Categoria: buon proust ti faccia

mai dire Miles

Se un giorno mai farò l’insegnante di qualcosa la prima cosa che dirò appena entrato in classe, il primo giorno di scuola, posati libri e quaderni sulla cattedra e sinceratomi che tutti sono in silenzio e attenti, qualunque sarà l’età, l’ordine o il grado dei miei discepoli – detta alla latina – la prima cosa che dirò appena entrato in classe sarà Miles Davis. D’altronde pensate a quante volte al giorno pronunciamo parole senza significato come Facebook, moccaccino, influencer, accattivante, buona vita, design thinking, taggare. Il primo minuto di scuola guarderò tutti negli occhi e dirò Miles Davis e cercherò di captare i pensieri di ritorno che saranno So what?, jazz modale, Bitches Brew, Bill Evans o Ron Carter, che per suonare il basso era uno piuttosto alto.

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quando si scarica la batteria della macchina ricomincia tutto da capo

Almeno il pieno controllo sui calendari dei nostri gingilli elettronici ci è stato lasciato, questo ci dà l’illusione di impostare i valori di misurazione del tempo come ci pare e piace, che poi questo non abbia nessuna conseguenza sul divenire delle cose è un altro discorso. Sono rimasto con la batteria della macchina a terra, qualche tempo fa. Quando l’ho sostituita e il cruscotto si è riacceso segnava il giorno in cui probabilmente il suo sistema di bordo è stato programmato, una data remota di dieci anni fa quando mia figlia si apprestava a lasciare l’asilo nido. Un po’ come se tutti noi avessimo segnato nel nostro codice a barre questo valore di fabbricazione, anzi possiamo dire che è proprio così.

Ma con certe agende elettroniche possiamo muoverci tra futuro e passato molto meglio del buon vecchio Marty McFly. Proprio mia figlia ha sfidato Google Calendar per verificare fino a quanto riuscisse a spingersi in avanti e ha impostato un appuntamento per il 15 agosto 3008.

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le dieci cose più belle da fare la domenica sera

Si è fatto tardi e, se leggerete questo articolo domani, mettetevi l’URL tra i preferiti e conservatelo per domenica prossima. Nel frattempo dategli un’occhiata e scegliete il modo che vi ispira di più per trascorrere la domenica sera; il mio consiglio infatti è di provare le seguenti procedure una per volta, tanto avete tutto il tempo che volete per passare sai quante domeniche sere tra ora e l’eternità, quindi tanto vale andare per gradi e poi, terminato l’elenco, ripartire da capo.

Intanto però inizio da una cosa che sicuramente non dovreste fare, che è starvene davanti alla TV, inteso come passare in rassegna i canali senza una meta ben precisa. Tempo qualche minuto e vi ritroverete sconfitti alle undici circa con le palpebre che si chiudono e vi addormenterete con il senso di colpa di aver sprecato una sera preziosa come la domenica sera. La domenica sera è importante e allo stesso tempo ricca di insidie psicologiche, per così dire. Per questo occorre affrontarla con dei programmi ben precisi e lo zapping, al 90% occupato da trasmissioni sportive, proprio non fa per noi.

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alcune cose a cui attaccarsi, e no, quella a cui state pensando non c’è

Mi piacciono le esperienze itineranti solo a patto che poi si torni a casa. Questa è una costante della mia vita e non mi stancherò mai di dirlo e se mi stancherò tornerò comunque a casa mia per riposarmi. Per esperienze itineranti intendo cose come i tour che fanno i musicisti. Vai in un posto più o meno lontano, allestisci il tuo set di strumenti sul palco, fai la prova suoni, poi se sei in una bella città mangi e bevi qualcosa da qualche parte e ti dai un’occhiata intorno, magari qualcuna di quelle persone mai viste che incontri verrà a sentirti, molto più probabilmente no. Poi torni nel locale e fai il tuo show davanti al fonico e una dozzina di gente che è lì per caso, quindi finisce tutto, smonti e malgrado l’aspettativa come al solito delusa l’esperienza in sé è bella e sei già pronto a ripeterla perché c’è la passione, che raramente si consuma. Basta però che prima si possa rientrare a casa propria, anche tardissimo, a me piace così. Resta comunque qualcosa delle esperienze itineranti, soprattutto del tipo che vi ho appena descritto. Un modello riproposto in luoghi differenti ogni volta che si irradia da un centro che poi inevitabilmente ti attira verso di sé. Oggi faccio un diverso tipo di esperienza itinerante, e se vi dico cos’è scommetto che vi metterete a ridere.

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atlante illustrato delle sensazioni, vol. 1

Alle volte si sente la vita di un figlio battere nel petto e fare le nostre veci nel cuore, nemmeno si trattasse una banale giustificazione per non aver svolto i compiti che il prof. Destino ci ha assegnato per il tempo che ci resta. Si avverte la smania di un tredicenne che abbiamo lasciato ai suoi doveri di cambiare pelle, di cambiare corpo e aumentare la propria età a dismisura, pratica di cui noi genitori siamo ampiamente veterani. Se abbiamo impiantato qualche piccolo innesto di noi in loro, secondo quanto dovrebbe essere in teoria, in quelle sequenze di istruzioni contenute nei codici elicoidali di cui certa ingegneria si riempie la bocca, avvertire con un recettore indistinto da qualche parte dentro di noi (rigorosamente la mattina) quello che i figli sperimentano in quel momento, i palpiti dell’amore che si delinea confuso, gli sconvolgimenti dell’apprendere cose nuove in classe, la consapevolezza di nuove esperienze che vanno strutturandosi in un materiale a noi sconosciuto come risultato di una immaginaria stampante 3D, lo scorgere da qualche parte cose mai viste delle quali si prova una vaga percezione della loro possibile utilità in qualche tempo o in qualche spazio del futuro, capita che questo genere di sensazioni si facciano spazio in noi padri e madri come interferenze di una tv privata sulle frequenze di un palinsesto nazionale, cose che oggi col digitale oramai appartengono a una letteratura di fantascienza popolata da giovani ribelli pronti a colpire e a morire come se la vita fosse un film e i protagonisti loro.

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come va a finire il libro che non finisce mai, di Stewart Redhook, ed. Severino

Björn viene dal nord-europa ma si è trasferito in pianta stabile in Italia sin dai tempi dell’università, quando ha iniziato a manifestare la sua ossessione per il sesso con l’argomento della tesi di laurea in sociologia tutto dedicato alla componente carnale dell’amore e non. Nessuno gli hai mai fatto notare che uno strizzacervelli nel suo caso potrebbe risolvere un sacco di problemi. Chiariamoci, da come lo descrive l’autore non sembra uno violento, il fatto è però che vedere ogni sfaccettatura della vita con gli occhi della seduzione fa prendere delle cantonate, ti mette in una luce di scarsa attendibilità con gli amici, le donne dopo un po’ non ti credono nemmeno più e finisci a fare lo scrittore così, come ci siamo detti centinaia di volte, la realtà te la dipingi a parole come vuoi tu e riesci a non pensare più a tutte le menate su chi deve lanciare l’esca, il gioco delle parti, chi finisce prima e chi deve riattaccare il telefono alla fine della storia, sempre che la storia si chiuda. L’espediente della trama però è tutto sommato intrigante. Björn è dall’adolescenza che sogna di sottoporsi a un rapporto orale con se stesso, avete capito cosa intendo e, se leggete il libro, l’autore non usa ipocritamente mezzi termini o un linguaggio fintamente corretto come il sottoscritto.

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dispense di psicologia domestica

Oggi Diego Rainetti è uno stimato ricercatore del California Design Institute, uno dei tanti cervelli italiani in fuga all’estero ma da tempi non sospetti, quando qualcosa con cui tirare a fine del mese dalle nostre parti si trovava ancora. Venticinque anni fa Rainetti ha messo a frutto la sua passione per le case che, probabilmente, è un’attitudine che abbiamo tutti sopita da qualche parte e che si manifesta con i brividi e con quella specie di farfalle nello stomaco – che attenzione, a volte viene fraintesa come stimolo a correre in bagno – quando ci fermiamo a osservare migliaia di luci accese dietro alle finestre nelle stanze, da punti di vista privilegiati, per esempio un belvedere o una strada sopraelevata. Oppure la curiosità di infilarsi a piedi in ogni portone aperto, salire le scale e capire come sono disposti gli appartamenti, i colori dell’intonaco delle pareti, il modo in cui l’essere umano è capace a trasformare e personalizzare, l’organizzazione degli spazi e dei volumi nei quali le persone comuni come me e voi si riparano per trovare conforto, separarsi dal resto, fare l’amore, leggere e dormire sul divano. [CONTINUA A LEGGERE SUL BLOG DOVE PRESTO MI TRASFERIRÒ CLICCANDO QUI]