questa musica che non ha orecchi

Avete mai prestato attenzione seriamente alla musica diffusa nei negozi in cui fate shopping? E con shopping intendo l’accezione inglese, ovvero fare una spesa di qualsiasi tipo, dai pelati alla Coop alle Camper nuove in via Montenapoleone (percorso tipico di un consumatore di sinistra come me). Prendiamo per esempio un qualsiasi centro commerciale dell’hinterland, le solite botteghe in franchising con i prodotti che si ripetono tristemente uguali ovunque, l’apoteosi della spersonalizzazione della non-scelta del consumatore (e se scrivessi in inglese non ci sarebbe questa indecorosa infilata di preposizioni articolate).

È sabato, è anche inverno, fuori piove ma anche se non piovesse ci andrei lo stesso. Entro, e il background sonoro preponderante è il brusio, vociare misto a carrelli trainati e scale mobili. Qualche acuto di bambini. La canzoncina della giostra. Una madre richiama il proprio figlio: “Keviiiiiiiiiiiiiin!”. Ma concentriamoci. Si coglie un bordone di musiche varie in libertà, una sopra l’altra, un bsxbsbxbsbbrsrsrtrxrtsrtxrx che mi ricorda lo stabile industriale riconvertito in sale prove dove avevo il campo base di un gruppo, tanti anni fa. Un corridoio stretto su cui si affacciavano decine di cellette, ciascuna occupata da una band e dotata di adeguato sistema di isolamento acustico. Quindi dentro ci si stava da dio. Ma fuori, in quel limbo che dava accesso a quella fila di bocche chiuse e blindate usciva di tutto, metal su reggae su punk su nirvana su funky, un calderone disarmonico tendente alle frequenze più basse degna colonna sonora di girone dantesco.

L’esperienza al centro commerciale è simile, infatti entri in un negozio, lasci fuori tutto il bsxbsbxbsbbrsrsrtrxrtsrtxrxs e resti solo con una frazione di quel bsxbsbxbsbbrsrsrtrxrtsrtxrx, una componente di quel bsxbsbxbsbbrsrsrtrxrtsrtxrx che resta nuda e si lascia afferrare distintamente. Molto frequentemente, per non dire quasi sempre, il genere più in voga tra i misteriosi selezionatori (davvero: radio interne a parte, non ho idea di chi possano essere) è R’n’B moderno, quella variante della black music in cui le cantanti urlano acuti dopo essersi arrampicate su scale barocche con una logica piuttosto aleatoria (2 gradini verso l’alto, 3 verso il basso, torno su di 1, riscendo di 4 per poi saltare 2 a 2 verso la rampa successiva). Non ci sarebbe nulla di male (o almeno ci sarebbe ma capisco che a qualcuno piaccia così), purtroppo il bordone di chiacchericcio locale di ogni singolo negozio, muovendosi sulla stessa fascia di frequenze della componente strumentale, lascia emergere solo la voce. Che alla terza o quarta canzone, mentre sei lì che aspetti che si sciolga l’eterno dubbio della persona che accompagni circa l’acquisto di un capo da 6 euro, con molta probabilità tessuto in estremo oriente, che poi come da copione non sarà mai acquistato, genera fastidio.

C’è poi l’immancabile punzapunza, incontrastato leader dell’entertainment per distratti, con le sue varianti più o meno acide a seconda del target preso di mira. I postumi di Sanremo, Festivalbar (ammesso che esista ancora) e manifestazioni canore varie, ora note come Talent Show. Entri poi nei reparti wellness, erboristeria o cosmesi e sei automaticamente proiettato in luoghi esotici in cui armonie remote agevolano la contemplazione dei prodotti verso l’acquisto degli stessi. Tra gli scaffali del supermercato invece vale un po’ tutto, quasi come su Virgin Radio. Nulla di subliminale, perché se si tratta di scatolame o di salumi il consumatore non presta attenzione a nulla se non al prezzo al chilo.

Ma ora c’è un barlume di speranza, in tutto questo. Un po’ come i finali dei film più ansiogeni che, dopo 89 minuti di pioggia, si avviano ai titoli di coda con le nuvole che si aprono lasciando filtrare il cielo sereno. Proprio così. Al termine del mio non-tour nel non-luogo per antonomasia entro in una cartolibreria, e non credo alle mie orecchie: un raggio di sole, proprio quello di De Gregori, “a questo amore a questa distrazione, a questo carnevale dove nessuno ti vuole bene, dove nessuno ti vuole male“. Un pezzo che non mi capitava di sentire da secoli, “a questo mondo già troppo pieno, a questa strana ferrovia, unica al mondo per dove può andare ti porta dove porta il vento, ti porta dove scegli di ritornare“. La casualità della piacevole sorpresa mi ha reso di umore accondiscente verso la proposta di quel negozio, già più friendly per natura verso i miei gusti. Libri, penne, bloc notes e infinite varietà di ameno merchandising, “avrai matite per giocare e un bicchiere per bere forte, e un bicchiere per bere piano un sorriso per difenderti e un passaporto per andare via lontano“. A quel punto, io che detesto la retorica, mi sono svegliato dallo stato di ipnosi. Ho trovato eccessiva e didascalica la corrispondenza tra commento sonoro e immagini, quello che avevo intorno. Mi sono sentito colpito e affondato. Diamine, Francesco ha centrato nel segno. Così, di riflesso, sono fuggito senza comprare nulla.

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