Autore: plus1gmt

il guerrilla reading riflette esattamente l’idea che chi non legge ha di chi legge

Ho esercitato il mio diritto a leggere a voce alta in pubblico solo una volta, durante un viaggio in traghetto verso la Sardegna. Bivaccavo su un materassino gonfiabile fiero del mio passaggio ponte, in compagnia di altre centinaia di viaggiatori senza cabina, e sapete come funziona quando si stanzia in tanti nello stesso posto. Se tutti parlano a voce alta, telefonano, non si premurano di imporre ai figli di fare meno baccano, quel posto diventa un inferno. Per farla breve, una piccola comitiva di gente di mezza età ma in piena adolescentizzazione e euforia da ferie da single discorreva con un tono inappropriato per l’ambiente, proprio mentre ero alle battute finali di non ricordo che libro (sicuramente un autore USA). Così, mi sono detto, perché non leggere ad alta voce? Forse i passaggi di quel libro hanno meno dignità delle loro chiacchiere?, mi sono chiesto. E il messaggio è passato. La comitiva di supergiovani, sbalordita e distratta riguardo all’argomento della loro conversazione dal mio comportamento, dopo qualche minuto ha desistito, preferendo quattro passi sul ponte scoperto a godersi le sigarette controvento e i battibecchi tra i cani costretti ad altrettanta socializzazione forzata.

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le storie del frigo

Prima di Instagram, di Twitter e di Facebook c’era il frigorifero ricoperto da foto, cartoline e ritagli di giornale appiccicati grazie a magneti per la maggior parte tondi a cui probabilmente gli sviluppatori di questa funzionalità per i social network si sono ispirati. La differenza è che sul frigo le storie potete farle durare quanto vi pare, non c’è la volatilità delle ventiquattro ore, e in più le vedono soltanto le persone a cui volete mostrarle. Negli appartamenti di passaggio da una vita all’altra si mischiano le storie che i coinquilini portano con sé con quelle del presente che profuma di aspettative per il futuro, il tutto imbellettato con reminder di cose da fare e cose di cui, malgrado il reminder, ci si è dimenticati. Spiccano anche i messaggi per gli ospiti perché le storie servono anche per dare una sintesi di sé o anche per velate dichiarazioni d’amore. Basta una foto o il testo di una canzone un po’ romantica dei Cure e il gioco è fatto. Nelle case definitive invece le raccolte di storie compongono un quadro veritiero da contemplare al posto della tv la sera a cena o con il caffellatte a colazione. I nonni che non ci sono più e i figli quando avevano ben altre dimensioni ed era possibile contenerli nell’incavo del braccio, cosa che poi diventa impossibile. Probabilmente il frigo è fatto apposta per questo utilizzo, e non me ne vogliano quelli che lo scelgono da incasso e lo occultano tra il resto dei mobili della cucina. Come fate a pubblicare le storie?

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per la volpe poi l’uva era poco più che un esercizio di stile

Dovremmo osservarci di più mentre ci dirigiamo imperturbabili verso il nostro destino perché, anche se a noi non sembra, manteniamo tutto sommato una nostra dignità. Ci sono centinaia di cose che facciamo con fastidio ma alla fine le facciamo assumendocene pure la corretta responsabilità. Quando non volevo andare a scuola mio papà rispondeva che, nell’eventualità, allora nemmeno lui si sarebbe recato al lavoro. Il lunedì sacramentiamo ma poi spegniamo la sveglia, apriamo un paio di scatolette ai gatti, prepariamo lo stesso la colazione per tutti mettendo da parte il fatto che quando il tempo ci rende orfani raggiungiamo il massimo picco di vulnerabilità e viviamo, da allora in poi, come funamboli senza rete e protezione alcuna. Sarà così anche per i nostri figli? In una società che ci impone modelli di successo illusoriamente alla nostra portata, per compensare la nostra frustrazione altro non possiamo fare che mettere loro al centro della nostra realizzazione. Per questo motivo oggi, come in tutti i momenti di crisi, ci comportiamo come se fossero molto più importanti di quanto la natura lo richieda.

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i dj dovrebbero essere come prima cosa dei ballerini

È proprio per evitare questo scollegamento con la realtà e con il lato pratico e quotidiano delle cose che gli architetti dovrebbero abitare le case che progettano, ma, come dice la mia amica Roberta che fa proprio quel mestiere lì, allora i dj dovrebbero essere come prima cosa dei ballerini perché di sovente la loro selezione trasmette un’idea della danza e dell’intelligenza motoria delle persone che darebbero qualsiasi cosa per dimenarsi come degli ossessi sotto sul dancefloor, piuttosto discutibile. Non vi nascondo che a me piace molto questo approccio che vede, nell’immedesimazione con il proprio target, la soluzione alla qualità del nostro lavoro ma per gli artisti – gli scrittori in primis – è tutto un altro paio di maniche. Non parliamo dei musicisti perché l’obiettivo è offrire a pioggia delle spremute di sé e, se non si vende nemmeno una copia per manifesta incompatibilità con il prossimo, chi se ne importa.

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ragazzi studiate, che è meglio

Il futuro sta nelle cose che non sono quello che dovrebbero essere. Un libro senza trama, un disco senza suono, una casa non abitabile, cibo che non si mangia e una sedia che non ti regge. Campanelli che suonano fuori dalla porta e dentro non si sentono, scoop che rivelano cose trite e ritrite, spot pubblicitari in cui si omette il nome del prodotto. “Compratelo!”, dicono gli attori alla fine. Ok, ma cosa? Sui social, in questo futuro così irriverente verso l’evoluzione dell’uomo, si fanno conversazioni senza capo né coda, si fanno richieste senza poi curarsi della risposta ottenuta. Persino i PC hanno tastiere mute che inviano input a cazzo al sistema operativo, una funzionalità che non sfigura tra abitudini come mangiare avanzi di cibo senza riscaldarli prima, parlare senza dire niente, mettersi in macchina e partire senza destinazione. Ci si ferma dove capita e si pernotta lì, nel primo albergo che si trova. Sempre che in questo futuro esista ancora il settore dell’accoglienza.

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i fantasmi del museo e il museo dei fantasmi

La brutta notizia è che ieri sono rimasto in piedi quasi dieci ore ad ascoltare con attenzione un giornalista newyorkese intervistare italiani dipendenti di una multinazionale che gli rispondevano in un inglese approssimativo per prendere nota, dall’indicatore del tempo trascorso sul display di una telecamera, dei punti salienti di quello che dicevano in modo che, rivedendo l’intervista, il giornalista potesse ritrovare al volo alcuni passaggi scelti sul file delle riprese. Lo so che è un lavoro difficile da capire tanto quanto da spiegare, per questo vi chiedo invece di concentrarvi sulla bella notizia. Una delle persone che si è sottoposta a questa attività che viene definita Media Training si chiama Cortinovis e, per una combinazione che ha del miracoloso, ha lo stesso timbro di voce del professor Cortinovis, quello che ci aveva portato in visita guidata al Museo delle Delusioni e poi si era eclissato, svanito nel nulla, tanto che tutti pensavamo che si fosse imboscato da qualche parte con la prof di educazione fisica. Invece poi Silvio l’aveva trovato in una specie di trance nella sala multimediale piena di postazioni con le cuffie, quella in cui si possono trascorrere ore, giorni e persino settimane intere a passare in rassegna una monumentale raccolta di timbri vocali legati a chi ci dà le brutte notizie.

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mille parole valgono di più di un’immagine

La comunicazione si divide in due tipi: quella efficace e quella che invece no. Un fattore chiave che ha portato a questa dicotomia così manichea, passatemi il termine, è il budget o, meglio, quello che si dice da quasi dieci anni e cioè che i soldi sono finiti. In tempi in cui si tira la cinghia i primi rami secchi che si fanno fuori sono proprio quelli in cui la linfa del marketing non passa più. Allo stesso tempo i passaggi degli spot alla TV tradizionale, ai tempi dell’Internet e di Netflix, fatta eccezione per i mondiali o per Sanremo probabilmente te li tirano dietro, questo significa che con due lire ti fai il tuo carosello e lo piazzi in prima o seconda serata.

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