facciamo il tifo per il nostro successo

Se guardo la partita mi distraggono i cartelli e le pubblicità a bordo campo che mi ricordano anche in questo momento di svago la condizione generale di relativa povertà. E per fortuna che non si tratta di un incontro di calcio in cui le réclame rimandano a beni di ben altro livello. I jipponi più ingombranti da centomila euro, l’icoso che costa una milionata di vecchie lire, certi prodotti del made in Italy che se li avessero visti i nostri bisnonni l’emigrazione in america sarebbe stata ancora più massiccia. Ma qui non siamo allo stadio. Alla tv le partite del campionato di pallavolo femminile le passano di rado e i cartelloni cangianti nel palazzetto o sono appannaggio dell’economia locale o vengono opzionati da marchi di serie B come lo sport in questione che, anche se gioca la serie A, di certo non porta profitti a nessuno, almeno non quelli degli sport più redditizi che si venderebbero le madri per averli in esclusiva.

Tutto mi riporta a un certo provincialismo economico che dall’alto di certe metropoli patrimonio dell’immaginario collettivo fa venire i brividi di angoscia. L’agenzia di lavoro outsider rispetto ai grandi nomi del recruiting on line, che già loro che sono colossi nessuno ha mai capito come facciano a campare se poi la stragrande maggioranza trova quei pochi posti disponibili solo per sentito dire. Io che ho la fortuna di un tempo indeterminato vorrei scendere in campo (in senso figurato, non sono granché come schiacciatore) per congratularmi con quei professionisti dell’occupazione locale e implorarli di estendere il loro modello, che dal cartellone pubblicitario sembra essere vincente, a livello nazionale. In quanti, vedendo il logo dagli spalti, si ricordano di non avere un lavoro?

Poi vabbé, ci sono i tre quattro sponsor minori della squadra di casa che hanno ragione sociale abbastanza folkloristica, la sede nei dintorni e un nome che al terzo giro ti fa ancora ridere. Ma il loop del cartellone però si chiude sorprendentemente con una concessionaria Volkswagen, e qui scommetto che si diffoonde il desiderio di emigrare in Germania, un posto in cui la Touran ce l’ha l’equivalente tedesco nella posizione sociale dell’italiano che si compra la Punto, io per primo. La pubblicità accende i desideri della massa, ma è difficile non osservarla con gli occhi della quotidianità.

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