Categoria: Spazio Pour Parler

i tredici motivi più plausibili per suicidarsi in tv

Punto primo: ma voi ve lo ricordate il casino che avevate in testa a quindici e sedici anni? Anzi, formulo meglio la domanda: ma voi vi ricordate quello che accadeva dentro di voi in quel periodo della vostra vita? E ora ve ne faccio un’altra ma esigo la massima onestà: davvero barattereste la vostra stabile maturità e un corpo un po’ smagliato, iperteso e presbite per la totale anarchia di stati d’animo, ormoni, erezioni a comando (no aspe parliamone), impeti e valori di voi stessi in seconda superiore? Sì, certo, guadagneremmo quarant’anni di vita, la contemporaneità con gli scaffali gremiti di C90 della TDK zeppe di ellepi dei Joy Division, ma non ricomincerei da capo nemmeno se mi pagassero (no aspe parliamone). Il guaio è che oggi adulti e gente quasi anziana come me ma per certi versi ancora adolescente hanno monopolizzato la cultura, oltreché le stanze dei bottoni e il mercato del lavoro, e farciscono le cose che fanno con la loro giovinezza irrisolta come si fa con i savoiardi e il caffè nel tiramisù.

Punto secondo: se siete come me, e se mi leggete so che lo siete, ricorderete perfettamente che nel pieno del casino dei quindici o sedici anni ci si innamorava di ragazze fatte come questa qui:

13 REASONS WHY

A me questa cosa mi ha molto impressionato perché in ogni scuola, in ogni classe e anche in ogni compagnia c’era una ragazza come Hannah Baker che non era appariscente o popolare come le varie Jessica ma aveva proprio quelle sembianze, quegli occhi, quella pelle.

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cosa c’è dietro ogni cosa

E se fossero le cose ad aver creato l’uomo? Le pietre, i divani, i tombini nell’aldilà fossero loro a giudicarci? Se fosse il carbonio la vera condanna, il fattore che sottomette l’umano al divino? Le cose ci osservano mute e, per quello che ne sappiamo, la materia inanimata – secondo i nostri standard – potrebbe invece registrare i nostri comportamenti e i moti di coloro che nella nostra struttura sociale sono i loro proprietari, costruttori, affittuari, acquirenti a rate, e condannarci un giorno a trovare stracci, telefonini rotti, tv in bianco e nero, specchietti retrovisori penzolanti dopo una svista in una strada troppo stretta, indumenti scelti in un impeto di sottodimensionata consapevolezza dei nostri ingombri, tutti seduti insieme sugli scranni di un tribunale ultraterreno a darci dei voti e a porci delle domande per capire. Siamo stati rispettosi con i fratelli cassetti con le guide difettose o, in un impeto di fretta condizionata dalla rabbia, abbiamo esercitato la nostra supremazia fisica sbattendoli senza nemmeno pensare alla responsabilità di chi ha assemblato l’armadio che li contiene, trascurandone i dettagli o, peggio, rivolgendo appellativi poco leali al Grande Costruttore Svedese (in questa logica corrispondente a un San Pietro della nostra credenza, non nel senso del mobile) e al nostro tentativo di ingegneri genetici con il foglietto delle istruzioni?

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alzate la mano uno per volta grazie

Ieri sera al tiggì uno scrittore emergente ha detto una cosa che penso anch’io, e cioè che quando scrivi non ti interrompe nessuno come quando parli, non si hanno interlocutori pronti a condividere le loro osservazioni o zelanti commentatori che, perdonate il francesismo, non perdono l’occasione per farti la punta al cazzo. Si riferiva evidentemente ai suoi libri, ma io mi sento di aggiungere che i lettori dei libri che scrivi non li incontrerai mai se non per firmare qualche anonima copia, mentre il pubblico che ti ascolta c’è anche sull’internet ma il bello della differita è che puoi moderare, cancellare, modificare, far finta di niente, bloccare, bannare, oscurare e persino suicidarti telematicamente, non so se mi spiego. Non fraintendetemi: sto seguendo anch’io “Th1rteen R3asons Why” e da genitore di figlia adolescente non mi permetterei mai di sottovalutare i pericoli delle tracce che lasciamo in rete e, in certi casi, a cosa inducono.

Sono perfettamente consapevole che quando digitalizziamo una cosa, una foto, un pensiero, un movimento, possiamo fare ciao con la manina a quella parte di noi. Ma è anche vero che quanto più cerchi la popolarità o comunque di metterti in mostra tanto meno nessuno, riperdonate il francesismo, ti si incula di pezza, quindi i Paolini del web, che il popolo identifica genericamente come troll e che si intromettono ovunque ci sia uno scorcio di visibilità, è giusto che subiscano il trattamento che si meritano.

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avere fegato e conservarlo con cura

Qui sotto ieri è successo il finimondo ma, dalle finestre dell’ufficio, non siamo riusciti a capire bene le dinamiche dell’accaduto. C’era una volante della Polizia ferma e con le sirene spiegate, un livello di gravità a causa del quale mi sono permesso di interrompere una riunione per dare un’occhiata. C’era un uomo bloccato a terra dagli agenti, mi è sembrato di veder volare qualche colpo di avvertimento e qualche strattone a danno del presunto malintenzionato. C’erano passanti in sosta a curiosare come me, del resto, e un’auto sfasciata sul davanti poco più in là a bloccare la via in cui si stava svolgendo la colluttazione.

Sono passato di lì poco dopo per capire meglio con una scusa – nel senso che la scusa l’ho raccontata a me stesso per non auto-ammettere che anch’io sono un degno membro della categoria umana dei voyeur da tragedia altrui e così mi sono detto di fare un salto al supermercato più avanti per far finta che fosse una casualità – e da vicino la situazione era altrettanto incomprensibile. Era trascorsa qualche ora ma gli agenti erano ancora lì a effettuare rilievi e compilare moduli, l’auto incidentata parcheggiata a lato con le quattro frecce ancora attive (fate ciao alla batteria, anche se in un dramma di questa entità non è certo ai primi posti delle priorità) e i testimoni in piedi a osservare gli sviluppi della vicenda, malgrado tutto stesse volgendo al termine. In quell’istante ho pensato a quanto ormai assomigliamo alle faccine che postiamo a corollario dei nostri scambi di messaggistica su Whatsapp e c’è da chiedersi se siano state disegnate così su modello delle nostre espressioni o viceversa, un po’ come quando pronunciamo parole come se fossero hashtag, o diciamo LOL anziché ridere o, in generale, mescoliamo i due piani della conversazione, quella in diretta a cui partecipiamo in carne e ossa o quella in differita con i dispositivi tecnologici.

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ragazzo in

Non sento più usare l’espressione “in” per indicare quando una persona è pienamente conforme alla moda o introdotta negli ambienti giusti, gli ambienti che contano. Come se dire “in” non fosse più in, ma ci siamo capiti. D’altronde la modernità è talmente frammentata e disomogenea che vi sfido a limitarvi a una duplice classificazione del reale a seconda di valori puramente aleatori come l’indice di gradimento. Siamo tanti e distribuiti in una molteplicità di pubblico mai vista, sicuramente a causa della varietà di sottocanali dovuti, manco a farlo apposta, al digitale e all’Internet. Pensate a quante community vivono a nostra insaputa nei meandri del web e del tutto ignare di quello che ci piace e non ci piace a noi influencer della parte “in chiaro”, o mainstream o comunque dedita all’auto-affermazione della propria identità in rete come la conosciamo noi, indipendentemente dall’uso o meno del nome e cognome vero e proprio.

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io non sono tuo padre

Matteo ora deve avere venticinque o ventisei anni e magari è pure un mio lettore, ma l’unica certezza che abbiamo è che non gli sia rimasto nulla di quando, a nemmeno dodici mesi, ha assistito in braccio a Francesca alla discussione della tesi di laurea di Claudio, la traduzione di un manuale di grammatica latina scritta secoli e secoli fa da un certo Adamantio. Non può nemmeno ricordare che la relatrice aveva chiesto a Claudio, a valle del 110 e lode, se fosse lui il padre, equivocando il fatto che, a parte i genitori di Claudio nel loro abbigliamento post-elegante, Matteo in braccio a Francesca componevano il 100% del pubblico presente e, per esclusione, non potevano essere altro che il resto della sua famiglia. Ma oggi Matteo avrà avuto tutto il tempo di imparare sulla sua pelle che le cose in realtà possono essere molto diverse da come sembrano. L’apparenza inganna.

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un incontenibile aprile

Pensavo di esserci finito dentro come si fa con i bacini artificiali che si formano a ridosso degli attraversamenti pedonali, quando piove di brutto e si deve riflettere per trovare il punto meno peggio e non fare il passo più lungo della gamba. Le auto che corrono veloci e ti lavano da capo a piedi esistono solo nella fiction o nelle città in cui ci si sposta ancora camminando muniti di impermeabile e ombrello, senza contare che, dalle mie parti, in certe strade se vedi un pedone ti devi preoccupare: nessuno si muove senza un tetto in lamiera sopra la testa. Ma avrete notato anche voi che è da un po’ che non piove e anzi stiamo vivendo una temperatura particolarmente superiore alla media, quindi il fatto non sussiste. Per questo mi trovate d’accordo con chi sostiene il contrario, e cioè che è il mese aprile che è esondato dai suoi margini pre-primaverili e ci ha impregnato tutti con i suoi forti odori di vita, di stimoli e di ormoni dell’accoppiamento. Io non amo vaccinarmi contro l’entusiasmo stagionale, non faccio nessuna crociata contro chi sceglie di farlo – e non venitemi a dire che è un comportamento da irresponsabile perché mette a repentaglio la salute altrui perché non ci credo – ma preferisco curarmi con i metodi naturali e, devo dire, fino ad ora mi è andata di lusso.

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