alle origini del mito

Concludo questa settimana dedicata all’amore e dintorni con una di quelle storie che nascono nelle sale prove o comunque tra musicisti, laddove cioè due che si innamorano non hanno nemmeno bisogno della “loro canzone” perché di musica ce n’è fin troppa. Erano un trio e si erano dati il nome di una città immaginaria tratta da un celebre (quanto sopravvalutatissimo IMHO) libro di Tolkien perché, fondamentalmente, suonavano quel tipo di musica che piace a quel genere di lettori lì. I celti, il folk, gli sifolotti, i violini e sopratutto le voci femminili che ti fan venire voglia di ubriacarti di birra scura e fare la corte alla cantante.

E infatti il chitarrista acustico del trio era perso della vocalist, con quel timbro da tramonto con capelli al vento su bianche scogliere dei mari del nord e arpe e violini e altri strumenti da immaginario fantasy. Se ti innamori di una che incarna gli ideali estetici di un target che al secondo boccale di Guinness ti invita a darci dentro con la giga – e che pezzo di giga, nonostante il facile doppio senso – sai che patimenti a ogni concerto. Infatti lui si destreggiava tra arpeggi e pennate senza riuscire a toglierle gli occhi di dosso mentre lei vocalizzava tutto un universo fatto di quella materia che non si sa bene se sia mai esistita al di fuori di certa letteratura. Il terzo che completava il trio non conta, era un nerd degli strumenti a fiato artigianali che si faceva arrivare da qualche sedicente bardo agli albori del commercio elettronico pagandoli un occhio della testa.

Inutile dire che colei che sembrava uscita da una favola medievale aveva nei confronti del suo spasimante chitarrista quel tipico comportamento utile a tenere sempre gli uomini sulle spine senza che poi si giunga mai a conclusione. Che poi in un tripudio di astrazione la carnalità avrebbe persino sfigurato. Fareste mai sesso con un angelo, ammesso che gli angeli abbiano un sesso? Per farla breve, la cosa andava avanti così con questa tensione platonica monolaterale fino a quando si avviò un gemellaggio con un altro trio molto più terra terra. Un sodalizio nato per caso una sera in locale della provincia più profonda dove i due mini-gruppi avevano condiviso il palco e, risultandosi simpatici reciprocamente, avevano deciso di invitarsi in modo da raddoppiare le opportunità di suonare in giro. Era un trio anche con una venatura goliardica. Alternava classici della canzone d’autore a versioni kitsch come “le bionde trecce e gli occhi azzurri” cantata sugli accordi di “Smells like teen spirit” oppure un medley di “Adesso tu”, “Sabato pomeriggio” e “Come mai” con strofe, ponti e ritornelli alternati. Ma non è stato il tastierista autore di simili arrangiamenti a fare casino, quello è innocuo e lo conosco bene.

Il cantante, che era quello che aveva insistito più di tutti ad approfondire la partnership, era invece un vero e proprio professionista del broccolaggio in ambito musicale, e potete immagine come è stato complesso convincere il chitarrista del gruppo folk che non era detto che i due front-man e front-woman facessero le cose seriamente dopo che una sera, a fine esibizione, erano spariti evidentemente insieme senza nemmeno smontare le rispettive aste porta-microfono. Ed è finita che i due terzetti di lì a breve si sono sciolti – d’altronde accompagnereste mai una cantante di cui siete pazzi d’amore ma che se la fa con un componente di un gruppo da pianobar dopoché le avete fatto la corte per anni? – mentre i due cantanti sono stati felicemente sposati fino a qualche tempo fa, fino a quando lei un bel giorno è partita per l’Irlanda e, da allora, se ne sono perse le tracce.

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