e comunque Gilbert Blythe è un figo vero

Le trasposizioni sul piccolo o grande schermo di storie popolari e note hanno il forte limite della presenza di un macroscopico spoiler insito nella trama stessa e la sfida è apprestarsi alla loro visione già sapendo cosa succede e, soprattutto, come va a finire. Pensate a Titanic. Pensate alla Bibbia. Pensate a un film su Aldo Moro. Per fortuna ci sono modi e modi per godersi uno spettacolo, e l’ossessione o il semplice anelito per il coup de théâtre, anche se diffuso, non sono gli unici. Vedreste mai, per esempio, una serie TV sulla storia di “Anna dai capelli rossi”? Se ponete a me questa domanda la risposta è un SI grande come una casa, anzi come la stessa casa dal tetto verde in cui Anna Shirley Cuthbert viene adottata. Quindi, cari amici sottoscrittori di Netflix, mollate tutto quello che state seguendo e dedicatevi a “Chiamatemi Anna” anche se come vanno le cose nelle comunità di Avonlea e Charlottetown lo sappiamo benissimo, avendo seguito tutti quanti da bambini più o meno cresciuti il celeberrimo cartone giapponese.

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stanze note

Questa è una casa in cui c’è musica, quest’altra che vedete a fianco invece è una casa in cui non c’è musica. Anche se non c’è nessuna foto di riferimento è facile distinguerle. Il nucleo che vive nella casa in cui c’è musica ha il sorriso sulle labbra e, a certe latitudini, anche il ritmo nel sangue. Gli altri boh, davvero non so come facciano a vivere. Conoscevo una coppia che aveva rivestito le pareti della sala con una carta che simulava una libreria. Scaffali disegnati fitti di libri ordinati e posizionati con il titolo in bella vista. La cosa mi faceva sorridere perché poi in casa di libri veri ce n’erano ben pochi e so di per certo che non erano, come me, maniaci ossessivi dei prestiti interbibliotecari e a quel tempo vi assicuro che gli e-book non erano nemmeno nell’anticamera del cervello del loro inventore. Ma queste cose oggi non mi stupiscono più di tanto perché sono tanti i modi in cui si può accedere alla cultura.

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cercate di non dare nell’occhio se non potete permettervelo

Posso darvi un consiglio? Ricordatevi di non acquistare capi di abbigliamento troppo originali. Il motivo è semplice: se vi vestite con indumenti che lasciano il segno dovreste averne una bella scorta da alternare il più spesso possibile, perché altrimenti tutti se ne ricordano e se li mettete con continuità fate la figura di chi non si può permettere un ricambio adeguato. Questo lo so bene perché io sono uno di quelli che non si può permettere un ricambio adeguato ma, non per distrarvi dal focus sulla condizione di classe medio-bassa a cui io come voi sono stato tesserato sin da prima di nascere, a mia parziale discolpa posso aggiungere che non mi piace mai niente. Possiedo una maglietta nera con un’illustrazione di Pong (avete presente, vero?) che attira molto l’attenzione di tutti, e visto che ce l’ho sempre addosso (con il caldo è bene cambiarsi con una certa continuità) non avendo a disposizione un guardaroba ricco la frequenza con cui il suo turno si ripropone è sempre più ravvicinata.

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come guadagnare con il web ma in salute

Un aspetto caratterizzante del totalitarismo sovietico di una volta e dei paesi che vivevano sotto tale egemonia era la libertà limitata (una delle tante, mi dicono) circa la disponibilità dei prodotti, di qualunque tipo. Il senso, se ci pensate, non era del tutto sbagliato. Una scrematura all’origine di varietà da parte di un’istituzione che limita fortemente l’arbitrarietà dell’individuo ma che se, fatta bene da gente che ci capisce e di cui ci si fida e che non se ne approfitta subito con la solita solfa delle appropriazioni indebite e delle tangenti, ci consente di risparmiare tempo, risorse ed energie e di dedicarci ad attività più consone all’animo umano. Aspettate, non sto dicendo di essere favorevole alle dittature, il mio ragionamento è molto più grossolano. Ho scoperto l’esistenza di One Drive di Microsoft e della versione cloud di Office e mi sono chiesto che senso abbia, considerando la vastità di Google Drive e le funzionalità di Google Doc e chissà quanti altri servizi gratuiti di questo tipo esisteranno nell’Internet. Che bisogno c’è, quindi, di due o più piattaforme che fanno la stessa cosa facendo correre il rischio agli utenti di entrambi di avere due copie non sincronizzate dello stesso documento, per non parlare di due username e password diversi che ogni volta ti manda in confusione?

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se il karma è questo allora preferivo i jalisse

Ormai a cinquant’anni suonati vi sarete ben resi conto che non esiste nessuna relazione di causa-effetto tra cose che non si vedono e cose in carne e ossa, e che probabilmente se queste cose non si vedono è perché non esistono e, di conseguenza, non hanno nessuna capacità di fare il bello e il cattivo tempo qui sul pianeta terra. Forse il bello di scrivere storie e di fare film è proprio questo: ci piace creare scenari inventati in cui si muovono persone inventate che fanno quello che gli diciamo di fare noi, un mestiere che alcuni attribuiscono anche a divinità singole o plurime le quali, disegnando tutto quello che vedete (questo post compreso ma per interposta persona) si occupano poi di mandare in esecuzione gli algoritmi e quella sfilza di if-then-else che a noi mortali ci accompagna da mattina a sera e anzi, a onor del vero è in funzione anche di notte tant’è che ogni tanto succede che qualcosa va in crash e, tutto sommato, non è nemmeno un brutto modo per chiudere il programma. Vi è arrivata la metafora?

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c di campioni

Per il terzo anno consecutivo quelli della sezione C si sono presentati alle gare sportive di istituto con quella maglietta, e ancora una volta non sono riuscito a fare una foto per documentare l’errore. Peccato perché non ci sarà più occasione. Mia figlia si accinge a concludere il suo cammino nella secondaria di primo grado e l’anno prossimo chissà in quali attività para-scolastiche sarà impegnata al liceo classico. Il certamen di Latino? Il lancio del vocabolario di Greco? Le olimpiadi della Matematica? Il torneo di volley degli istituti superiori? Non credo che, comunque, a quell’età si dovrà ancora indossare nelle occasioni ufficiali una divisa o un vessillo che provi l’appartenenza a una sezione. Ve lo immaginate? Passino le felpe di istituto (il liceo a cui si è iscritta la ragazza ne è provvisto, e sono pure belle) ma la t-shirt a colori con la lettera sul davanti spero proprio di no.

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benvenuta

Il momento in cui si palesa per la prima volta il tanto auspicato dialogo tra adulti con i propri figli arriva, prima o poi, e il passaggio a questa fase ha molteplici chiavi di lettura e, conseguentemente, permette altrettanti spunti di riflessione. Ma facciamo un passo indietro: li vogliamo grandi o piccoli, questi figli? Li preferiamo desiderosi di accudimento come gli animali domestici (spesso loro surrogato) oppure li vediamo pronti prendere in mano il nostro progetto come eredità qualunque esso sia, un’impresa, una passione o anche solo il primato nello stare al mondo che ci siamo costruiti e grazie al quale abbiamo trovato la formula per vincere sul prossimo? Certo, ogni variabile comporta conseguenze differenti dall’altra parte del rapporto. Figli piccoli implicano giovinezza lato nostro, figli adulti come minimo la mezza età. Insomma, basta che vi decidete.

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