vi va di salire a vedere il mio nuovo sito?

Non so se avete letto i miei ultimi cosi qui sotto. Se sì, avrete capito che mi sto trasferendo su un sito tutto mio. Ho già caricato tutti i post vecchi, dal primo all’ultimo, continuerò ancora per qualche giorno a pubblicare sia di qui che di là, ma tra un po’ lascerò questo spazio di WordPress e mi troverete solo su www.plus1gmt.it, il sito. A parte questo, non cambierà un belino, come si dice a Genova. Inizio però a salutare tutti i compagni di avventura che postano i loro pensierini su questa straordinaria e potentissima piattaforma che è wordpress.com, con cui è facile seguirsi reciprocamente, e agli amici di WordPress tengo a dire che anche di là ho confermato la fiducia al loro sistema di blogging e creazione siti, davvero eccezionale e facile da implementare. Lo stra-consiglio a chiunque abbia voglia di cimentarsi con la scrittura online.

Quindi niente: aggiornate i vostri feed, cambiate i vostri link, insomma fate tutto quello che dovete fare se vi va di continuare a leggermi e soprattutto tenetevi pronti: prima o poi ci sarà il vernissage. Vi aspetto quindi sul nuovo Alcuni aneddoti dal mio futuro, ditelo anche ai vostri amici.

ragazzi studiate, che è meglio

Il futuro sta nelle cose che non sono quello che dovrebbero essere. Un libro senza trama, un disco senza suono, una casa non abitabile, cibo che non si mangia e una sedia che non ti regge. Campanelli che suonano fuori dalla porta e dentro non si sentono, scoop che rivelano cose trite e ritrite, spot pubblicitari in cui si omette il nome del prodotto. “Compratelo!”, dicono gli attori alla fine. Ok, ma cosa? Sui social, in questo futuro così irriverente verso l’evoluzione dell’uomo, si fanno conversazioni senza capo né coda, si fanno richieste senza poi curarsi della risposta ottenuta. Persino i PC hanno tastiere mute che inviano input a cazzo al sistema operativo, una funzionalità che non sfigura tra abitudini come mangiare avanzi di cibo senza riscaldarli prima, parlare senza dire niente, mettersi in macchina e partire senza destinazione. Ci si ferma dove capita e si pernotta lì, nel primo albergo che si trova. Sempre che in questo futuro esista ancora il settore dell’accoglienza.

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i fantasmi del museo e il museo dei fantasmi

La brutta notizia è che ieri sono rimasto in piedi quasi dieci ore ad ascoltare con attenzione un giornalista newyorkese intervistare italiani dipendenti di una multinazionale che gli rispondevano in un inglese approssimativo per prendere nota, dall’indicatore del tempo trascorso sul display di una telecamera, dei punti salienti di quello che dicevano in modo che, rivedendo l’intervista, il giornalista potesse ritrovare al volo alcuni passaggi scelti sul file delle riprese. Lo so che è un lavoro difficile da capire tanto quanto da spiegare, per questo vi chiedo invece di concentrarvi sulla bella notizia. Una delle persone che si è sottoposta a questa attività che viene definita Media Training si chiama Cortinovis e, per una combinazione che ha del miracoloso, ha lo stesso timbro di voce del professor Cortinovis, quello che ci aveva portato in visita guidata al Museo delle Delusioni e poi si era eclissato, svanito nel nulla, tanto che tutti pensavamo che si fosse imboscato da qualche parte con la prof di educazione fisica. Invece poi Silvio l’aveva trovato in una specie di trance nella sala multimediale piena di postazioni con le cuffie, quella in cui si possono trascorrere ore, giorni e persino settimane intere a passare in rassegna una monumentale raccolta di timbri vocali legati a chi ci dà le brutte notizie.

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mille parole valgono di più di un’immagine

La comunicazione si divide in due tipi: quella efficace e quella che invece no. Un fattore chiave che ha portato a questa dicotomia così manichea, passatemi il termine, è il budget o, meglio, quello che si dice da quasi dieci anni e cioè che i soldi sono finiti. In tempi in cui si tira la cinghia i primi rami secchi che si fanno fuori sono proprio quelli in cui la linfa del marketing non passa più. Allo stesso tempo i passaggi degli spot alla TV tradizionale, ai tempi dell’Internet e di Netflix, fatta eccezione per i mondiali o per Sanremo probabilmente te li tirano dietro, questo significa che con due lire ti fai il tuo carosello e lo piazzi in prima o seconda serata.

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quando l’allievo supera il maestro ma prende la multa

Ho atteso che l’ingegnere terminasse il suo intervento ieri al seminario di “Scienza delle costruzioni oniriche” per farmi mostrare il suo modello di materiale rotabile per uso sotterraneo, ciò che noi imbevuti di cultura umanistica volgarmente definiamo metropolitana, che ha sviluppato nel sonno dopo un hamburger doppio con non ricordo che salsa e che ha poi riprodotto (il convoglio, non la salsa) grazie a una modernissima stampante 3D. La somiglianza con il mio ideale di trasporto pubblico ad alta frequentazione in effetti era impressionante, a partire dai sensori incorporati nei sedili intelligenti che riconoscono il passeggero seduto sopra e inviano informazioni come la pagina del libro da cui riprendere o un sistema laser per pulire le lenti appannate degli occhiali. Si possono sfruttare anche i big data, per esempio con un sistema che mette in relazione certe informazioni personali con le persone sedute vicino e, in caso di particolare compatibilità ma non necessariamente per fini seduttivi, i due sedili si illuminano come quelle macchinette per il videopoker quando si fa jackpot. Pensate che imbarazzo.

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festeggia anche tu il #bravoday

Non c’entrano gli scagnozzi di Don Rodrigo e non c’entra la Fiat. Oggi 21 marzo, oltre a essere una cosa da niente come il primo giorno di primavera e l’omonima canzone dei Dik Dik, o il primo giorno di primavera dopo il vero primo giorno di primavera che era ieri, come sostiene l’Internet del fact-checking e delle verità scientifiche, dicevo che oggi è anche il #bravoday, cioè il giorno in cui non costa nulla dire bravo a una persona che ha fatto un buon lavoro, oppure che ne ha fatti tanti ma nessuno glielo ha mai riconosciuto o il riconoscimento è stato manifestato a intermittenza perché lo si è sempre dato per scontato, oppure semplicemente gratificare uno che si sta impegnando e che magari non è ancora a regime con la qualità che gli viene chiesta ma che però, dicendogli bravo, sicuramente avrà un motivo in più per centrare l’obiettivo.

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alcune cose a cui attaccarsi, e no, quella a cui state pensando non c’è

Mi piacciono le esperienze itineranti solo a patto che poi si torni a casa. Questa è una costante della mia vita e non mi stancherò mai di dirlo e se mi stancherò tornerò comunque a casa mia per riposarmi. Per esperienze itineranti intendo cose come i tour che fanno i musicisti. Vai in un posto più o meno lontano, allestisci il tuo set di strumenti sul palco, fai la prova suoni, poi se sei in una bella città mangi e bevi qualcosa da qualche parte e ti dai un’occhiata intorno, magari qualcuna di quelle persone mai viste che incontri verrà a sentirti, molto più probabilmente no. Poi torni nel locale e fai il tuo show davanti al fonico e una dozzina di gente che è lì per caso, quindi finisce tutto, smonti e malgrado l’aspettativa come al solito delusa l’esperienza in sé è bella e sei già pronto a ripeterla perché c’è la passione, che raramente si consuma. Basta però che prima si possa rientrare a casa propria, anche tardissimo, a me piace così. Resta comunque qualcosa delle esperienze itineranti, soprattutto del tipo che vi ho appena descritto. Un modello riproposto in luoghi differenti ogni volta che si irradia da un centro che poi inevitabilmente ti attira verso di sé. Oggi faccio un diverso tipo di esperienza itinerante, e se vi dico cos’è scommetto che vi metterete a ridere.

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la mia prima Stramilano, una piccola recensione

Se non sei nato a Milano ma ci vivi da vent’anni ci sono alcuni esami propedeutici al conseguimento della milanesità a cui sottoporsi. Mentre per certi versi sono integrato al cento per cento, erano anni che rimandavo l’appello utile a diventare un podista (o come si dice oggi, soprattutto qui a Milano, un runner) milanese a tutti gli effetti: non solo correre a Parco Sempione, non solo allenarsi per le vie del centro con valori di polveri sottili da paura, non solo sperimentare a passo spedito quel mix di natura urbanizzata di periferia tra campi concimati di fresco e capannoni abbandonati, non solo svegliarsi alle cinque e mezza per spararsi dieci km prima di andare in ufficio con la nebbia e temperature polari. Tutta questa fatica bisogna poi trasformarla in profitto e risultati, altrimenti che milanese sarei, per questo il 2017 passerà alla storia come l’anno della mia prima Stramilano.

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