siete in una botte di ferro

In ufficio non succede mai niente e non si presenta mai la necessità di prestare soccorso, questo lo dicono tutti ma secondo me non è mica vero. Certo, non lavoriamo in fonderia, non facciamo saldature in quota e non maneggiamo liquidi che ti mangiano vivi, in più l’età media nel nostro ambiente è abbastanza bassa. Detto questo regimi di vita poco salutari, stress, qualche tara ereditaria impazzita o un banalissimo incidente – a una collega una volta è cascata una veneziana sulla testa mentre tentava di aprirla – non è detto che possano presentarsi sotto forma di pericoli ai quali è nostra responsabilità porre rimedio. Spero di non dover mai sperimentare un primo soccorso, e spero anche che, dovessi essere io la vittima, chi mi presta assistenza sia meno ansioso di me e in grado di fare la cosa giusta. Indovinate un po’ chi è stato designato, qui da me, come addetto al primo soccorso. E se sono stato individuato come quello più adatto, potete immaginare il resto e quindi se venite a lavorare qui sapete a che rischi andate incontro. Vi sentite male e io, come prima cosa, chiamo l’ambulanza e poi corro subito qui a raccontare cosa è successo.

Il problema è che a chi non piacerebbe saper fare la cosa giusta sempre, e i prescelti di quella élite che ci riesce (i dottori, per esempio) ti guardano malissimo se non sei capace e assumono quell’aria da sufficienza, e a questa élite io dico che, se fosse per me, tutta l’umanità intera dovrebbe essere laureata in medicina. Ve lo immaginate? Perché allora non imponiamo che tutti facciano di lavoro i chirurghi? I medici in prima linea? Risolveremmo un sacco di problemi, compresa la disoccupazione.

Pensavo proprio questo mentre goffamente tentavo di rianimare un manichino durante uno di quei corsi obbligatori che il sistema impone alle aziende con una ricorrenza maniacale. La legge è questa e, davvero, si tratta di un’iniziativa encomiabile se, per dirla come i detrattori di queste cose, non fosse tutto un magna magna. Ho trascorso quattro ore in una stanza per nulla attrezzata a questo genere di lezioni in cui occorre osservare il modo di fare di un docente. Quattro ore (si trattava di una sorta di “richiamo” dopo il corso vero e proprio che impegna per un giorno e mezzo) in cui la dimostrazione della procedura è durata quindici minuti e nel resto del pomeriggio i partecipanti, a turno, si sono messi alla prova seguendo i casi ipotizzati dalla docente, cinque minuti a testa. E se già al cospetto di un manichino mi sono sentito inadatto al genere umano, potete immaginare cosa può succedere con un ferito davanti.

Io sono stato designato per salvare un ipotetico infartuato, che tra l’altro da maschio cinquantenne è uno dei miei peggiori incubi e sono sempre lì ad ascoltare che le mie braccia, il petto, lo stomaco e la mandibola non mi mandino i noti segnali di allarme. Per farla breve, ci siamo avvicendati per dare il meglio della nostra prontezza di intervento e più si faceva tardi più l’attenzione calava, si rideva e si scherzava su moncherini, malattie, accidenti, respirazione bocca a bocca (un classico), anatomia e altre cose da scuola elementare. Poi la scheda finale: tredici risposte esatte su quindici ed è per questo che vi dico tranquilli, amici e colleghi, siete in una botte di ferro

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