appuntamenti al buio in ambito professionale: ecco come ci si comporta per simulare che è tutto ok

La consulente mandata dallo studio di ingegneria ha sorpreso gli altri due membri della commissione, un uomo e una donna sulla cinquantina entrambi tecnici ma non saprei dire esattamente con che tipo di specializzazione, perché si è presentata conciata come una dark londinese. Si coglie ampiamente l’imbarazzo dettato da un ambiente professionale fin troppo ingessato mentre fuori sulle scale anti-incendio consumano insieme la pausa sigaretta. I due più attempati osservano le vistose calzature in pelle mentre lei parla con assoluta noncuranza della necessità di sviluppare un modello digitale della collocazione del nuovo impianto in quel punto dello stabilimento. Ora, io non ci vedo nulla di male, ma diverse sono le dinamiche che si innescano nei numerosi casi quotidiani di appuntamento al buio in ambito professionale. Nessuno ne parla perché hanno sicuramente un fascino più ambiguo rispetto agli analoghi incontri di tipo sentimentale.

Non per me. Io quando devo incontrare qualcuno per lavoro che non ho mai visto mi agito tanto quanto le uscite combinate in doppia coppia con gli amici che ti vogliono propinare una fidanzata perché inizi a essere un caso disperato, avete presente? Dietro alle aziende ci sono persone, ed è da questi incontri quotidiani che prendono via i processi che fanno volare o inabissano l’economia. Il problema però in ambito B2B, permettetemi l’acronimo che sta per “tra aziende”, è che siamo abituati agli stereotipi. Devi passare qualche ora con un ingegnere? Preparati a uno incravattato con cui scambiare qualche battuta di fantascienza o sugli albori dell’IT. Stai per sederti a un tavolo con un sales manager? Ecco i completi slim fit all’ultima moda, di sicuro a pranzo fuori, e una valanga di auto-referenzialità.

Ma i due membri della commissione se la sono presa per dover lavorare con una che sembra uscita da un video dei Bauhaus, quindi per scherzare gli ho detto che gli avrei sottoposto alcune situazioni tipo per definire insieme una metodologia comportamentale da addurre in casi particolari, quando appunto la persona che incontriamo per lavoro (cliente o partner che sia) si posiziona in qualche modo ben al di fuori di quello a cui gli standard operativi ci costringono. Pensate se vi capitasse di procedere a una revisione di bilancio con una di quelle donne bellissime ma volutamente castigate in abiti da ragioniere. O se vogliamo invece esemplificare al peggio, c’è l’architetto del mega-studio che accompagnate nel sopralluogo per il nuovo progetto di illuminotecnica del cliente in comune che puzza ma di quella puzza di quando non ti lavi le ascelle. O ancora il manager albanese, il grafico obeso, il preside palesemente gay, la persona che devi intervistare che balbetta come se non ci fosse un domani, il direttore marketing nazifascista o la responsabile del personale che non la smette di tossire e le offri così la tua bottiglietta d’acqua come se potesse essere un modo di corromperla per la tua candidatura per il posto per il quale stai sostenendo il primo dei venti colloqui che ti separano dalla meta. Tutte persone che non si sono mai viste prima e che nessuno poteva immaginare fossero in quel modo lì. Quando la pausa sigaretta è finita, i due della commissione si attardano fuori con una scusa facendo entrare l’ingegnera darkettina per scambiarsi qualche parola, è facile capire il labiale da qui ma faccio finta di niente.

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Un pensiero su “appuntamenti al buio in ambito professionale: ecco come ci si comporta per simulare che è tutto ok

  1. Condizionamenti da stereotipi. A me è capitata la commerciale di una multinazionale che sembrava il tipo donna frustrata che non va mai dal parrucchiere, mocassini sformati, abiti riciclati e stretti su un corpo che non ci sta più

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