180 grammi, il peso dell’anima su vinile

L’ultima traccia del lato B sfuma, il secco clic della puntina che batte sul solco più interno del disco, il braccio si solleva e rientra in posizione di fermo. Il piatto rallenta fino ad arrestarsi, nemmeno un giro dopo. La stanza ripiomba nel silenzio, le casse restano mute, l’immaginazione gioca con qualche rimasuglio di eco che non c’è, i rumori della strada riemergono dopo essersi messi da parte prima, nel rispetto del nostro ascolto. Questa più o meno è la vita, che come un long-playing ha due facce. Ci sono i primi due o tre brani con tutta la loro freschezza, una parte centrale che corrisponde alla massima intensità ma poi arrivi a metà e devi girare sull’altro lato per continuare e riprendere dal punto in cui ti sei interrotto, le ultime registrazioni fino alla traccia conclusiva che ti accompagna scemando fino agli ultimi battiti del cuore. I gruppi e i cantanti di un certo tipo scelgono come brano d’addio quello che somiglia di più a una richiesta di aiuto. Pensate a “Sinking” dei The Cure e a come chiude “The head on the door”. L’ingegno umano però è riuscito a prolungare il tempo e per certi versi a rovinare un po’ la questione con un accanimento terapeutico della vita media di un 33 giri.

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