Categoria: buon proust ti faccia

alcune cose a cui attaccarsi, e no, quella a cui state pensando non c’è

Mi piacciono le esperienze itineranti solo a patto che poi si torni a casa. Questa è una costante della mia vita e non mi stancherò mai di dirlo e se mi stancherò tornerò comunque a casa mia per riposarmi. Per esperienze itineranti intendo cose come i tour che fanno i musicisti. Vai in un posto più o meno lontano, allestisci il tuo set di strumenti sul palco, fai la prova suoni, poi se sei in una bella città mangi e bevi qualcosa da qualche parte e ti dai un’occhiata intorno, magari qualcuna di quelle persone mai viste che incontri verrà a sentirti, molto più probabilmente no. Poi torni nel locale e fai il tuo show davanti al fonico e una dozzina di gente che è lì per caso, quindi finisce tutto, smonti e malgrado l’aspettativa come al solito delusa l’esperienza in sé è bella e sei già pronto a ripeterla perché c’è la passione, che raramente si consuma. Basta però che prima si possa rientrare a casa propria, anche tardissimo, a me piace così. Resta comunque qualcosa delle esperienze itineranti, soprattutto del tipo che vi ho appena descritto. Un modello riproposto in luoghi differenti ogni volta che si irradia da un centro che poi inevitabilmente ti attira verso di sé. Oggi faccio un diverso tipo di esperienza itinerante, e se vi dico cos’è scommetto che vi metterete a ridere.

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atlante illustrato delle sensazioni, vol. 1

Alle volte si sente la vita di un figlio battere nel petto e fare le nostre veci nel cuore, nemmeno si trattasse una banale giustificazione per non aver svolto i compiti che il prof. Destino ci ha assegnato per il tempo che ci resta. Si avverte la smania di un tredicenne che abbiamo lasciato ai suoi doveri di cambiare pelle, di cambiare corpo e aumentare la propria età a dismisura, pratica di cui noi genitori siamo ampiamente veterani. Se abbiamo impiantato qualche piccolo innesto di noi in loro, secondo quanto dovrebbe essere in teoria, in quelle sequenze di istruzioni contenute nei codici elicoidali di cui certa ingegneria si riempie la bocca, avvertire con un recettore indistinto da qualche parte dentro di noi (rigorosamente la mattina) quello che i figli sperimentano in quel momento, i palpiti dell’amore che si delinea confuso, gli sconvolgimenti dell’apprendere cose nuove in classe, la consapevolezza di nuove esperienze che vanno strutturandosi in un materiale a noi sconosciuto come risultato di una immaginaria stampante 3D, lo scorgere da qualche parte cose mai viste delle quali si prova una vaga percezione della loro possibile utilità in qualche tempo o in qualche spazio del futuro, capita che questo genere di sensazioni si facciano spazio in noi padri e madri come interferenze di una tv privata sulle frequenze di un palinsesto nazionale, cose che oggi col digitale oramai appartengono a una letteratura di fantascienza popolata da giovani ribelli pronti a colpire e a morire come se la vita fosse un film e i protagonisti loro.

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come va a finire il libro che non finisce mai, di Stewart Redhook, ed. Severino

Björn viene dal nord-europa ma si è trasferito in pianta stabile in Italia sin dai tempi dell’università, quando ha iniziato a manifestare la sua ossessione per il sesso con l’argomento della tesi di laurea in sociologia tutto dedicato alla componente carnale dell’amore e non. Nessuno gli hai mai fatto notare che uno strizzacervelli nel suo caso potrebbe risolvere un sacco di problemi. Chiariamoci, da come lo descrive l’autore non sembra uno violento, il fatto è però che vedere ogni sfaccettatura della vita con gli occhi della seduzione fa prendere delle cantonate, ti mette in una luce di scarsa attendibilità con gli amici, le donne dopo un po’ non ti credono nemmeno più e finisci a fare lo scrittore così, come ci siamo detti centinaia di volte, la realtà te la dipingi a parole come vuoi tu e riesci a non pensare più a tutte le menate su chi deve lanciare l’esca, il gioco delle parti, chi finisce prima e chi deve riattaccare il telefono alla fine della storia, sempre che la storia si chiuda. L’espediente della trama però è tutto sommato intrigante. Björn è dall’adolescenza che sogna di sottoporsi a un rapporto orale con se stesso, avete capito cosa intendo e, se leggete il libro, l’autore non usa ipocritamente mezzi termini o un linguaggio fintamente corretto come il sottoscritto.

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dispense di psicologia domestica

Oggi Diego Rainetti è uno stimato ricercatore del California Design Institute, uno dei tanti cervelli italiani in fuga all’estero ma da tempi non sospetti, quando qualcosa con cui tirare a fine del mese dalle nostre parti si trovava ancora. Venticinque anni fa Rainetti ha messo a frutto la sua passione per le case che, probabilmente, è un’attitudine che abbiamo tutti sopita da qualche parte e che si manifesta con i brividi e con quella specie di farfalle nello stomaco – che attenzione, a volte viene fraintesa come stimolo a correre in bagno – quando ci fermiamo a osservare migliaia di luci accese dietro alle finestre nelle stanze, da punti di vista privilegiati, per esempio un belvedere o una strada sopraelevata. Oppure la curiosità di infilarsi a piedi in ogni portone aperto, salire le scale e capire come sono disposti gli appartamenti, i colori dell’intonaco delle pareti, il modo in cui l’essere umano è capace a trasformare e personalizzare, l’organizzazione degli spazi e dei volumi nei quali le persone comuni come me e voi si riparano per trovare conforto, separarsi dal resto, fare l’amore, leggere e dormire sul divano. [CONTINUA A LEGGERE SUL BLOG DOVE PRESTO MI TRASFERIRÒ CLICCANDO QUI]

la cena dopo l’ultima

Dimenticatevi delle solite rimpatriate tra compagni del liceo. La mia amica Arianna se li è ritrovati tutti, appena morta, lì che l’aspettavano. Quelle pallosissime pizzate in cui si rimettono in atto tutte le dinamiche che a sedici e diciassette anni funzionavano e a quaranta o cinquanta – per i sopravvissuti – un po’ meno le abbiamo provate tutti ed è per questo che, per nostra fortuna, alla seconda o terza volta l’alto tasso di pateticità e la vergogna di metterci in mostra devastati dal tempo induce anche i più zelanti organizzatori a demordere. Invece così, da morti, è tutta un’altra cosa, tanto sei morto e peggio di così non potrebbe andare. [CONTINUA A LEGGERE SUL BLOG DOVE PRESTO MI TRASFERIRÒ CLICCANDO QUI]

manuale d’uso per le cose che prima o poi si ripropongono

Con il proprietario della villetta che vedo dal balcone di casa mia non ci salutiamo nemmeno pur vivendo a una manciata di metri di distanza, un comportamento abbastanza comune per noi che abbiamo la residenza nei paesi dormitorio della periferia milanese. Anzi, lo vedo solo dall’alto del mio appartamento mentre si prende cura in modo ossessivo del suo giardino, sapete come diventiamo noi maschi a una certa età. Non saprei quindi che volto dargli, come quando sei abituato a osservare qualcosa da un punto di vista abituale e poi, cambiando prospettiva, non lo riconosci più. Chissà quante volte ci siamo incontrati qui sotto per strada, o dal panettiere, anzi, più facilmente dal Mantegazza che è il ferramenta del paese che non teme nemmeno la concorrenza del Leroy Merlin, senza nemmeno saperlo. Meglio così, l’ignoranza ancora una volta mi ha tolto da un impiccio. Una volta mi ero lamentato con lui perché si era messo a tagliare l’erba di sabato mattina. Mia figlia era appena nata e probabilmente si era appena addormentata, così gli ho fatto notare – urlandogli dal mio balcone – che poteva essere una buona idea approfittare dei giorni feriali della settimana per dedicarsi alla cura del verde se non si ha un cazzo da fare, quando il quartiere è deserto e la gente è al lavoro in centro e non si rischia di disturbare nessuno.

Forse però con il mio comportamento l’ho offeso, facendogli pesare il fatto che lui è anziano e io – almeno ai tempi – no. Certo, se avessi fatto come Lucio che una volta a un tizio gli aveva detto in faccia “vecchio di merda” sarebbe sicuramente stato più grave. Comunque, in tutti questi anni – ne sono passati ormai tredici – mi sono chiesto più volte se non fosse il caso di suonare il campanello della sua villetta e chiarire l’accaduto, anche se magari non se ne ricorda nemmeno più. Un gesto che farei volentieri anche perché gli invidio tantissimo i ragazzini che fanno baccano nel suo giardino la domenica, quando consumano il pranzo tutti insieme, in quella casa, con figli e nipoti. Vedo spesso tre bambini e una ragazzina un po’ più grande che si inventano vari giochi in giardino per rompere la monotonia conviviale, sapete che scocciatura stare a tavola a quell’età con gli adulti che discutono di politica e di immigrati. In giardino ci sono degli alberelli e qualche vecchio strumento di lavoro, un pallone e altre cose. Sono scene che mi ricordano le occasioni in cui trascorrevo analoghe ricorrenze con i miei cugini, nella casa di campagna dei miei nonni materni, mentre i nostri genitori sorseggiavano il caffè chiacchierando in dialetto. Ce la spassavamo con giochi pericolosissimi, a ripensarli da qui. Funi sui rami usate come liane, botte, rincorse su e giù per i pendii. Ci lanciavamo le bocce – quelle di ferro – e in un paio di occasioni abbiamo anche combinato qualche danno, me lo ricordo come fosse ieri. Poi siamo cresciuti, sfortunatamente, e tra di noi ci siamo persi di vista. Uno di quei cugini è addirittura morto, un altro lavora sulle navi ed è sempre in giro per il mondo, ha già quattro figli avuti da tre mogli differenti, e io sono qui, a scrivere anche di loro.

la guerra dei giornalisti

Ho conosciuto Lorenzo tramite Silvia, la migliore amica di Laura, ma nonostante i pochi gradi di separazione non mi ha fatto un prezzo particolarmente vantaggioso per casa sua. Anche se chiudo gli occhi per concentrarmi non mi ricordo nemmeno la sua faccia, solo il mento pronunciato ma perché è un tratto familiare che vedo da sempre, osservandomi allo specchio. So solo che la prima volta che ho visto il regista de “Le conseguenze dell’amore” in tv mi sono detto che Lorenzo poteva essere così. Silvia mi aveva lasciato il numero di cellulare di Lorenzo dettandomelo dalla sua agenda di lavoro e io l’avevo contattato da un telefono pubblico, preparandomi in anticipo una quantità cospicua di monete. L’unica esperienza di chiamata a uno dei rari contratti di telefonia mobile dell’epoca attivi l’avevo avuta tempo prima con Lisa, quella volta in cui, visto che non si andava al dunque, e ormai con il credito nella scheda agli sgoccioli, avevo fatto finta che c’era qualcuno che aveva urgenza di usare la cabina, per troncare dignitosamente la conversazione. Con Lorenzo avevo tagliato corto concludendo l’affare verbalmente a tempo record.

L’unica clausola del subaffitto era la disponibilità, previo avviso almeno di 24 ore, della stanzetta ubicata al piano superiore, quella che dava al mini-terrazzo sul tetto, per trascorrere la notte un paio di volte al mese in occasione delle sue visite in città. Mi aveva consegnato le chiavi vestito con un completo di fustagno verde, e per accattivarmi la sua fiducia avevo compensato la mia sensazione di inferiorità con la mitomania, sostenendo che me la cavavo piuttosto bene con i lavoretti di manutenzione, sistemare prese difettose, rubinetti che perdono, uso del trapano, tutte cose che, sia chiaro, non avevo nemmeno idea di come si facessero.

In casa però tutto procedeva a meraviglia, e anche gli aspetti folcloristici come la nutrita presenza di prostitute sudamericane nella via, una delle quali al primo piano del palazzo, o l’infermiere che si travestiva da donna per cantare i pezzi della Carrà nell’appartamento sotto al mio facevano parte dell’esperienza complessiva. Laura si fermava ogni tanto da me e non c’erano grossi problemi pratici. Guadagnavo abbastanza per arrivare alla fine del mese, pagavo l’affitto e le utenze, il budget per la spesa me lo facevo bastare. Per arrotondare, oltre al mio lavoro nell’editoria, avevo continuato a suonare con l’orchestra di liscio. Rientravo dalle serate poco prima dell’alba e il brivido di rincasare in quella zona piuttosto malfamata, trasportando costosi strumenti musicali, era compensato dall’idea di poterlo raccontare poi il giorno dopo, per darmi un po’ di arie con i miei colleghi molto più regolari di me. L’unico aspetto negativo era il non poter personalizzare l’ambiente, che poi era poco più di un monolocale, quanto avrei voluto. Con i subaffitti, si sa, non si può pretendere tanto. In casa c’erano tutte le cose di Lorenzo, io avevo portato lo stretto necessario, ma ero comunque ospite pagante in un posto che non era mio.

Lorenzo mi chiamava in ufficio per avvisarmi, come stabilito dal nostro patto, che di lì a poco avrebbe avuto bisogno di passare la notte in casa sua. Rientrando dal lavoro lo sentivo al piano di sopra chiacchierare al telefono. Poi scendeva o salivo io, scambiavamo qualche parola e dopo mi mettevo al computer, non so perché. So che mandava poesie d’amore a Silvia, anche se sapeva benissimo che era fidanzata e conosceva bene il suo ragazzo, e che aveva avuto una storia con una sua professoressa all’università.

La sera in cui era rincasato con un amico comune l’avevo accolto, senza pensarci, con un abbigliamento da casa provincialissimo che mi aveva procurato mia mamma per ovviare all’impianto di riscaldamento tutt’altro che efficace di quel monolocale in cui mi ero trasferito. Nonostante mio look poco radical chic, Lorenzo e il comune amico mi avevano ugualmente coinvolto nel consumo di un paio di canne, rito interclassista che unisce da sempre persone di tutte le estrazioni sociali. Da quel giorno, così, avevo preso a rovistare nei cassetti della stanzetta di sopra, nella ricerca di qualche rimasuglio da fumare nei momenti di solitudine. Ancora oggi, quando soggiorno in una casa trovata su Airbnb o Wimdu o Homelidays, che è il precursore di tutti, mi chiedo se ai proprietari non scocci lasciare i loro effetti personali alla mercé di inquilini curiosi e impiccioni, o addirittura ladri, come me. Vi giuro però che dei cassetti di Lorenzo non mi interessava nulla se non quel cespuglietto di erba conservato grossolanamente nel nylon di un pacchetto di sigarette e che, peraltro, rischiava di seccarsi. Che spreco.

In tutto credo di averne rubata una quantità irrisoria, qualche minuscola monoporzione per quattro o cinque volte, non di più. Poi, un giorno, Lorenzo mi ha chiamato in ufficio per dirmi che voleva che me ne andassi da casa sua e che gli lasciassi le chiavi sul tavolo, prima di uscire per l’ultima volta dopo aver portato via tutto. Aveva usato proprio le parole “voglio che te ne vai da casa mia” e il tono, oltre all’intenzione, non lasciavano dubbi. D’istinto mi sono messo subito sulle difensive, tanto che quando gli ho chiesto di incontrarci per risolvere la cosa, usando proprio le parole “incontriamoci per risolvere la cosa”, probabilmente ha pensato che volessi prenderlo a pugni per vendicarmi dello sgarbo e ha risposto, con un tono spaventato, di non essere disponibile, ma mi chiedo come abbia potuto, anche solo per un istante, pensare che uno con un abbigliamento domestico così provinciale e regalatogli da sua mamma, come me, potesse essere anche solo minimamente pericoloso.

Non so se aggiungere, a questo punto, il finale della storia ma oramai l’ho scritto ed è giusto così. Mentre riordinavo vestiti, libri e cd per il trasloco, ho notato un blando tentativo – non mio – di risolvere con scopa e paletta la disastrosa situazione del pavimento del bagno. Lorenzo era passato da casa senza avvertirmi e, di conseguenza, non avevo avuto modo di mettere a posto e di controllare che le sue cose fossero come le aveva lasciate la volta precedente. Non ero certo uno che si dava da fare per tenere pulito, ai tempi, e da allora il dubbio di essere stato cacciato per la pessima tenuta domestica anziché per la fiducia tradita per aver sbirciato nei suoi cassetti non mi ha mai abbandonato. Ho visto Lorenzo qualche anno dopo, al concerto di Manu Chao. Ero poco dietro di lui, teneva sulle spalle una bambina e si muoveva goffamente al ritmo terzomondista di una musica che, oggi, sembra davvero datatissima. Sapevo che era diventato papà e che si era già separato dalla madre di sua figlia, fedele solo al suo temperamento di seduttore dovuto, in parte, alla visibilità che il suo lavoro gli conferiva. Io invece ero cambiato moltissimo, nel frattempo; con Laura era finita da un pezzo e Silvia, l’amica che mi aveva messo in contatto con lui, chi l’ha più vista. So solo che ora vive da qualche parte negli Stati Uniti.