raggira la moda

Parte da questo blog una nuova e costruttiva iniziativa di protesta. Quanto vi apprestate a leggere è il manifesto del Movimento Attivista del non-Shopping. Ci ribelliamo contro l’abbigliamento cheap, che è cheap solo nella qualità, nella fattura, nella composizione e nei dettagli ma non nel prezzo, perché comunque costa, i saldi sono farlocchi, e dopo una stagione è impresentabile e lo devi gettare via. E ci ribelliamo anche alle griffe, perché fuori della nostra portata, inaccessibili economicamente, e, detto tra noi, non è che ci stiano poi così bene. Noi del Movimento Attivista del non-Shopping vestiamo da sempre quattro capi in croce, sempre gli stessi, almeno dalle superiori. Riacquistandoli quando sono lisi, chiaro, uguali a quello appena dismesso, al limite si varia il colore, per esempio la polacchina scamosciata marron anziché blu scura, oppure beige, ma non riusciamo a scostarci dal nostro stile. Che poi è un non-stile ed è sempre quello. Qualche volta abbiamo azzardato un tentativo di innovazione, ed ecco che scarpe alla moda, pantaloni non a sigaretta, maglioncini colorati si sono rassegnati alla clausura in fondo ai nostri cassetti, alcuni hanno persino tentato il suicidio ormai disperando dall’essere indossati, un vero affronto a chi non ha nemmeno gli occhi per piangere*.

Noi del Movimento Attivista del non-Shopping abbiamo un feroce metodo di attacco, un modo irriverente di sfidare i nostri avversari, che sono i negozi tutti uguali della città e dei centri commerciali. Per non parlare degli outlet in cui i nostri/e compagni/e di vita ci trascinano nella speranza che un capo, disegnato per essere venduto a 2.000 euro e proposto in esclusiva a metà prezzo, ci convinca a cambiare abitudini, anzi, costumi. Ma, al 50%, si tratta pur sempre di 1.000 euro, quasi un mese del nostro lavoro per un po’ di stoffa cucita. Non se ne parla, è contro i nostri principi. Così si va a spasso per negozi, si entra, si prova, si commenta e si giudica l’articolo positivamente, ammiccando a commessi e clienti. Quindi si rimette a posto il capo dove era e si esce dal negozio, senza comprarlo, non prima di aver salutato l’addetto ringraziandolo per la cortesia. A fine giornata si fa il calcolo di quanto si è risparmiato, in questa performance che è una via di mezzo tra l’internazionale situazionista e la gag da candid camera. Ieri, per esempio, ho risparmiato più di 100 euro rimettendo a posto un paio di scarpe di tela. In saldo. Roba da matti.

* idiozie (le mie) a parte, per chi ha abiti che non usa più, abbigliamento appartenuto ai propri piccoli ormai cresciuti eccetera, e non sa che cosa farsene e abita a Milano, è possibile portare tutto al centro di raccolta dell’OSF, in zona Lambrate, hanno un gigantesco e ordinatissimo magazzino e da lì smistano tutto alle varie organizzazioni di assistenza. Aperto anche al sabato, ma controllate gli orari estivi.

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