Categoria: alti e bassi di fedeltà sonora

una bellissima storia internet

La gente crede che Marco sia matto perché ha delle pretese che non stanno né in cielo né in terra e ho provato le conseguenze di questa sua bizzarria sulla mia pelle. Marco ha rincorso per tutta la vita una fidanzata che si chiamasse Anna per tenere fede alla promessa fatta a Lucio Dalla di vivere il più possibile secondo le sue canzoni, questo molto tempo prima che Dalla ci lasciasse e, manco a dirlo, senza che Dalla sapesse nulla di quello che un suo fan volesse fare dell’eredità culturale e sociale dei suoi dischi. Controprova è che tutt’ora che Dalla non c’è più, e che quindi Marco potrebbe anche essere meno rigoroso su questo stile di vita tanto ormai è impossibile che Dalla lo venga a sapere, lui continua senza soluzione di continuità a farsi chiamare Gesù Bambino dalla gente porto o a vedere gente bere a una fontana che non era lui e potremmo andare avanti così per tutta la discografia di Dalla ma la storia verrebbe davvero troppo lunga. Vi prometto che un giorno userò questa storia come spunto per un romanzo, ma lo sapete che il web non perdona con le sue menate sul SEO e sul SEM e sui clic e che bisogna scrivere cose brevi perché gli analfabeti di ritorno si perdono alla quinta riga e che quindi, in questo post, è meglio andare al punto.

E il punto è che a Marco mancava la versione su vinile di “Come è profondo il mare”, e chi più di me sa quanto il non avere la collezione di dischi completa di quel gruppo o quel cantante possa essere frustrante.

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gruppi di supporto

Se nei giorni scorsi avete partecipato a una delle tappe italiane del tour dei Depeche Mode avrete avuto modo di apprezzare gli Algiers, il gruppo che ha aperto il concerto e che non so quante volte ve l’ho detto ma sono una delle band che amo di più, negli ultimi anni. Il primo omonimo disco, pubblicato nel 2015, è una bomba e se ve lo siete persi non vi sto più amico.

Il fatto è che ieri, che era il day-after della data milanese della band di Dave Gahan, ho pubblicato una foto su Facebook del nuovo arrivato nella mia collezione di ellepi che è invece “The underside of power”, il secondo disco degli Algiers uscito un paio di giorni fa. Mi sono visto sorprendentemente notificare una pioggia di like da amici che hanno conosciuto gli Algiers grazie alla loro presenza a San Siro. Qualcuno addirittura sostiene che la loro performance sia stata persino meglio riuscita di quella dei ben più blasonati headliner per una resa superiore dell’impianto di amplificazione o forse perché Dave Gahan era un po’ giù di voce. Non so, io non c’ero e non mi sento di confermare notizie che potrebbero essere fake news, ma ci tengo a sottolineare quanto sia importante la presenza dei gruppi di supporter per i grandi nomi della musica perché preparano l’atmosfera, scaldano i motori delle emozioni e consentono agli spettatori di non annoiarsi. D’altronde, per parafrasare uno di quegli aforismi che i quarantenni copia-incollano sulle jpeg da pubblicare sulle loro pagine Facebook con Biancaneve, Corto Maltese, cuoricini vari e quella specie di cagnolino che vi dà il buongiornissimo, è o non è l’attesa del concerto essa stessa il concerto?

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mai dire Miles

Se un giorno mai farò l’insegnante di qualcosa la prima cosa che dirò appena entrato in classe, il primo giorno di scuola, posati libri e quaderni sulla cattedra e sinceratomi che tutti sono in silenzio e attenti, qualunque sarà l’età, l’ordine o il grado dei miei discepoli – detta alla latina – la prima cosa che dirò appena entrato in classe sarà Miles Davis. D’altronde pensate a quante volte al giorno pronunciamo parole senza significato come Facebook, moccaccino, influencer, accattivante, buona vita, design thinking, taggare. Il primo minuto di scuola guarderò tutti negli occhi e dirò Miles Davis e cercherò di captare i pensieri di ritorno che saranno So what?, jazz modale, Bitches Brew, Bill Evans o Ron Carter, che per suonare il basso era uno piuttosto alto.

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i napoletani hanno la memoria corta

Era dai tempi di “Nun te scurdà” che non si sentiva una canzone in dialetto così bella. Ma non è solo l’eccellente qualità che accomuna e crea un filo conduttore tra uno dei pezzi italiani più toccanti di tutti i tempi (contenuto in uno degli album italiani più riusciti in assoluto che è “Sanacore”) e “Tu t’e scurdat’ ‘e me” di Liberato, e non mi riferisco al tema della memoria presente in entrambi i titoli.

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chi è sopravvissuto agli anni novanta batta un colpo anzi no faccia una cover

Che gli anni novanta rappresentino la perfezione totale globale in tutto e per tutto non sono io il solo a sostenerlo e, se volete la prova a supporto di questa teoria, vi dico solo che non c’è come la musica degli anni novanta che è in grado di riassumere e trasmettere tutte le varie emozioni del genere umano. Se vi guardate in giro e siete buoni osservatori, anzi, ascoltatori, la realtà del nuovo secolo in cui siete immersi è imbevuta della musica degli anni novanta e dei richiami ad essa perché, come ho appena affermato ma ripetermi non è certo un problema, negli anni novanta c’è stata almeno una hit per ogni stato d’animo conosciuto dall’uomo. Certo, la causa di tutto ciò è anche che oggi chi tiene i fili della sonorizzazione pubblicitaria o documentaristica in generale negli anni novanta muoveva i primi passi sul dancefloor e certe atmosfere gli hanno trasmesso altro che un imprinting. Pensate a un genere come il trip-hop che piace alle persone intelligenti e a quelli che ascoltano lo zoo di centocinque, agli amanti dell’elettronica ma anche ai rockettari, e solo perché si spazia dal versante solare dei Morcheeba a quello cupissimo dei Massive Attack con quasi tutti i ritmi del creato. D’altronde gli ottanta si abbinano solo alla frivolezza (new wave a parte, ma non sono in molti ad avere gusti così raffinati), i settanta sono troppo politicizzati, i sessanta oramai troppo classici e, per venire ai giorni nostri, i duemila troppo derivativi dalle decadi precedenti, senza contare il rimescolamento che ha causato l’Internet e la confusione che regna oggi tra gli ascoltatori.

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cosa fare quando vi cola il rimmel

Quando sbarcavo il lunario con il pianobar uno dei miei divertimenti preferiti era infilare richiami ad altri pezzi nelle canzoni che suonavo, questo perché la maggior parte delle canzoni che ero costretto a suonare non mi piacevano, mi sentivo offeso nella mia dimensione artistica, quindi esercitavo il mio diritto di rivalsa con delle citazioni più o meno colte o comunque acute sapendo che nessuno le avrebbe colte (o comunque acute, questa l’avete capita?). Un classico era suonare il tema di chitarra di “Boys don’t cry” dei The Cure sulla parte di pianoforte di “Rimmel” di Francesco De Gregori, la sequenza armonica è la stessa e ci sta a pennello. Questo però non è servito a tenermi lontano la nausea per “Rimmel”. Gran pezzo, ma se lo suoni tutte le sere dopo un po’ rompe ampiamente i maroni. Ed è proprio dai tempi del mash-up con “Boys don’t cry” dei The Cure che cerco di de-costruire “Rimmel” in tutti i modi che posso, se non di distruggerlo. So benissimo di non avere nessuna speranza di vincere questa sorta di guerra psicologica, ma per me impegnarmi nel rovinare la reputazione a “Rimmel” ormai è una vera e propria mission. Oggi l’ho sentita alla radio in una versione live ancora più fastidiosa, in cui De Gregori cambia notevolmente la metrica delle parole sulla melodia impedendo persino a un hater come me di cantarla. Così mi sono soffermato sul testo per l’ennesima volta e, alla luce della contemporaneità digitale, ho riflettuto sul fatto che “Rimmel” è una delle canzoni dei cantautori italiani con il testo più superato. Non ci credete?

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vi siete mai chiesti perché Steven Spielberg non ha pensato a un chitarrista per dialogare con gli alieni?

Ieri sera su RAI4 si è celebrata per l’ennesima volta la superiorità dei tastieristi su tutto il resto dei musicisti del mondo mondiale, se non dell’universo, con la messa in onda della replica di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. Se non l’avete visto vi rinfresco la memoria su alcuni passaggi. Intanto non dovete fermarvi alla prima banale interpretazione del film, un melenso volemosebbene della gente di fronte all’invasione dei marziani tanto che persino organismi tradizionalmente ostili al cittadino come CIA e FBI e Marines da un certo punto in poi stanno dalla parte della popolazione ormai in sollucchero per la visita. La dicotomia tra la confusione nella vita e nell’appartamento di Richard Dreyfuss versus l’appagamento trascendentale dell’ignoto sia escatologico che personale con la bionda single madre del bambino che scappa sull’astronave, un comportamento per certi aspetti precursore del grillismo. La simbologia della silhouette della montagna come reminiscenza biblica della manifestazione divina. L’ingenuità e la curiosità infantile come metodo empirico efficace per la scoperta scientifica. Tutte balle.

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