa per me del resto inconcepibile tanto quanto barrare la crocetta del si al prossimo referendum – esprimere una considerazione su un popolare giocatore come lui.

La foto in questione, che riporto fedelmente qui sotto, mi ha fatto riflettere invece su due aspetti e, tolto Totti, è facile immaginare quali siano. La mia collezione di Dylan Dog, dal numero 1 al non mi ricordo ma credo almeno al 150 o giù di lì, giace desueta in scatoloni di cartone in cantina, all’asciutto per evitare danni, e in attesa di miglior vita. Venderli? Provare a vedere se a mia figlia interessano, considerando che da un po’ manifesta una irrazionale inclinazione per la letteratura gotica? Chissà se a trent’anni dalla prima uscita l’indagatore dell’incubo è un personaggio ancora attuale, di certo lo è più dell’altro cinquantenne, che a dirla tutta ai tempi di “Gimme five” (soprattutto la versione reggae) ed “è qui la festa” mai avremmo pensato che un giorno qualcuno avrebbe potuto celebrare il mezzo secolo di un tale fenomeno culturale con evidenti difetti di pronuncia e per di più renziano, il che mi permette di chiudere il cerchio perché sarà la cinquantesima volta – a essere ottimisti – che si parla di ponte sullo stretto. Ma quest’anno abbiamo una possibilità in più per dire di no in un colpo solo a Renzi, alle sue grandi opere demagogiche, alla possibilità che un partito come quello dei grillisti con il solo 20% si trovi a governare con la maggioranza assoluta questo paese, a delle riforme scritte da una come la Boschi. E, magari, chissà, anche a Jovanotti.

jovanotti-su-instagram-jova50-ilcapitano-e-dylandog-tre-compleanni-in-uno

portare le cose in discarica ha la stessa carica emotiva di un funerale

Per noi a cui solo una ferrea volontà di non oltrepassarne la soglia – il tutto supportato da indiscutibili limiti economici – impedisce di farci piombare nelle fauci tentacolari dell’accaparramento compulsivo, portare le cose in discarica ha la stessa carica emotiva di un funerale. Le similitudini con un viaggio di accompagnamento conclusivo verso il cimitero ci sono tutte. Certe vetture scure come la mia station wagon che hanno la stessa lunghezza di quelle adibite al trasporto estremo, la necessità di dare un ultimo addio a qualcosa/qualcuno con cui si è condiviso un bel pezzo di vita, anche se impacchettata in cantina. Il dover lasciare alle maglie dell’ignoto cose/persone a cui teniamo tantissimo e, soprattutto, il fatto che l’area ecologica del mio comune si trova nei pressi del cimitero e la strada da percorrere è la stessa. I pensieri mentre guido e non ho nemmeno il coraggio di guardare nello specchietto retrovisore le cose di cui mi sto liberando e delle quali la mia macchina è stipata sono facili da immaginare. Davvero non avrò più bisogno di quei cavi SCSI con cui collegavo lo Zip 100 al mio Power PC? Siamo sicuri che un domani i pezzi della lampada Ikea rotta non mi potranno servire da riciclare in qualche modo? E i portabici che non ho mai montato? Metti che sabato prossimo mi viene voglia usarli per fare la gita che sogno da tempo lungo i sentieri del Ticino. Ma non c’è scampo.

Quando mia moglie impone di sgomberare il garage, non conosce pietà. Siamo alla resa dei conti di tutto quello che mi è stato possibile occultare comportandomi come una specie di Schindler degli oggetti in tutti questi anni. La discarica poi trasmette per intero la tragedia del nostro tempo, ovvero perché produciamo così tanto se poi gli facciamo fare una fine così indecorosa. Il rituale varia da utente a utente: quelli che sono pagati per sgomberare le case altrui non si fanno nessun problema e, anzi, sono pronti a correggerti in lingua originale (solitamente rumeno) quando, per eccesso di zelo, stai per compiere un errore di valutazione. Un mobiletto in legno ma ancora dotato di componenti in metallo andrebbe nel cassone degli ingombranti, ma vengo esortato a non andare troppo per il sottile. Non vi sto poi a dire il funereo rumore della cassa piena di materiale informatico non più funzionante che ho rovesciato nel tumulo dei rifiuti elettrici. A guardia di quel varco per l’oltretomba dell’occidente industrializzato c’è un operatore pagato dalla cittadinanza e forzato a lavorare anche di domenica, alla faccia di Gianni Morandi, e passa il tempo – manco a dirlo – sullo smartphone. Un uomo di mezza età come me ha messo temporaneamente una cyclette anni 80 come blocco per la portiera del suo furgone da cui sta tirando fuori di tutto. Dopo essersi liberato di un materasso mi guarda e, con fare liberatorio, cercando di trovare complicità, mi confida che non c’è niente di più bello che disfarsi delle cose. Ha scelto chiaramente la persona sbagliata. Gli rispondo con un sorriso molto forzato e mi concentro su un cesto di vimini distrutto dai miei gatti che si capovolge nel contenitore in cui l’ho lanciato, rovesciando un set di freccette con le quali ho trascorso un’infinità di giorni festivi in cameretta con mia figlia. A proposito, resti tra noi, ma il suo diario di seconda media sono riuscito a nasconderlo clandestinamente nel cruscotto dell’auto come si fa con i profughi, salvandogli la vita in extremis. Lo spedirò all’estero per consentirgli un destino migliore.

con la precisione è più facile essere pazienti

Il mio nuovo dottore è di una puntualità commovente. È subentrato a uno dei medici di base andato in pensione da poco. Gli ha lasciato il posto e anche l’ambulatorio. Sono sparite però le stampe con le divise degli eserciti storici anche se, al loro posto, ci sono altre anticaglie di eguale bruttezza. Questa è l’unica occasione di modernizzazione mancata, perché per il resto le cose vanno molto meglio, a partire proprio dagli appuntamenti. Quando c’era il precedente dottore ogni visita era un dramma perché si sforava di più di un’ora. Mi dava appuntamento alle sei e trenta, io arrivavo alle sei perché dal dottore non si sa mai, e uscivo dallo studio almeno alle otto meno un quarto. La prima cosa che i pazienti chiedevano, entrati nella sala d’aspetto, ancora prima di dire buonasera, era l’ora degli appuntamenti degli altri per avere un’idea del margine di ritardo. Il problema del precedente dottore infatti era la difficoltà di organizzazione e la mancanza della capacità di previsione della durata media delle visite. Poi entravi e, cosa che per gli ipocondriaci era assai controproducente, finiva che il dottore si convinceva del’interpretazione delle condizioni fisiche che davano i pazienti di sé. Il nuovo dottore invece è giovane non tanto di età (mi pare sia mio coetaneo) quanto di approccio alla professione e ha competenze che lo fanno sembrare un laureato in ingegneria gestionale. Tende all’essenziale durante la visita pur essendo estremamente rigoroso, con il risultato che gli appuntamenti che dà spaccano il secondo. Quando prenoti al telefono ti chiede cosa ti occorre e, in base alle informazioni raccolte, probabilmente comprende di quanto tempo hai bisogno. L’appuntamento è alle sette, arrivi alle sette meno un quarto perché dal medico non si sa mai e alle sette ti chiama dentro. Restano però invariati gli accostamenti di pazienti. In sala di attesa continuano a capitarmi, anche se per un lasso di tempo nettamente inferiore a prima, persone molto diverse da me. Nessuno con la maglietta dei Joy Division, per dire, ma tanta gente che guarda sullo smartphone video di test di automobili o di cuccioli di cani allattati con il biberon.

prove tecniche di giudizio universale

Raramente mi trovo favorevole a cambiare il corso delle cose ma, per questo episodio, ho deciso di fare un’eccezione. Nicholas e David, i protagonisti di un racconto in cui un sabato mattina, fermi a un semaforo, hanno visto passare un tizio di corsa malgrado l’ora, un paio di sabati fa erano fermi al semaforo di Cascina del Sole poco prima delle sette del mattino e, a bordo del loro pick-up, si stavano recando al lavoro quando hanno notato un tizio in maglietta, pantaloncini e scarpette passare di corsa, malgrado l’ora. David e Nicholas, malgrado i nomi esotici, sono italianissimi, vivono a Cinisello Balsamo e hanno entrambi origini dal profondo sud. Nicholas era pensieroso perché, la sera prima, attraversando il piccolo giardino antistante l’ingresso del condominio in cui abita, è stato chiamato papà dal figlio dell’inquilino del quarto piano. Era sul suo balcone insieme alla nonna e ha gridato “Papà! Papà! Sta arrivando papà!”. La nonna si è messa a ridere e, con un po’ di imbarazzo, lo ha corretto a voce alta. “Ma no, non è papà, è un signore”. Nicholas così ha riflettuto su quante possibilità avesse in totale, nella vita, di essere scambiato per un signore magari sul lavoro, lui che fa il muratore. David invece dovete immaginarvelo meno sensibile. Uno di quelli che non ti fa passare con l’auto quando è fermo al semaforo e voi dovete attraversare con la macchina la colonna per andare dalla parte opposta e, anche se avete la freccia, fa finta di non avervi notato.

E infatti al cospetto del podista mattutino, David, un paio di sabati fa, fermo al semaforo, ha estratto una Lucky Strike senza filtro dal pacchetto morbido, la ha accesa nel pick-up e ha detto a Nicholas “alla faccia di quel salutista di merda che va a correre mentre noi andiamo al lavoro”. Il tempo di fare due tiri e David si è accasciato sul volante, colpito da un infarto. Morto sul colpo, per fortuna a furgone fermo al semaforo ancora rosso. Il semaforo di Cascina del Sole è famoso per essere lungo come la quaresima.

Così Nicholas, ancora distrutto per la morte improvvisa del suo collega e amico, mi ha mandato una e-mail chiedendomi un po’ di pietà per David. “David in fondo è uno buono”, mi ha scritto, “e non si merita la fine che hai deciso per lui”. La cosa mi ha fatto riflettere, perché se è vero che non bisogna fare battute sulla salute altrui, questo vale sia per i protagonisti dei racconti che fumano che per gli scrittori, soprattutto se gli scrittori non fumano ma vanno a correre la mattina presto alla faccia dei muratori fermi al semaforo che aspettano il verde per andare al lavoro. Così ho pensato che la mattina di quel sabato lì, il nostro runner mattutino anziché dedicarsi alla sua sessione di allenamento si è svegliato con un fastidio alla coscia destra, dovuto all’ultima corsa fatta due giorni prima, e ha rimandato la corsa alla mattina successiva, nella speranza che David aspetti di accendersi la prima sigaretta della giornata almeno dopo pranzo.

pubblicità stupefacente

Non dovreste sorprendervi del fatto che esista la pubblicità a preparazione istantanea come la polenta. La polenta istantanea la trovo utilissima e mi spiace deludere i miei lettori masterchef. Si tratta di uno dei piatti preferiti di mia figlia, e quando occorre preparare qualcosa di caldo e a colpo sicuro nei momenti in cui si va di fretta, la classica situazione in cui mamma e papà rincasano tardi e poco prima che lei rientri dall’allenamento, ci si mette veramente poco a metter su un paio di porzioni di polenta concia. Allo stesso modo esiste la pubblicità precotta, e se avete un buon spirito di osservazione vi sarete accorti anche voi che, complice il primato della comunicazione low budget imposta dai tagli al marketing dovuti alla flessione del mercato, in giro si vedono pubblicità fighissime con foto o footage bellissimi e musiche evocative ma che hanno una grave lacuna e cioè che è facile trovarne di uguali. Non intendo dire che si somigliano, ma che le agenzie di comunicazione utilizzano materiali per realizzare spot e visual già pronti e messi in commercio per due lire dai venditori dei contenuti royalty free. Mi spiego meglio. Siccome nel settore dell’advertising non ci sono più i profitti di una volta (sono finiti i tempi dei Mad Men) sono nati fornitori on-line di foto, video e musiche a prezzi stracciati. Internet è in grado di distribuirli ovunque nel mondo, e l’affacciarsi a un mercato globale compensa i singoli guadagni più bassi. Quindi può capitare che una foto per la pubblicità dell’agenzia viaggi X in Italia la usi anche il discount Y in Nuova Zelanda, tanto chi se ne accorge? Oppure la musica della card per il sistema museale della città di Z sia poi lo stesso jingle degli assorbenti W.

Così facendo le agenzia pubblicitarie possono risparmiare sui materiali utilizzando quelli precotti e continuare a fare il loro mestiere per i clienti a costi competitivi. Si tratta di un metodo che usano tutti, a parte chi ha ancora i soldi per fare comunicazione di un certo livello (auto, telefonia, cibo, case farmaceutiche). In queste banche dati dove davvero c’è tutto basta inserire i termini di ricerca per ottenere risultati sorprendentemente in linea con le proprie necessità. Vi faccio un esempio: provate a cercare “Gang Of Young People Taking Drugs ” sul sito di immagini on line www.shutterstock.com. Non vi sembra di aver già visto quell’immagine da qualche parte?

Ecco, tutto questo discorso per dirvi che tutto sommato mi è andata di lusso. Una trentina d’anni fa, in una foto come quella di sotto dell’ormai tristemente celeberrimo opuscoletto per la campagna del “Fertility day” avrei potuto esserci anch’io e mi avreste riconosciuto tutti, in contrasto con i figli dei primari e dei dentisti della foto di sopra. Nel dubbio, mi sono riprodotto in tempo.