sembra ieri

Ti ho visto, era mattina. Sei uscito all’alba sul balcone in pantofole, canottiera e Levis, la cintura slacciata, hai dato un’occhiata al consueto non-colore del cielo che tradizionalmente fa da controsoffitto sopra a Milano e aree adiacenti, mentre i rintocchi di campane ti hanno annunciato che un altro giorno di festa comandata era appena cominciato. E più tardi, quando tutti erano già svegli, hai deciso di fare un giro in bici da solo, visto che tua figlia non ne vuole sapere di uscire di casa e rimirare le brutture suburbane che ti circondano. Ha solo sette anni, ma già ha sviluppato il suo senso estetico. Come biasimarla. Tua moglie non è da meno.

A te invece piace pedalare lungo la zona grigia, quella sorta di terra di nessuno a cavallo tra la prima cintura metropolitana e la periferia della metropoli stessa. Una linea di confine in perenne crisi di identità: siamo già in città o siamo ancora nei sobborghi? Solo tu trovi affascinante osservare da vicino luoghi e cose che di norma ci si lascia sfuggire dal finestrino dell’auto. Uno scenario costruito unicamente a misura di mezzi di trasporto, che a occhio nudo e statico svela mostruosamente la sua oscenità. I piloni dello svincolo autostradale e il percolato che perpetuo ne fuoriesce, infiltrandosi sotto manifesti di Pittarello e biancheria intima Yamamay, accentuandone lo squallore pornografico. I lati semi-erbosi delle strade, in attesa di essere invasi dell’ambrosia, fanno da letto a vuoti di sottomarche di alcolici da discount.

C’è un sentiero che scorre lungo i binari della tramvia, considerato dai pedoni un marciapiede, dai ciclisti una pista ciclabile. Superi un paio di cinesi che si recano al lavoro, o rientrano camminando dal turno di notte svolto chissà dove, si scostano al campanello, di certo non rivendicano l’esclusiva. Poi il parchetto di quartiere, chi non può fare altro fa festa con i bambini lì, nel frattempo si fa vedere anche il sole.

Poche centinaia di metri su strada, invece, e rischi la distrazione degli automobilisti ben due volte. Non sarebbe giusta la tragedia proprio oggi. Ti viene subito in mente quel motivetto anni ottanta, quello della morte che è dappertutto, ci sono mosche sul parabrezza. Così pensi sia il caso di rientrare; nel rettilineo un ragazzo cammina di fretta, un’auto lo segue da vicino. C’è il padre alla guida, che gli intima di risalire nell’abitacolo. Il figlio non lo guarda nemmeno, gli chiede senza mezzi termini di non rompergli i coglioni e di andare affanculo. L’insulto si perde con un curioso effetto Doppler tra una famiglia cingalese che aspetta il tram alla fermata poco più avanti, intenta ad osservare i manifesti elettorali, i posti di lavoro creati dalla Moratti grazie all’expo e l’espressione corroborante di Pisapia. Dall’altro lato della provinciale, nel parcheggio esterno di uno stabilimento, un tizio malvestito si specchia nel vetro anteriore di una utilitaria, si accende una sigaretta e si guarda intorno sospetto, nella tipica espressione di chi sta per delinquere.

Lo sprint finale, passi sotto il cartello che sancisce l’inizio della competenza territoriale del tuo paese di residenza. Anche lì ci sono case, in un giardino che dà sulla strada un tizio che conosci, è il papà di una compagna di classe di tua figlia, sta accendendo il fuoco di un barbecue. L’odore di grigliata mista, beati loro, ti ricorda allora che c’è vita che ti aspetta. Non sarà giornata di resurrezione a sproposito.

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