red old chili peppers

Se non fosse per alcune ripercussioni sul corpo, sulla mente e sul morale, diventare anziani ha un suo perché soprattutto per le persone normali. I musicisti invece invecchiano male e lo abbiamo detto più volte, per cui ci tengo a sottolineare ancora che la migliore exit strategy è smettere di suonare prima, in modo da presentarsi all’appuntamento con la terza età belli, puliti e disintossicati ed evitare di mettersi in ridicolo con il prossimo. Ma di fronte a certi casi patetici – pensate a uno come Giuliano Lindo Ferrara – ci sono anche artisti la cui giovinezza è stata talmente strampalata che seguirne la canizie o quel che ne rimane è interessante e altamente educativo. Osservavo per esempio Flea (i cui capelli al momento sembrano invece essere viola) dimenarsi come un bassista dei Red Hot Chili Peppers del 92 qualsiasi nel video di “Dark Necessities”, ma tutti e quattro, a parte Frusciante che esce e entra dal gruppo in modo compulsivo, fanno molta tenerezza nel loro essere fuori come dei balconi ancora nel 2016. Flea è del 62, probabilmente si è fatto di tutto ma esprime se stesso con il resto della band contestualizzato all’anno in corso e alla data di nascita che inevitabilmente campeggia veritiera anche sulla sua carta d’identità. Era un trentenne particolare quando suonava “Suck my kiss”, resta un cinquantaquattrenne particolare mentre esegue i pezzi del nuovo album “The Getaway” che comunque non è per niente male. Anzi.

E oggi, che è il compleanno di Ian Curtis, ci chiediamo: 1. come sarebbe stato il front man dei Joy Division a sessant’anni; 2. se la band di Manchester sarebbe sopravvissuta a tutte le complessità dei giorni d’oggi come i New Order, che hanno pubblicato proprio nemmeno un anno fa uno dei loro album più belli, fermo restando che se Ian non si fosse impiccato probabilmente dei New Order non ci sarebbe stata così tanta necessità. L’ultima riflessione riguarda Garbo, quello di “A Berlino va bene”, a cui va il primato indiscusso di figura più innovativa della canzone italiana, considerando che i suoi innesti new wave nel mortorio poppettoso dei primi anni 80 hanno riportato parzialmente l’attenzione di noi esterofili entro i confini nazionali. Garbo è del 58 ed è attivissimo, io lo seguo sui social. Il suo problema è che non si scrolla di dosso i nostalgici che lo vorrebbero solo ed esclusivamente con l’impermeabile a cantare come Bowie o come gli Ultravox. Questo è un po’ il limite di noi ascoltatori provinciali che certi artisti di respiro internazionale non ce li meritiamo. Ah ecco, dimenticavo: a differenza di tutti, il merito di Bowie è stato quello di non invecchiare, non ci è riuscito ma non perché ha programmato perfettamente la sua morte. Peccato, perché l’avrei voluto volentieri al mio fianco – in senso traslato – nella mia, di terza età. Mi accontenterò della sua musica, almeno fino a quando non sarò completamente sordo.

5 pensieri su “red old chili peppers

  1. Ce ne vuole di fegato a mollare quando sei una delle band più conosciute al mondo (e anche una macchina da soldi non indifferente) e ti rendi conto di non aver più niente da dire. C’è chi si trascina stancamente avanti per anni e chi saluta dignitosamente e tu sei lì a chiederti nel primo caso perché non va a fare l’agricoltore in qualche orto inglese e nel secondo se proprio non c’era davvero più niente da dire.
    Di musicisti di cui farei volentieri a meno ce ne sono un tot, nazionali e non, tra quelli che avrei ancora voluto sentire ci sono solo i REM e non me ne vengono in mente altri.

    1. (Da questa considerazione sono ovviamente esclusi quelli che non si possono più ascoltare causa forza maggiore. Bowie ci avrebbe seppelliti tutti e lo avrei voluto pure come sottofondo del mio funerale)

      1. prego, ora è molto meglio.

        E’ tre giorni che ascolto solo i mars volta, mi stanno facendo uscire di testa.
        Immgino non t’importi ma te l’ho voluto dire comunque.

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