se ci sono più di tre accordi non è jazz, è un compromesso storico

Poche cose mi danno sui nervi come le traduzioni in italiano delle canzoncine presenti nei telefilm e nei cartoni animati – eccezion fatta per gatto rognoso bel gattone puzzi come un caprone, che comunque ha un suo perché – e i pezzi venduti come appartenenti a un genere musicale solo perché di quel genere hanno una caratteristica come il ritmo, la struttura, o la successione degli accordi, o qualche intento dichiarato nel testo, ma in realtà puzzano di operazioni commerciali per sfondare in target non pertinenti lontano un miglio. L’esempio più eclatante, giusto per farvi capire a cosa mi riferisco, è quel vecchio successo di Stevie Wonder intitolato “Master Blaster (Jammin’)” che, nel 1980, ha fatto il pieno di primi posti in classifica e dischi venduti. Il brano in questione ha un valore encomiabile in quanto tributo a un Bob Marley ancora in vita ma già leggenda della cultura giamaicana, quindi nulla da dire se non su un aspetto di pura estetica musicale. Il pezzo viene spacciato come reggae perché ha il ritmo in levare, ma del reggae inteso come genere musicale non ha nulla. Il cantato, il giro armonico con tutti quegli accordi – il roots reggae è decisamente più elementare – e soprattutto quell’andamento di batteria shuffle alla “Jammin'” di Marley (che è già comunque un pezzo piuttosto pop a sé) che risponde all’idea che ha di reggae il pubblico che il reggae proprio non lo ascolterebbe se non dalla voce di Stevie Wonder. Ma è il jazz, soprattutto, a essere landa di facile conquista, complice il fatto di essere oggetto di sforzi trasversali per portarlo alle masse il che, lasciatemelo dire, è un’operazione di pura follia. Il jazz ha imboccato un percorso che lo ha portato anni luce lontano da noi con l’emancipazione della cultura afro-americana dagli anni 60 in poi, sviluppando un linguaggio per fare quadrato intorno a un movimento che si batteva per i propri diritti, questo con tutti i dovuti spin-off e scusate se sto generalizzando. Un’espressione radicale e complessa. Non a caso, con il jazz o sei dentro o sei fuori. Poi però si sono presentati gli sperimentatori con i suoni lunghi e rarefatti, gli accordi aperti, gli echi sugli strumenti, i bassi fretless e certe infiltrazioni new age che con le fronti imperlate di sudore dei batteristi neri stonano un po’. Ieri ho sentito una roba presentata come jazz con la voce di David Sylvian su Lifegate Radio che, ragazzi miei, mi ha fatto rabbrividire, e mi spiace non averla trovata per sottoporla anche al vostro giudizio. Mi sono precipitato così a cercare la cosa migliore per riequilibrare le dinamiche del mondo, rendere giustizia alla storia e mettermi in pace con il genere umano.

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4 pensieri su “se ci sono più di tre accordi non è jazz, è un compromesso storico

  1. concordo. al jazz devi arrivarci da solo, qualunque tentativo di farlo arrivare alla massa è una follia oltre che una fuorviante ed inevitabile (data la scelta) banalizzazione.
    c’è anche quel luogo comune e altrettanto fuorviante del “se non sai cos’è allora è jazz”, complice Baricco & Co. Niente di più stupido è stato detto sul jazz.
    D.Sylvian sta al jazz come Baricco sta alla mia libreria. E tutto sembra avere senso, ora. 😉

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