la guerra dei giornalisti

Ho conosciuto Lorenzo tramite Silvia, la migliore amica di Laura, ma nonostante i pochi gradi di separazione non mi ha fatto un prezzo particolarmente vantaggioso per casa sua. Anche se chiudo gli occhi per concentrarmi non mi ricordo nemmeno la sua faccia, solo il mento pronunciato ma perché è un tratto familiare che vedo da sempre, osservandomi allo specchio. So solo che la prima volta che ho visto il regista de “Le conseguenze dell’amore” in tv mi sono detto che Lorenzo poteva essere così. Silvia mi aveva lasciato il numero di cellulare di Lorenzo dettandomelo dalla sua agenda di lavoro e io l’avevo contattato da un telefono pubblico, preparandomi in anticipo una quantità cospicua di monete. L’unica esperienza di chiamata a uno dei rari contratti di telefonia mobile dell’epoca attivi l’avevo avuta tempo prima con Lisa, quella volta in cui, visto che non si andava al dunque, e ormai con il credito nella scheda agli sgoccioli, avevo fatto finta che c’era qualcuno che aveva urgenza di usare la cabina, per troncare dignitosamente la conversazione. Con Lorenzo avevo tagliato corto concludendo l’affare verbalmente a tempo record.

L’unica clausola del subaffitto era la disponibilità, previo avviso almeno di 24 ore, della stanzetta ubicata al piano superiore, quella che dava al mini-terrazzo sul tetto, per trascorrere la notte un paio di volte al mese in occasione delle sue visite in città. Mi aveva consegnato le chiavi vestito con un completo di fustagno verde, e per accattivarmi la sua fiducia avevo compensato la mia sensazione di inferiorità con la mitomania, sostenendo che me la cavavo piuttosto bene con i lavoretti di manutenzione, sistemare prese difettose, rubinetti che perdono, uso del trapano, tutte cose che, sia chiaro, non avevo nemmeno idea di come si facessero.

In casa però tutto procedeva a meraviglia, e anche gli aspetti folcloristici come la nutrita presenza di prostitute sudamericane nella via, una delle quali al primo piano del palazzo, o l’infermiere che si travestiva da donna per cantare i pezzi della Carrà nell’appartamento sotto al mio facevano parte dell’esperienza complessiva. Laura si fermava ogni tanto da me e non c’erano grossi problemi pratici. Guadagnavo abbastanza per arrivare alla fine del mese, pagavo l’affitto e le utenze, il budget per la spesa me lo facevo bastare. Per arrotondare, oltre al mio lavoro nell’editoria, avevo continuato a suonare con l’orchestra di liscio. Rientravo dalle serate poco prima dell’alba e il brivido di rincasare in quella zona piuttosto malfamata, trasportando costosi strumenti musicali, era compensato dall’idea di poterlo raccontare poi il giorno dopo, per darmi un po’ di arie con i miei colleghi molto più regolari di me. L’unico aspetto negativo era il non poter personalizzare l’ambiente, che poi era poco più di un monolocale, quanto avrei voluto. Con i subaffitti, si sa, non si può pretendere tanto. In casa c’erano tutte le cose di Lorenzo, io avevo portato lo stretto necessario, ma ero comunque ospite pagante in un posto che non era mio.

Lorenzo mi chiamava in ufficio per avvisarmi, come stabilito dal nostro patto, che di lì a poco avrebbe avuto bisogno di passare la notte in casa sua. Rientrando dal lavoro lo sentivo al piano di sopra chiacchierare al telefono. Poi scendeva o salivo io, scambiavamo qualche parola e dopo mi mettevo al computer, non so perché. So che mandava poesie d’amore a Silvia, anche se sapeva benissimo che era fidanzata e conosceva bene il suo ragazzo, e che aveva avuto una storia con una sua professoressa all’università.

La sera in cui era rincasato con un amico comune l’avevo accolto, senza pensarci, con un abbigliamento da casa provincialissimo che mi aveva procurato mia mamma per ovviare all’impianto di riscaldamento tutt’altro che efficace di quel monolocale in cui mi ero trasferito. Nonostante mio look poco radical chic, Lorenzo e il comune amico mi avevano ugualmente coinvolto nel consumo di un paio di canne, rito interclassista che unisce da sempre persone di tutte le estrazioni sociali. Da quel giorno, così, avevo preso a rovistare nei cassetti della stanzetta di sopra, nella ricerca di qualche rimasuglio da fumare nei momenti di solitudine. Ancora oggi, quando soggiorno in una casa trovata su Airbnb o Wimdu o Homelidays, che è il precursore di tutti, mi chiedo se ai proprietari non scocci lasciare i loro effetti personali alla mercé di inquilini curiosi e impiccioni, o addirittura ladri, come me. Vi giuro però che dei cassetti di Lorenzo non mi interessava nulla se non quel cespuglietto di erba conservato grossolanamente nel nylon di un pacchetto di sigarette e che, peraltro, rischiava di seccarsi. Che spreco.

In tutto credo di averne rubata una quantità irrisoria, qualche minuscola monoporzione per quattro o cinque volte, non di più. Poi, un giorno, Lorenzo mi ha chiamato in ufficio per dirmi che voleva che me ne andassi da casa sua e che gli lasciassi le chiavi sul tavolo, prima di uscire per l’ultima volta dopo aver portato via tutto. Aveva usato proprio le parole “voglio che te ne vai da casa mia” e il tono, oltre all’intenzione, non lasciavano dubbi. D’istinto mi sono messo subito sulle difensive, tanto che quando gli ho chiesto di incontrarci per risolvere la cosa, usando proprio le parole “incontriamoci per risolvere la cosa”, probabilmente ha pensato che volessi prenderlo a pugni per vendicarmi dello sgarbo e ha risposto, con un tono spaventato, di non essere disponibile, ma mi chiedo come abbia potuto, anche solo per un istante, pensare che uno con un abbigliamento domestico così provinciale e regalatogli da sua mamma, come me, potesse essere anche solo minimamente pericoloso.

Non so se aggiungere, a questo punto, il finale della storia ma oramai l’ho scritto ed è giusto così. Mentre riordinavo vestiti, libri e cd per il trasloco, ho notato un blando tentativo – non mio – di risolvere con scopa e paletta la disastrosa situazione del pavimento del bagno. Lorenzo era passato da casa senza avvertirmi e, di conseguenza, non avevo avuto modo di mettere a posto e di controllare che le sue cose fossero come le aveva lasciate la volta precedente. Non ero certo uno che si dava da fare per tenere pulito, ai tempi, e da allora il dubbio di essere stato cacciato per la pessima tenuta domestica anziché per la fiducia tradita per aver sbirciato nei suoi cassetti non mi ha mai abbandonato. Ho visto Lorenzo qualche anno dopo, al concerto di Manu Chao. Ero poco dietro di lui, teneva sulle spalle una bambina e si muoveva goffamente al ritmo terzomondista di una musica che, oggi, sembra davvero datatissima. Sapevo che era diventato papà e che si era già separato dalla madre di sua figlia, fedele solo al suo temperamento di seduttore dovuto, in parte, alla visibilità che il suo lavoro gli conferiva. Io invece ero cambiato moltissimo, nel frattempo; con Laura era finita da un pezzo e Silvia, l’amica che mi aveva messo in contatto con lui, chi l’ha più vista. So solo che ora vive da qualche parte negli Stati Uniti.

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