com’erano più belle le tragedie prima dei social network

Vi vedo asserire nei like che mettete. Passano le cose come l’acqua di un fiume e fate cenno di si, gli date ragione, pensate che le cose stanno proprio così. Il ritmo è frenetico, o c’è il refresh automatico oppure compare il pop-up che vi avvisa che ci sono nuove notizie. Una al secondo? Almeno. Vi vedo muovere la testa su e giù e poi cliccare, ed è facile indovinare qual è stata la vostra azione. Cliccare, talvolta condividere, fare il pieno di informazioni, di foto, di video, di spari, di cadaveri, di citazioni, di Fallaci e di Terzani, di lanci, rilanci, condanne, vendette. Davvero, pensate a com’erano più belle le tragedie prima dei social network. C’era già qualche sprazzo di community del terrore in tv, le edizioni speciali del telegiornale che ti cagavi addosso solo dalla sigla che partiva all’improvviso nel bel mezzo del tuo programma preferito, l’eccezionalità in sé era il preambolo di un evento nefasto. C’era stata qualche maratona ante-litteram come quella di Vermicino ma assolutamente estemporanea. Ma per il resto c’era il quotidiano del giorno dopo. In cantina ho da qualche parte la rassegna stampa del G8, per dire, ed era solo quattordici anni fa. Pensate a come si cambia, a come abbiamo reagito all’undici settembre e quello che stiamo provando ora. Ho letto moltissimi commenti e opinioni di persone comuni come me e – penso – voi, le ho lette e in molti casi la mia reazione è stata quella di commentare con “anch’io la pensavo così da adolescente, poi sono cresciuto”. C’è stato un momento in cui stavo persino per scrivere uno status su Facebook del tipo “lasciate che la religione sia il vostro hobby e non la vostra vita”, ma per fortuna mi sono messo a ridere prima di premere il tasto definitivo e commettere l’irreparabile.

Un’ultima riflessione. Se avete letto il mio post di ieri, anche oggi tremo all’idea di essere su un palco e di assistere a un finimondo con gente che spara all’impazzata. Una volta mi è capitato di suonare in una specie di circolo bocciofila quando è scoppiata una rissa. Suonavo in una delle tante orchestre di liscio in cui ho militato, forse era l’Equipe dell’allegria, e allora se era in quel caso vestivo una vistosa camicia a fiori, e tra i tavoli in cui la gente mangiava salamelle e beveva festeggiando non so cosa si sono menati. Prima due, poi quattro, poi dieci. La scazzottata si è diffusa a macchia d’olio e ha coinvolto buona parte dei presenti. Forse il clou della rissa è stato quando è uscito uno dei cuochi dalla cucina con una sedia e ha iniziato a spaccarla in testa come nei film di Bud Spencer, e a quel punto ho temuto il peggio. Prima ho avuto paura che la rissa si protraesse fin sul palco e sulla mia strumentazione presa a nolo. Poi che da qualche punto della sala qualcuno tirasse fuori una pistola. Ci trovavamo in un paese rivierasco piuttosto malfamato e in cui una certa criminalità del sud aveva piantato le radici, messo le mani e avviato affari, insomma non era uno scenario tanto fuori luogo. Quindi abbiamo interrotto la mazurca sul più bello e il cantante/fisarmonicista ha detto al microfono una cosa tipo “dai non fate così”. Ve lo giuro, testuali parole. Forse bisognava dire così a quelli dell’Isis, magari davvero avrebbero desistito.

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