Autore: plus1gmt

cose che fanno volare

Da giovedì scorso mia figlia è in vacanza. Ha dato l’orale dell’esame di terza media e dal giorno successivo ha preso a svegliarsi non prima dell’una. Non so se facciamo bene a lasciarla poltrire così a lungo, ma trovo che qualche giorno di ozio totale se lo possa permettere. La sensazione di non avere nulla ma proprio nulla da fare in un’età in cui non sei più un bambino è una fase che si presenta solo una volta nella vita e mia figlia ci è appena entrata. Non ricordo con quale consapevolezza si trascorrano i tre mesi di stacco prima delle superiori, per noi è facile pensarli come se capitassero a noi adulti ma per un tredicenne è tutto un altro paio di maniche. E non so nemmeno se qualcuno si sia mai rapportato a noi, a quell’età, nel modo in cui oggi noi genitori allestiamo la vita ai nostri figli, non so se riesco a spiegarmi. Io mi ricordo che ero abbastanza abbandonato a me stesso, sia mamma che papà lavoravano e non c’era molto da discutere. Il punto è che oggi quell’età coincide con un clima di leggerezza che non ha eguali. Pensieri da ragazzini, disimpegno, speranze, estate e vestiti leggeri, un sistema in cui sono totalmente de-responsabilizzati e al centro di tutto come mai nella storia del genere umano, in contatto con ogni angolo del pianeta grazie ai social e con una colonna sonora che, come da copione, ha tutte le caratteristiche per svuotar loro la testa dai turbamenti.

Quest’anno la scuola da cui mia figlia è appena uscita ha organizzato un ballo per i ragazzi delle terze. Quando lo abbiamo saputo ci è salita subito l’ansia. Avete presente i film americani, i ragazzi che invitano le ragazze, le limousine e i genitori che osservano le ragazze tutte acchittate abbandonare l’adolescenza?

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in natura un predatore presbite non si è mai visto

Linda ha una figlia segreta con gli stessi occhi verdi molto separati, quasi da cavallo, che straordinariamente e senza sapere nulla della carriera artistica della madre canta le stesse cover di hard rock dozzinale con atteggiamento ribelle e i jeans strappati in birrerie di periferia, dove tavolate di impiegati si danno alla trasgressione del fine settimana, fatta di alcolici da supermercato spacciati per shottini caraibici e birra industriale, per lasciar emergere, senza dare giustificazioni di sorta, tutti quegli aspetti della loro personalità che, a torto, ciascuno di essi ritiene tutto sommato i più interessanti ma, in generale, il mondo li preferisce in camicia a svolgere la loro funzione di data entry in orario di ufficio e per giunta muti, per quel che hanno da dire. Chi se ne intende di queste cose sa che la gente impazzisce invece a osservare persone come Peo, quello che suona il basso con la figlia segreta di Linda, perché ha un aspetto che non corrisponde affatto alla sua indole remissiva e quando inforca gli occhiali da lettura, al parco o sul tram, è come se un incantesimo si spezzasse perché, in natura, un predatore presbite non si è mai visto, perdonate il gioco di parole.

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la realtà è più amara di quella che si vede negli spot

Ma voi avete capito che cosa vogliono venderci quelli della Jagermeister – oltre a qualche bottiglia di Jagermeister – con quello spot completamente fuori target? E se vi siete mai ubriacati di Jagermeister sapete cosa intendo. Il gap culturale tra chi lavora nelle agenzie di comunicazione con chi si occupa di marketing dentro le aziende è sempre più ampio, il tutto a vantaggio delle agenzie di comunicazione che riescono a vendere alle aziende non tanto delle bocce di Jagermeister quanto cose che, quando a occuparsi di comunicazione nelle aziende c’era veramente gente che se ne capiva, nessuno avrebbe mai comprato.

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i napoletani hanno la memoria corta

Era dai tempi di “Nun te scurdà” che non si sentiva una canzone in dialetto così bella. Ma non è solo l’eccellente qualità che accomuna e crea un filo conduttore tra uno dei pezzi italiani più toccanti di tutti i tempi (contenuto in uno degli album italiani più riusciti in assoluto che è “Sanacore”) e “Tu t’e scurdat’ ‘e me” di Liberato, e non mi riferisco al tema della memoria presente in entrambi i titoli.

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la descrizione di un ottimo

Risponderei alle numerose riforme e cambiamenti di cui la scuola italiana è stata – giustamente – oggetto negli ultimi anni con una gif animata di una ragazzina di terza media che vomita in un catino qualche ora prima di sostenere l’orale del suo esame di fine ciclo. L’ansia deriva principalmente dal fatto che in questa parte del percorso formativo dei nostri ragazzi si tende sempre più a farli parlare sempre meno e a riempirli di test a risposta multipla, prove Invalsi e verifiche scritte, questo naturalmente in rapporti diversi a seconda dei singoli piani dell’offerta formativa, sensibilità dei docenti, indicazioni della direzione didattica e molto altro.

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chi è sopravvissuto agli anni novanta batta un colpo anzi no faccia una cover

Che gli anni novanta rappresentino la perfezione totale globale in tutto e per tutto non sono io il solo a sostenerlo e, se volete la prova a supporto di questa teoria, vi dico solo che non c’è come la musica degli anni novanta che è in grado di riassumere e trasmettere tutte le varie emozioni del genere umano. Se vi guardate in giro e siete buoni osservatori, anzi, ascoltatori, la realtà del nuovo secolo in cui siete immersi è imbevuta della musica degli anni novanta e dei richiami ad essa perché, come ho appena affermato ma ripetermi non è certo un problema, negli anni novanta c’è stata almeno una hit per ogni stato d’animo conosciuto dall’uomo. Certo, la causa di tutto ciò è anche che oggi chi tiene i fili della sonorizzazione pubblicitaria o documentaristica in generale negli anni novanta muoveva i primi passi sul dancefloor e certe atmosfere gli hanno trasmesso altro che un imprinting. Pensate a un genere come il trip-hop che piace alle persone intelligenti e a quelli che ascoltano lo zoo di centocinque, agli amanti dell’elettronica ma anche ai rockettari, e solo perché si spazia dal versante solare dei Morcheeba a quello cupissimo dei Massive Attack con quasi tutti i ritmi del creato. D’altronde gli ottanta si abbinano solo alla frivolezza (new wave a parte, ma non sono in molti ad avere gusti così raffinati), i settanta sono troppo politicizzati, i sessanta oramai troppo classici e, per venire ai giorni nostri, i duemila troppo derivativi dalle decadi precedenti, senza contare il rimescolamento che ha causato l’Internet e la confusione che regna oggi tra gli ascoltatori.

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visto da dietro nessuno è normale

“Specchio, servo delle mie brame” è da sempre la formula magica per avviare la sessione di video-conferenza con quella specie di spirito a cui possiamo porre qualsiasi domanda e che, a suo modo, risulta il precursore dei vari aiutanti altrettanto efficienti che sbrigano le cose per noi sui dispositivi smart in nostro possesso. In effetti ci ho provato centinaia di volte a connettermi, in bagno, nelle vetrine dei negozi e in ascensore, ma senza successo. Dipende dalla disponibilità di rete, probabilmente, o da qualche protocollo obsoleto integrato negli specchi che gli standard di trasmissione wireless oggi, così distanti dai tempi di Biancaneve, non supportano più.

Gli specchi così tornano a svolgere il loro compito per il quale sono stati inventati e c’è già abbastanza mistero in questo, secondo me, senza tirare in ballo entità che si manifestano da dimensioni a noi sconosciute, a partire dal nostro subconscio. Ma l’incantesimo che non smetterà mai di stupirmi è quando mi trovo in mezzo a specchi che riflettono specchi che riflettono specchi eccetera eccetera.

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