per favore non svegliatemi quando sogno di scrivere una poesia

Ho chiesto espressamente di non essere svegliato in alcuni momenti unici come quando sogno di scrivere una poesia. Non tanto per la lirica in sé che mi stavo inventando in quel momento onirico, oddio mi sembrava molto ispirata e aveva un suo senso come quando alle medie si fanno le parafrasi della traduzione in versi dell’Iliade e dell’Odissea ma qui al contrario. Stavo scrivendo cose d’amore, manco a dirlo, e mi veniva proprio da metterle in forma poetica, facevo una specie di riduzione dalla prosa e potete giurarci che mi stava venendo davvero bene. Ma so che sapete perché sognare di scrivere una poesia è un momento unico. Abbiamo scritto tutti poesie, vero, almeno una volta prima dei quindici anni, nella vita? Scommetto di si e probabilmente perché il poeta in fondo è un bambino, anzi, un fanciullino che tende la pargoletta mano verso un verso. Il vero potere della parola è tutto lì. Ho quaderni zeppi di poesie. Persino Fulvio, che è il fratello di un compagno di università che è uno che anche quando ci sono quaranta gradi si veste tutto di nero ed è rimasto musicalmente al 1986 e parla solo di quello, tempo fa mi ha scritto via sms dicendo di aver trovato in casa un mio quaderno zeppo di componimenti. Addirittura sonetti e roba in esametri ed endecasillabi. Gli ho detto che non mi interessano. Gli ho risposto di tenerseli pure e di farne quel che vuole, magari gettarli nella differenziata così quella carta sprecata servirà almeno a qualcosa di nobile. Chissà che ne è delle poesie una volta che sono cadute nell’oblio del loro autore. Ma io le scrivevo perché era più semplice che darsi alla narrativa, come molti suonavano punk non avendo studiato musica perché tanto la tecnica nell’arte non serve a nulla. Con la scusa degli ermetici e dei futuristi alla fine si può scrivere cosa si vuole e spacciare per poesia anche una parola onomatopeica detta con un rutto. Provate a dire “browser” (pron. brauser) e vedrete il successo con gli amici. Ecco, io sono passato direttamente dai sonetti al parlare con i rutti. A dodici anni avevo composto un’ode che si intitolava “è troppo tardi”. Era troppo tardi, a dodici anni. Ma di lì a poco ho scoperto la birra e, da allora, grazie ai rutti, non c’è stata più storia.

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