l’amore ai tempi della riproduzione casuale

Nel 1979 non c’è nulla di casuale, soprattutto in musica. Il massimo del random è la selezione che passa alla radio incrociata con lo zapping finché non si trova un pezzo decente ma i fattori non sono così affidati al destino. La gamma della proposta difficilmente sorprende l’ascoltatore esigente, benché le cose vadano molto meglio rispetto ai tempi dei bestiari rinchiusi negli zoo dei network commerciali di oggi e qualche sacca di qualità, in quel periodo così ingenuo e fecondo per l’arte in genere e in una delle numerose emittenti libere, la si trova sempre. Il random inteso come risultato di un algoritmo come lo conosciamo noi è venuto molto dopo e mai ci saremmo sognati in quella visione delle cose irregimentata in facciate di trentatré giri, con pattern di sequenze di canzoni imposti a priori, calati dall’alto e lunghi una ventina di minuti circa, che un giorno qualcuno avrebbe inventato un juke box virtuale dalla capienza infinita e un numero generato da un motore immobile (non stiamo a indagare chi, cosa, come, quando e perché) che si associa a una di quei miliardi di file audio disponibili e, in tempo reale, ne riproduce l’essenza.

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