la vita è come una scaletta corta e senza nemmeno un bis

Giochiamo che io ero David Bowie e che facevo un tour mondiale toccando anche l’Italia (avevo scritto Milano ma poi mi sembrava di fare torto a tutti voi che vivete in periferia). Stava per uscire il nuovo disco e quindi i concerti che facevamo erano quelli promozionali che si fanno da sempre per divulgare il nuovo lavoro. C’erano quindi i nuovi brani da proporre al pubblico, magari non proprio tutto l’album però quasi ma a quel punto Bowie andava in crisi perché non sapeva quali classici del suo repertorio aggiungere in scaletta perché il pubblico, sicuramente desideroso di assistere alla presentazione dei nuovi, avrebbe pagato comunque per sentire anche qualcuno di quelli storici. E quando il gioco si fa duro sapete come va a finire. Pensate infatti alla difficoltà che deve avere uno come lui a mettere insieme la scaletta ogni volta. Dunque, secondo Wikipedia Bowie ha pubblicato 26 album in studio e si appresta a far uscire il ventisettesimo, che fa in tutto almeno 300 canzoni circa, di cui ipotizziamo un centinaio circa di quelle stra-conosciute. Come si fa? Da dove si inizia? Qualche preferenza ce l’avrei e immagino anche voi, ma se fosse per me già solo la presenza del periodo berlinese sarebbe importante almeno tanto quanto i primi anni settanta, diciamo tra Hunky Dory e Young Americans. E vogliamo parlare di Lodger – Scary Monsters (and Super Creeps) e Let’s Dance? E anche di “Loving the Aliens” tratto da Tonight che anche se l’album è forse quello più sotto tono è comunque un pezzone? Poi ci sono gli anni novanta, con produzioni di tutto rispetto, e i duemila fino a The Next Day che hanno un loro perché. Ecco, se giochiamo che io ero David Bowie e che facevo un tour mondiale, la scaletta durerebbe una giornata intera e chissà se lui, oggi e alla sua età, riuscirebbe a tenere botta. Pensate, al contrario, alla sfortuna di fare concerti quando sei al primo album. Una mia amica che negli anni ottanta era uscita di senno per Joey Tempest degli Europe, mi raccontò della delusione al concerto di Genova: una manciata di brani e l’esecuzione di The Final Countdown due volte, all’inizio e alla fine. Ma si può? Io avevo visto gli Interpol ai tempi del loro primissimo ellepi, e se non ricordo male tirare fino a quindici canzoni era già stata un’impresa. Addirittura avevo messo su una band con un tizio che aveva organizzato delle serate ancora prima che avessimo prodotto un repertorio quantitativamente dignitoso, e così per colpa della sua fretta ci siamo trovati a dividere i palco con altri gruppi e a presentare set vergognosi da quattro o cinque canzoni. Non so se Bowie agli esordi abbia fatto errori strategici del genere, ma non ce lo vedo proprio, considerando la sua infallibilità: avete sentito “Blackstar”, il primo estratto dal suo nuovo album, vero’?

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