non c’è nulla che mi sorprenda e quando capita sono pronto a scattare una foto

Gli orari sono uno dei paradigmi della nostra società e fanno parte di quella manciata di regole intorno alle quali ruota tutto, insieme al buon senso, l’educazione, l’igiene, l’amore e Internet e sono le prime che mi vengono in mente. Gli orari sono fatti per essere osservati perché favoriscono incontri quando si rispettano e scontri quando invece no. Il ritardo è una delle principali piaghe della nostra economia perché basta un minuto in più in Nuova Zelanda che con un effetto domino che non possiamo nemmeno capire qui in Italia ci scappa il Frecciarossa sotto gli occhi, anzi è più facile il contrario, ovvero che basta un’ora di ritardo di un treno qui in Italia (e non faccio commenti) che in Nuova Zelanda milioni di occasioni per salvare le sorti di persone animali e cose vengono sprecate.

Questo per banalizzare la questione degli orari condivisi, quelli che ci legano agli altri, che uniscono persone in anticipo desiderose di incontrarsi e dividono altre in attesa da un pezzo. A me interessano gli orari individuali, quelli che quando uno li infrange al massimo ci rimette lui e nessun altro. Gli impiegatucoli come il sottoscritto sono fermamente vincolati agli orari individuali e lasciate perdere tutto il pippotto sul telelavoro perché lo so che certi mestieri uno potrebbe anche farli alle tre di notte e in pigiama a casa, ma sarebbe bello se poi il resto del mondo riconoscesse questi diritti e invece sapete bene che non è così.

A me l’assenza di un orario fa un paura perché di troppa libertà non sappiamo che farcene e credo anche a voi, a meno che non apparteniate alla categoria degli “Into the wild” che poi ci tocca venire a soccorrervi su un autobus abbandonato alla mercé dei ghiacci. Nella mia normalità dalle nove alle diciotto pausa pranzo compresa per quasi vent’anni so a memoria tutte le stagioni e quello che ogni giorno mi lascio alle spalle quando varco l’ingresso dell’agenzia e quello che ritrovo sulla strada del ritorno. Tutte le gradazioni di luce in base alla stagione e i colori delle foglie in Piazza Grandi e quelli del parco che attraverso per rientrare a casa, con il campo da basket blu e giallo.

Non c’è nulla che mi sorprenda e quando capita sono pronto a scattare una foto, filtrarla con la prima app che mi capita sotto tiro sullo smartphone e mostrare agli altri che qualcosa di diverso esiste sul serio per infondere speranza che basta aspettare e una variante capita a tutti. Nulla però che possa essere paragonato a quando gli orari li infrango di ore. Sgarrare un paio d’ore sulla tabella di marcia vuol dire essere pronti a cambiare tutto, anche solo per una volta. Gente, arredo urbano illuminato dai lampioni, il languore dell’appetito perché anche lo stomaco ha un orario, assenza di rumori e quei pochi che percepiamo diversi e nitidi, l’adattamento del corpo alla straordinarietà, attese più sopportabili, pensieri dilatati, occhi più rossi e affaticati, respiri rarefatti. E in famiglia ci si scopre più temerari. “Sai cara, oggi ho compiuto un’impresa. Ho provato una trasgressione, sono tornato a casa due ore dopo”.

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2 pensieri su “non c’è nulla che mi sorprenda e quando capita sono pronto a scattare una foto

  1. Bella e vera la conoscenza dei luoghi e delle luci e dei movimenti e persone ai soliti orari. Sbarrarlo a volte significa proprio entrare in un mondo nuovo. Come le stazioni di notte

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