i pezzi degli altri

Ieri sera qui in campeggio ha suonato una cover band. Se seguite questo blog avete tutte le nozioni elementari per sapere che le cover band si caratterizzano per la proposta di canzoni più o meno famose di altri gruppi. Formula che, in inglese, si dice appunto cover. Le due principali linee di pensiero si pongono su altrettante posizioni dicotomiche. Ci sono quelli che sostengono che le cover debbano essere eseguite esattamente come la versione originale, perché solo con questa pratica è possibile dimostrare l’effettivo livello tecnico degli strumentisti. Su posizioni diametralmente opposte ci sono quelli che invece s’ingegnano in personalizzazioni dei brani a seconda dello spirito del gruppo. Per esempio gruppi che s’inventano arrangiamenti punk di canzoni che punk non sono, e una delle cose più interessanti – sul fronte delle cover – manifestatosi a cavallo degli anni 90 e e il secolo successivo è stato proprio il proliferare di esperimenti come questi, come quell’ensemble che ha pubblicato pezzi new wave anni 80 in chiave bossanova oppure le versioni salsa dei pezzi dei Kraftwerk o ancora “OK computer” riarrangiato reggae.

I gruppi che invece suonano cover dal vivo lo fanno per puro intrattenimento: anziché esserci un dj che mette “Everybody needs somebody” c’è la band che la canta live. So che vi sembrano concetti elementari ma è giusto che qualcuno, prima o poi, lo metta nero su bianco. Su wikipedia di trovano le definizioni più banali, non vedo perché uno esperto di musica come me non possa pubblicare un vero e proprio manifesto sull’argomento. Ma al di là di questa presunzione, quello di avere una cover band per far divertire il pubblico pagante sotto il palco è sempre stato un mio chiodo fisso, e il gruppo che ha suonato qui in campeggio ieri sera è andato molto vicino a quello che intendo io per cover band. Intanto hanno suonato tutti pezzi da festa, quindi mettendo da parte l’autoreferenzialità che spesso è il principale elemento che allontana il musicista dallo spettatore, nel caso relegandola intelligentemente laddove opportuno: in un repertorio di questo tipo, un brano come “Another brick in the wall” comunque ci stava perché notissimo, ballabilissimo e apprezzatissimo da un pubblico non più giovanissimo (la sfilza di superlativi è voluta per enfasi narrativa) e in più ha permesso al chitarrista di dimostrare la propria bravura con un assolo eseguito magistralmente, uguale all’originale.

Ma quello dei Pink Floyd forse è stato il brano più lento che il gruppo che si è esibito qui in campeggio ha eseguito. Anche pezzi già di per sé piuttosto mossi, come “Walk like an Egyptian” o “Walking on sunshine”, sono stati proposti ancora più sostenuti. Questa secondo me è la chiave giusta per una cover band: i brani da festa devono essere accelerati il più possibile per non dare tregua alla gente che ha voglia di scatenarsi. Anche io ho avuto un complesso con questo approccio. Ci chiamavamo “Cardiopalma e i fulmicotonici, il gruppo rock più veloce del mondo” ma abbiamo fatto un paio di prove e nulla più, il progetto era troppo sofisticato per i musicisti che avevo invitato a partecipare. Dimenticavo: la cover band che ha suonato qui in campeggio ieri sera invece si chiama “Echo 80”, sono di Cagliari, dicono di avere un repertorio esclusivamente anni 80 ma, come avete letto, mica è vero, ma sono comunque molto bravi.

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5 pensieri su “i pezzi degli altri

  1. E se i ragazzi avessero proposto brani degli anni 80 come se li avessero scritti i Led Zeppelin, avresti comunque apprezzato? (fermo restando che sarebbe stato comunque divertentissimo)

      1. Quello devo dire che è il genere di cover band che preferisco. Se l’idea ti piace, anche se il genere è completamente diverso e probabilmente già li conosci, ti consiglio di ascoltare i Beatallica.

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