sapevo che prima o poi sarebbe tornato questo giorno

Abbiamo avuto tempo un anno intero per riflettere su quello che ci manca da quando ci manca David Bowie, che è mancato appunto un anno fa domani. Ognuno di noi quindi può sfoggiare tutti i motivi sociali, culturali e anche personali per cui il mondo, le relazioni che abbiamo ma anche noi stessi, nel profondo, siamo diversi, oggi. Siamo debilitati dall’assenza ma anche forti perché sappiamo tutti come funziona con l’assenza: il ricordo si fortifica, si sublima, si fa presenza costante proprio perché la presenza della cosa o della persona che non c’è più non è più a nostra disposizione e quindi facciamo quadrato intorno ai nostri ricordi.

Dal 10 gennaio scorso ci siamo pitturati la faccia con le saette rosse e blu, abbiamo visto mostre a lui dedicate, abbiamo tolto i granelli di polvere dai solchi dei suoi vinili che era un po’ che non ascoltavamo, abbiamo scoperto inaspettati segreti dalle copertine dei suoi dischi. Ci sono stati tributi, riconoscimenti, giornate a tema, speciali sulle reti televisive, documentari. Giornalisti professionisti e blogger dilettanti si sono profusi in tonnellate di parole a colmare la narrazione di un artista sul quale non è stato detto abbastanza e mai lo sarà, anche se l’esposizione mediatica sembrerebbe provare il contrario.

Lo scorso 10 gennaio ero in Stazione Centrale a Milano, in attesa di un treno per Firenze, quando via Whatsapp ho appreso che Bowie era morto. Ho subito pensato alle tappe dell’evoluzione umana dal 1976 ad oggi, cioè dall’anno in cui più o meno sono venuto a conoscenza della sua musica e a come nel tempo Bowie ha espresso se stesso al meglio a seconda di cosa c’era intorno. Ho pensato ai dischi che ci siamo contesi io e mia sorella, alla raccolta “Rare” che ho prestato a un amico e non mi è mai stata più restituita, a certe sue canzoni smaccatamente glam che ancora oggi, con tutte quelle chitarre distorte e acute, faccio fatica ad ascoltare. Ho pensato alla corsa dei ragazzini strafatti nel film su Cristiana F., al video di Heroes visto a Odeon, alla parte di tastiere di “China Girl” per quante volte l’ho suonata. Alle sue collaborazioni con i Queen e con Mick Jagger, alla sua parte parlata nella versione extended di “Do they know it’s Christmas”, ad “Absolute Beginners” e alla ragazza che lo ascoltava piangendo perché era finito un amore che era nato proprio lì. Alla trilogia berlinese di cui in tanti si riempiono la bocca e hanno ragione, perché Low è il disco più bello anche se Scary Monster è quello a cui sono più affezionato. Alla tappa milanese del “A Reality Tour” nel 2003 o giù di lì che mi sono lasciato sfuggire ma chi poteva pensare che poi non ci sarebbe stata più occasione di vederlo live.

Insomma, in dodici mesi le occasioni per riflettere su quello che ci manca da quando ci manca David Bowie sono state tante, forse più di una al giorno. E l’ultima è di un paio di giorni fa, quando è uscito un suo pezzo nuovo. L’ho ascoltato e ho pensato se Bowie era ancora vivo quando l’ha scritto o davvero c’è un sistema per fare musica anche quando di noi non c’è più nulla, e in questo caso davvero non c’è motivo di preoccuparsi. Aspettiamo un nuovo album di suoi inediti, provenienti da chissà dove.

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