in condizioni climatiche così estreme diamo al verbo ventilare l’accezione che si merita

La sera stessa in cui qualcuno ha iniziato a salutare ogni timido movimento d’aria come un segnale che qualcosa davvero stesse per interrompere l’ennesimo fenomeno atmosferico estivo dal nome preso arbitrariamente dalla cultura che ci siamo fatti al ginnasio, ma che oggi in cui abbiamo completamente dimenticato ogni reminiscenza umanistica non esitiamo due volte a definire, nel nostro lessico famigliare esportabile in ogni ambiente, come “caldazza”, è stato proprio in quella sera lì che Germano via e-mail mi ha scritto di esser capitato per caso sulla considerazione che ho scritto qualche settimana fa circa i 70 anni di Debbie Harry. Da lì ha dedotto l’anno di nascita della cantante dei Blondie, 1945, a distanza quindi di poco tempo rispetto a quello di sua madre che, data l’età, non se la sta passando molto bene.

A parte una considerazione sul fatto che in effetti esiste sempre l’e-mail come canale di comunicazione al quale però stentiamo a ricorrere per tutto ciò che implica – complessità di composizione ed elaborazione, tempi di stesura, rilettura, in poche parole una certa attitudine alla scrittura epistolare che a causa della messaggistica istantanea e, in generale, dei botta e risposta testuali, vocali, in video o tramite immagini oramai possiamo considerare desueta – ho cercato di convincerlo che probabilmente intorno al 78 quando Debbie, poco più che trentenne, frequentava con le sue mise pensate per mettere in risalto la sua bellezza new wave i palcoscenici in tutto il mondo, anche sua madre, sui quarant’anni, poteva aver nulla da invidiare in quanto a fascino all’ex coniglietta di Playboy. Da qui la sua domanda retorica se l’avesse vista con gli occhi di un figlio adulto. Ma il modo di dire che con i se e i ma non si fa la storia vale anche applicato alla musica, e mai come in questo momento in cui due canzoni come “Se telefonando” o “Se bruciasse la città” sono state riportate alla ribalta grazie a un paio di mediocri interpreti della canzone sanremese risulta essere un’affermazione convincente.

Germano, che pensavo non avesse perso un colpo del suo piglio da conquistatore nemmeno dopo aver lavorato come manager all’Ikea, mi confessa invece che ha iniziato ad aver paura la mattina in cui è stato costretto in ufficio a fare colazione come un vero cittadino svedese. Così gli ho ricordato che anche le personalità più pavide hanno percorso la loro curva lungo la vita con tanto di vette e di cadute in quanto a sprezzo del pericolo. Questo a dimostrazione che, sebbene vi sia una media più o meno alta che si mantiene in base all’indole personale, sono sicuro che anche ai più temerari ad un certo punto è capitato di farsela sotto, e se ce l’hanno raccontato vuol dire che non si è trattato di un momento fatale. Magari anche solo per un momento di debolezza, metti che erano stanchi o distratti.

In generale parti che ti senti un leone, da ragazzino, probabilmente c’è anche un termine preso dalla psicologia dell’età evolutiva che indica quell’attitudine a cacciarsi nei guai con tendenza a sentirsi immortali. Ho visto gente alta meno di un metro e mezzo buttarsi in bicicletta da dirupi con pendenze da disegno di Mordillo. Altri chiedere passaggi in macchina a rischio violenza carnale. Lanci nel traffico a bordo di frigoriferi per gelati con le rotelle (questo è un episodio che ha proprio Germano come protagonista). Non vi dico quando si diventa dei bellimbusti forzuti, lì non ce n’è per nessuno. Anche giù con il paracadute, tanto al massimo non si apre.

Fino a quando si tirano i remi in barca e spaventa tutto. Fa paura la città di giorno che un tempo la si sfidava in orari impossibili. Spaventano persino le reazioni altrui, quando invece una volta ci si divertiva a fare i provocatori. Ho visto persone diventare man mano sempre più immobili tanto erano intimorite da ogni aspetto della vita, ogni momento, ogni rumore, qualunque cosa in movimento nel campo visivo. Da fermi i rischi indubbiamente decrescono. Da qualche parte quindi c’è questo rimessaggio delle vite umane in cui si prende posto nella stagione in cui è meglio muoversi solo per certe funzioni a cui non possiamo rinunciare. Un tempo che, guarda caso, coincide con la “caldazza” di cui sopra, quando il movimento dell’aria è solo un’illusione generata da un oggetto a elica che si sposta.

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