quando l’allievo supera il maestro ma prende la multa

Ho atteso che l’ingegnere terminasse il suo intervento ieri al seminario di “Scienza delle costruzioni oniriche” per farmi mostrare il suo modello di materiale rotabile per uso sotterraneo, ciò che noi imbevuti di cultura umanistica volgarmente definiamo metropolitana, che ha sviluppato nel sonno dopo un hamburger doppio con non ricordo che salsa e che ha poi riprodotto (il convoglio, non la salsa) grazie a una modernissima stampante 3D. La somiglianza con il mio ideale di trasporto pubblico ad alta frequentazione in effetti era impressionante, a partire dai sensori incorporati nei sedili intelligenti che riconoscono il passeggero seduto sopra e inviano informazioni come la pagina del libro da cui riprendere o un sistema laser per pulire le lenti appannate degli occhiali. Si possono sfruttare anche i big data, per esempio con un sistema che mette in relazione certe informazioni personali con le persone sedute vicino e, in caso di particolare compatibilità ma non necessariamente per fini seduttivi, i due sedili si illuminano come quelle macchinette per il videopoker quando si fa jackpot. Pensate che imbarazzo.

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festeggia anche tu il #bravoday

Non c’entrano gli scagnozzi di Don Rodrigo e non c’entra la Fiat. Oggi 21 marzo, oltre a essere una cosa da niente come il primo giorno di primavera e l’omonima canzone dei Dik Dik, o il primo giorno di primavera dopo il vero primo giorno di primavera che era ieri, come sostiene l’Internet del fact-checking e delle verità scientifiche, dicevo che oggi è anche il #bravoday, cioè il giorno in cui non costa nulla dire bravo a una persona che ha fatto un buon lavoro, oppure che ne ha fatti tanti ma nessuno glielo ha mai riconosciuto o il riconoscimento è stato manifestato a intermittenza perché lo si è sempre dato per scontato, oppure semplicemente gratificare uno che si sta impegnando e che magari non è ancora a regime con la qualità che gli viene chiesta ma che però, dicendogli bravo, sicuramente avrà un motivo in più per centrare l’obiettivo.

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alcune cose a cui attaccarsi, e no, quella a cui state pensando non c’è

Mi piacciono le esperienze itineranti solo a patto che poi si torni a casa. Questa è una costante della mia vita e non mi stancherò mai di dirlo e se mi stancherò tornerò comunque a casa mia per riposarmi. Per esperienze itineranti intendo cose come i tour che fanno i musicisti. Vai in un posto più o meno lontano, allestisci il tuo set di strumenti sul palco, fai la prova suoni, poi se sei in una bella città mangi e bevi qualcosa da qualche parte e ti dai un’occhiata intorno, magari qualcuna di quelle persone mai viste che incontri verrà a sentirti, molto più probabilmente no. Poi torni nel locale e fai il tuo show davanti al fonico e una dozzina di gente che è lì per caso, quindi finisce tutto, smonti e malgrado l’aspettativa come al solito delusa l’esperienza in sé è bella e sei già pronto a ripeterla perché c’è la passione, che raramente si consuma. Basta però che prima si possa rientrare a casa propria, anche tardissimo, a me piace così. Resta comunque qualcosa delle esperienze itineranti, soprattutto del tipo che vi ho appena descritto. Un modello riproposto in luoghi differenti ogni volta che si irradia da un centro che poi inevitabilmente ti attira verso di sé. Oggi faccio un diverso tipo di esperienza itinerante, e se vi dico cos’è scommetto che vi metterete a ridere.

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la mia prima Stramilano, una piccola recensione

Se non sei nato a Milano ma ci vivi da vent’anni ci sono alcuni esami propedeutici al conseguimento della milanesità a cui sottoporsi. Mentre per certi versi sono integrato al cento per cento, erano anni che rimandavo l’appello utile a diventare un podista (o come si dice oggi, soprattutto qui a Milano, un runner) milanese a tutti gli effetti: non solo correre a Parco Sempione, non solo allenarsi per le vie del centro con valori di polveri sottili da paura, non solo sperimentare a passo spedito quel mix di natura urbanizzata di periferia tra campi concimati di fresco e capannoni abbandonati, non solo svegliarsi alle cinque e mezza per spararsi dieci km prima di andare in ufficio con la nebbia e temperature polari. Tutta questa fatica bisogna poi trasformarla in profitto e risultati, altrimenti che milanese sarei, per questo il 2017 passerà alla storia come l’anno della mia prima Stramilano.

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ciao mamma guarda come non mi diverto

Crescere i figli è un’esperienza totalizzante, e vista dal basso (in senso anagrafico) dei prodotti hi-tech della Stokke e della pedagogia creativa di Bruno Munari sembra spropositatamente lunga. Certo, si resta genitori per sempre. Ma basta fare due calcoli per avere il valore percentuale di quanto i nostri figli resteranno sotto la nostra ala protettiva, potranno essere controllati a vista, gli si potrà dire cosa fare e cosa no, ascolteranno la musica che gli consigliamo, in generale si lasceranno assecondare. A essere ottimisti vent’anni, ovvero un quarto di vita. In realtà già verso i quattordici si trasferiscono in un mondo parallelo anche se vivono sotto il vostro stesso tetto, ciò non deve esimerci dal non dare un’occhiata ogni tanto su quello che combinano dal vivo e sui social, in modo da intervenire proattivamente in caso di bisogno. Ma, e non vorrei spoilerare, ad un certo punto poi tutto finisce.

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conoscere il passato non aiuta a interpretare il presente, almeno in musica

Il pop oggi è un terreno di scontro generazionale tanto quanto anni addietro lo sono stati le rivalità tra genitori democristiani e figli simpatizzanti di autonomia operaia, madri formate alla scuola gentiliana contro giovani seguaci del sei politico, padri rispettosi delle regole e adolescenti autoriduttori o, per fare un esempio più consono, fan della musica classica di mezza età intransigenti su tutto il resto contro chi portava il rock in casa. Ma, come vedete, si tratta di piani antitetici, si parla di reazionari contro giovani ribelli, temi con cui scornarsi perché frutto di posizioni opposte. Invece la nostra generazione cresciuta nel pop e che ha passato la vita a erigere monumenti al pop si è sorprendentemente trovata contro la generazione dei loro figli che non ne vogliono sapere delle nostre lezioni di musica pop, un’attitudine, la nostra, che fa parte dell’approccio generale per cui ci sentiamo giovani anche a cinquant’anni e pensiamo di saper insegnare ai giovani (quelli veri) come si fa ad essere giovani. In pratica abbiamo occupato i luoghi in senso lato e traslato e i momenti culturali che per natura appartengono ai giovani, e ora loro, non trovando spazio, si sono spinti giustamente oltre e secondo me è per questo motivo che ascoltano della musica veramente di merda, sempre che l’ascoltino.

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atlante illustrato delle sensazioni, vol. 1

Alle volte si sente la vita di un figlio battere nel petto e fare le nostre veci nel cuore, nemmeno si trattasse una banale giustificazione per non aver svolto i compiti che il prof. Destino ci ha assegnato per il tempo che ci resta. Si avverte la smania di un tredicenne che abbiamo lasciato ai suoi doveri di cambiare pelle, di cambiare corpo e aumentare la propria età a dismisura, pratica di cui noi genitori siamo ampiamente veterani. Se abbiamo impiantato qualche piccolo innesto di noi in loro, secondo quanto dovrebbe essere in teoria, in quelle sequenze di istruzioni contenute nei codici elicoidali di cui certa ingegneria si riempie la bocca, avvertire con un recettore indistinto da qualche parte dentro di noi (rigorosamente la mattina) quello che i figli sperimentano in quel momento, i palpiti dell’amore che si delinea confuso, gli sconvolgimenti dell’apprendere cose nuove in classe, la consapevolezza di nuove esperienze che vanno strutturandosi in un materiale a noi sconosciuto come risultato di una immaginaria stampante 3D, lo scorgere da qualche parte cose mai viste delle quali si prova una vaga percezione della loro possibile utilità in qualche tempo o in qualche spazio del futuro, capita che questo genere di sensazioni si facciano spazio in noi padri e madri come interferenze di una tv privata sulle frequenze di un palinsesto nazionale, cose che oggi col digitale oramai appartengono a una letteratura di fantascienza popolata da giovani ribelli pronti a colpire e a morire come se la vita fosse un film e i protagonisti loro.

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