120.000 km, uniproprietario

Apprezzo la professionalità di un vero sales quando ci si siede ad un tavolo e si affrontano tutte le sfaccettature del business indipendentemente dal valore dello stesso. Una manciata di dollari o la maggioranza delle quote di una multinazionale, per la nerditudine commerciale a grandi linee non cambia di molto. Le tappe della vendita, che passano dalla proposta, alla descrizione a parole della stessa, alla contrattazione e alla persuasione dell’affare fino alla firma del contratto, sono le stesse per tutti. Con tutto il lato estetico ed emozionale e gli annessi e connessi, ciò che nell’immaginario cinematografico comprende l’offerta del sigaro, i piedi sulla scrivania, la PNL non però in caso di piedi sulla scrivania perché dipende dall’altezza dei contraenti, lo sfoggio di segretarie provocanti che portano il caffè e via dicendo. Uno dei pochi lati positivi della crisi economica è quello di aver fatto saltare i nervi ai falchetti da quota, spero apprezziate il calembour, quelli belli aggressivi che devono raggiungere un tot in un tempo prefissato ma, cari miei, senza le palle e il sangue freddo e la pazienza non si arriva da nessuna parte.

I veri professionisti sono quelli che si attaccano a tutto pur di fare profitto, e non è assolutamente un giudizio etico. Ricordo ancora il concessionario che mi ha venduto la prima automobile acquistata con i miei guadagni, una Ford Escort SW blu usata, di quelle che ne sono state vendute a milioni in Italia, era impossibile fino a qualche anno fa guidare qualche chilometro in autostrada senza individuarne almeno un paio di esemplari. Lui, il venditore, lo chiamavamo Acefalo per via delle sue doti intellettive che manifestava al di fuori del contesto del registratore di cassa del suo autosalone di provincia, un lessico famigliare che riassumeva altresì tutte le perplessità di mia moglie e mie riguardo al suo successo con le donne, dato che gestiva in modo piuttosto spregiudicato un menage alternato con due compagne entrambe consapevoli della dicotomia relazionale, il tutto con l’aggravante di un figlio avuto da una terza donna precedente alle due e sparita chissà dove. Avevo tampinato Acefalo per alcuni mesi perché volevo essere sicuro di fare un affare, acquistare un’automobile al meglio delle condizioni e al prezzo più basso possibile, uno dei principali paradigmi della nostra società in caduta libera. Acefalo sopportava il mio pressing solo per il trait d’union, quel mio cognato lazzarone che poi ha truffato me e la mia famiglia dell’unica casa di proprietà, e so che penserete per quale motivo uno debba rendere pubblici i cazzi propri in questo modo e la risposta non è semplice e sarà un capitolo a sé stante.

Comunque, ricordo come se fosse ieri il nostro Acefalo seduto alla sua scrivania, mia moglie ed io dall’altra parte della stessa, e lui che abilmente dirottava la conversazione e le decisioni che ne sarebbero derivate privilegiando, come da manuale, le istanze della mia consorte. Mimando con le mani il gesto dell’iscrizione su stele delle ragioni sapienti che lei sosteneva, cosa che io faccio quotidianamente, sia ben chiaro. Una mano che impugnava un martello invisibile e l’altra uno scalpello inesistente e una lastra di marmo su cui andava a comporsi il successo di quella trattativa. Il cui valore non avrebbe poi superato i tremila euro, e che a posteriori mi sono chiesto quale potesse essere il senso di dedicarci così tanto tempo, così tanta energia, e una enfasi così marcata mentre al di fuori di quel gabbiotto c’erano fior fior di evasori totali che intestavano fuoristrada e berline da decine di migliaia di euro sulle spalle di società ma a uso e consumo di fine settimana trascorsi a lavarle negli appositi esercizi self service.

L’operazione di vendita comprese anche una fase di passaggio di consegne, un vero e proprio indottrinamento sul come si conduce una sedici valvole che è meglio tenere sempre con le marce alte anche se non si va forte. Lui che guidava nei dintorni di quel capannone di periferia e mi faceva il gesto di stare in silenzio, aguzzare l’udito e sentire le variazioni del borbottio del motore, quella che doveva diventare la mia principale preoccupazione non appena ne fossi diventato il proprietario con tutti i crismi. Finì che mi consegnò le chiavi come se mi avesse appena messo a disposizione la verginità di una minorenne. E devo dire che poi non è andata male, la Escort ha fatto la sua parte con dignità e se non fosse per i consumi mostruosi e anacronistici l’avrei tutt’ora.

Perché a un certo punto sono passato a una Xsara Picasso bifuel, scelta proprio per tagliare i costi del carburante e per avere a disposizione un portabagagli più consono a cose come passeggini, carrozzine, biciclettine e monopattini. Insomma ci siamo capiti. Ero riuscito a vendere la Ford a 1.600 euro a un idraulico di Quarto Oggiaro che per pagarmela in contanti aveva estratto dalla tasca dei calzoni un rotolo in cui ci saranno stati almeno ventimila euro in pezzi da cento, duecento e cinquecento. Lui aveva una BMW e mi disse che le collezionava, e la mia Ford Escort sarebbe servita ai suoi aiutanti come mezzo di lavoro per le trasferte sul territorio.

E l’aspetto interessante di tutto questo è che al momento dell’acquisto di questa vettura che possiedo tutt’ora, questa volta nuova di pacca, scelta appositamente color auto sporca in modo da non essere costretto a vergognarmi per la mia sciatteria, al momento della consegna c’è stato un altro individuo, probabilmente altrettanto acefalo di Acefalo, che dandoci del tu pur essendo palese il gap anagrafico ha descritto a mia moglie e a me nei minimi particolari tutte le funzionalità di una macchina poco più che entry level, come se ci fossimo trovati nell’abitacolo dello Shuttle. Ma questo è forse ciò che i più definiscono metter la passione nel proprio lavoro, l’impeto che trattiene i rappresentanti di aspirapolveri dal suicidarsi, i giovanotti azzimati nelle sale dei medici generici di paese nel restare convinti dei principi attivi contenuti nelle loro borse in finta pelle tra anziani che fanno a gara a chi ce l’ha più grave, alle impiegate degli uffici amministrativi che consumano il pranzo in ufficio perché nel raggio di chilometri e chilometri dal lavoro non c’è nemmeno un bar gestito da cinesi, che loro con tutti il cash flow che hanno a disposizione gli investimenti li fanno in centro e poi delle Escort e delle Xsara Picasso non sanno proprio che farsene.

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5 pensieri su “120.000 km, uniproprietario

  1. Ha ragione il commentatore che mi ha preceduto, tu sei capace di narrare qualunque storia, in bilico tra umorismo e cinismo, ma sempre con una bravura difficile da eguagliare.
    Dovessi comprarmi una macchina ti mando un tweet 🙂

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