i titoli li scrivo alla fine

La ragazza con i capelli rossi che fa l’architetto a Milano e trascorre i fine settimana a camminare scalza sul bagnasciuga della Riviera di Levante, almeno ora che l’inverno è passato, si stacca dopo un lungo bacio dalla bocca del suo futuro marito e vedo che gli chiede se non è preoccupato per il futuro. Lui l’aiuta con il trolley da weekend e gli risponde che no, non ci riesce, è troppo ossessionato dalla morte. Sale sull’Intercity e si siede sul posto prenotato ancora sconcertata dalla sua risposta ma gli manda lo stesso un saluto con quel modo delle dita sulla labbra che sembrerebbe la gag di un mimo se stessimo attenti a non riprodurre il rumore delle labbra, perché in questo caso, per un mimo, non ha più valore. Il viaggio sarà lungo, così cerco di finire il mio pezzo sul bisogno di condividere dal vivo storie come fanno gli americani. Parlarne fa bene? Ciao, mi chiamo Roberto e non faccio nulla di male da dieci giorni, a parte identificarmi in qualche canzone di successo o dimenticarmi gli auricolari quando ce n’era veramente bisogno e così non mi è stato possibile farlo. E a pensarci bene il periodo è stato ancora più lungo, d’altronde chi ci capisce è bravo in questo modo di intendere i giorni della settimana ammassati come bastoncini di shanghai, da prendere uno a uno con cautela senza farne muovere nessuno altrimenti passi il turno. Ognuno a raccontare la propria esperienza filtrata però dalla propria personalità. Se mi servisse una metafora potrei utilizzare quella – sempre efficace – degli effetti per la chitarra, ma il mio agente mi consiglia di piantarla con i riferimenti alla musica che siamo nel duemila e rotti e ormai non li capisce più nessuno. Allora vi faccio questo e poi basta. Avete mai notato come si comporta la gente quando discute? Ci sono quelli che sembrano collegati a un distorsore, che manco a dirlo sono i più violenti e pesanti con tutti vari gradi di saturazione del suono. Quelli più finti diresti che hanno un flanger o un chorus in azione. I più pignoli un delay perfettamente calcolato con un’operazione matematica per il ritardo dei tempi di ripetizione. I più fighi hanno il wah wah a pedale e mentre li ascolti ti prendono e ti viene voglia di muoverti a ritmo. Ecco, giuro che questo era l’ultimo.

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