verba volant: sfizioso

Inauguro con l’aggettivo “sfizioso” la categoria “verba volant”, termini e modi di dire più o meno in voga il cui abuso mi fa accapponare la pelle e che spero prima o poi siano abbandonati dalla moda linguistica (per lasciare il posto a termini e modi di dire altrettando fastidiosi). Per i significati mi avvarrò del Dizionario Italiano Hoepli, per le eventuali traduzioni l’insostituibile Wordreference.com. Via!

sfizioso
[sfi-zió-so]
agg. merid. Che soddisfa un piacere, un capriccio ‖ Che piace o attira per qualche particolare: ho comprato un vestito davvero s.

In periodi di flessione del mercato (leggi crisi economica e povertà diffusa) il superfluo risulta spesso nauseabondo, come una pizza uovo e salsiccia la sera del 26 dicembre. Sentire commercianti e commessi apostrofare con l’aggettivo (meridionale) sfizioso qualunque cosa non si è convinti di comprare, o pseudo amici che cercano di convincerti ad acquistarla, quando ci pensi due volte persino a mettere nel carrello il latte che costa 10 centesimi in più al litro, è quasi un crimine. Associo il termine sfizioso con sovrappeso, con spreco, con raccolta indifferenziata dei rifiuti, con vestiti che stanno malissimo ma che si comprano solo perché sono alla moda, con amicizia interessata, con ospiti indesiderati e invadenti che ti portano panettoni ripieni con cioccolato e crema chantilly, con ore di assenteismo passate al bar a ingozzarsi di cornetti, con impronte digitali untuose di arancini su scrivanie nere lucide. Meglio il sobrio “sufficiente”.

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keviiiiiiiiiiin, maicoooooooool, nicolaaaaaaaaaas, braiaaaaaaaaan

Omelia di Benedetto XVI: «Famiglia minacciata nella sua missione di educare alla fede. La Chiesa l’aiuti, articolo sul Corriere.

All’Angelus il Papa ha quindi raccomandato ai genitori di non dare ai propri figli nomi che non siano compresi nel martirologio cristiano (rinunciando a nomi diversi, anche se di gran moda). Infatti, ha spiegato, «ogni battezzato acquista il carattere di figlio a partire dal nome cristiano, segno inconfondibile che lo Spirito Santo fa nascere di nuovo l’uomo dal grembo della Chiesa». Il Papa ha citato il beato Antonio Rosmini, sottolineando che «il battezzato subisce una segreta ma potentissima operazione, per la quale egli viene sollevato all’ordine soprannaturale, vien posto in comunicazione con Dio».

in viaggio con papà e mamma

Le grandi domande. Dopo Hereafter,  “c’è vita dopo la morte”, ecco un altro film a cinque stelle, Away we go di Sam Mendes, scritto da Dave Eggers. Qui la grande domanda è “c’è coppia dopo il concepimento”? Due over-30 vanno alla ricerca del posto ideale, tra alcune opzioni in USA e Canada, in cui metter le radici e far nascere la loro figlia. Un coppia “perfetta”: Verona e Bart sono soprendentemente normali ma intelligenti, giovani adulti all’americana (non adolescenti irrisolti all’italiana) e middle-class. I due, non sposati e che probabilmente mai lo saranno (Bart le fa almeno 4 proposte di matrimonio in 90′), una volta assodata la  gravidanza fanno convergere il loro baricentro, singolo e comune, verso quella vita che sta crescendo nella pancia di lei (anzi, di loro) e partono. Ogni tappa del loro viaggio coincide con un’occasione di incontro con una diversa coppia di amici, parenti o ex-colleghi. Incontri che mettono a nudo problemi tipici della coppia quando diventa famiglia: i genitori di lui, americani di mezza età che si danno alla fuga nel momento in cui, da nonni, potrebbero essere ancora utili. Quindi la coppia che non ha mai modificato il proprio stile di vita, lasciando allo sbando i due figli preadolescenti. La coppia new age e fricchettona che mette al bando la tecnologia e fa l’amore con i figli nel letto. La famiglia numerosa di soli figli adottivi e la incompletezza in cui si sono risolti i genitori che non sono riusciti ad averne uno proprio. La coppia che si separa e la consapevolezza del padre che, rimasto con la figlia piccola, si rammarica di dover far crescere una bambina che sarà sempre marchiata figlia di divorziati. Verona e Bart man mano capitalizzano ogni singola esperienza tra le cose da non fare e provano a dare risposte alle domande che ogni stereotipo, dipinto sempre con ironia e intelligenza, fa sorgere. Il viaggio si chiude così nella destinazione naturale, quando Verona e Burt hanno consolidato la consapevolezza di vivere una fase che  sarà la più densa della loro vita. Da sottolineare il cameo dell’aeroporto e quello dell’incontro con la iper-mamma con figlio saccente.

p.s. leggo che si tratta di un film low-budget
p.s. la colonna sonora comprende Golden Brown degli Stranglers, così sembra dai titoli di coda, ma non ricordo di averla senita. Mi date un aiutino?

one shot 70

Secondo decesso del 2011 in ambito musicale. Dopo Mick Karn è scomparso Jerry Rafferty, autore di un celeberrimo singolo nel 1978, Baker Street. Qui sotto, una versione fedele ma “potenziata” in stile Foo Fighters.

p.s. continuo a non capire che senso abbia impedire l’embed di video di Youtube con sedicenti tracce coperte da copyright. Vedi mio post precedente.

diritto di Facebook

Leggo su l’Espresso un intervento superlativo di Giulio Graneri, il punto della situazione su una serie di aspetti volti a far comprendere meglio “quando stiamo andando”. Il tema è ottimamente riassunto nel titolo dell’articolo, “Dopo l’iPad, l’umanità 2.0”. Un tema complesso, in cui si intersecano diversi aspetti quali l’annosa questione del digital divide, la democratizzazione dei mezzi di comunicazione, il fenomeno dell’informazione partecipata sul web, il marketing che viene dal basso, dematerializzazione e industria culturale nell’era dell’e-conomia, chi può e chi non può permettersi tutto ciò eccetera eccetera. Una perfetta sintesi di tomi, anzi, giga di documentazione e materiale e opinioni e punti di vista e contributi. Così, a proposito di democratizzazione, mi permetto un paio di commenti (sempre nell’ambito del mio spazio pour parler).

Se non vendiamo più il supporto (la carta o il disco) il prodotto culturale diventa più complicato da vendere. E comincia ad essere difficile garantire una retribuzione per il giornalista o per l’autore, per l’editore o per il discografico.

Giusto. Ma aggiungerei: il prodotto culturale diventa più complicato da vendere con gli stessi margini. Giornalisti, autori, editori, discografici e (aggiungo io) musicisti si sono resi conto, a loro spese, che introiti e stili di vita di un tempo non sono più gli stessi. D’altronde sono in buona compagnia. Altri settori, tutti, direi, per motivi diversi, a malapena consentono il sostentamento, aziende e fabbriche chiudono, tecnologie obsolete escono di produzione eccetera eccetera. La sfida è proprio quella di saper cambiare. Gli sforzi quindi non devono essere sprecati nella guerra a file sharing, copyright e diritti e via dicendo, che in uno scenario digitale e digitalizzato mettono a nudo l’incompetenza dei propugnatori. Occorre pensare a nuovi modi di fare e vendere cultura. Il problema è il supporto? La cultura può puntare sul live, sul rapporto diretto tra autore e pubblico. Reading, incontri, concerti, djset, nuove modalità di performance, attività non solo specifiche ma anche collaterali in cui sopravviveranno solo i meno rigidi o i più flessibili, i meno duri e puri. L’editoria poi dovrebbe riuscire a catalizzare tutte queste esperienze dirette con il pubblico sul web, facendo pagare contenuti extra, come in parte già avviene, consapevole che se una parola o una nota viene trasformata in bit sarà comunque duplicata e condivisa. Ma non si deve cercare al di là del monitor il profitto. Certo, si deve lavorare di più guadagnando magari la metà di prima. Ma questo è un problema comune a tutto l’attuale sistema economico.

Oggi ciascuno di noi costruisce, assembla la propria informazione attraverso il filtro degli altri, guardando il mondo attraverso gli occhi delle persone di cui si fida. È sempre più con questa logica che decidiamo cosa comprare, cosa leggere, dove andare in vacanza. Non è nulla di nuovo, lo abbiamo sempre fatto anche prima del digitale, usando i nostri amici e i nostri colleghi. Ma la scala con cui il digitale abilita questo processo è talmente importante che ridisegna buona parte della nostra vita.

Ed ecco il ruolo di player come Google e Facebook nel mercato globale. Sta già succedendo, ovvio. E mentre, almeno in teoria, dell’imparzialità verso il mercato di un sistema pubblico che eroga servizi dovremmo fidarci, come dobbiamo comportarci con le suddette corporation e il rapporto con i loro stakeholder? Se esistono discipline come SEO e SEM, ci sarà un perché.

Così come considereremo sempre più normale delegare alla tecnologia parte delle attività del nostro cervello, come la memoria. Anche qui, stiamo vivendo una transizione importante: non ci interessa più “possedere” un’informazione, ma piuttosto ci interessa “sapere dove cercarla” quando ci serve. Questo passaggio dal possesso all’accesso è dirompente e sostanziale.

Giustissimo. E se si va verso l’integrazione di tutti i dispositivi in uno, oltre a chiudersi (finalmente?) l’era dell’accumulo fisico e del consumo compulsivo in ambito culturale  si avrà un consumo tecnologico diverso. Se però tutto sarà in rete, si consolida l’era dello storage e del cloud. Ma attenzione: i data center v anno a corrente, occorre focalizzarsi quindi su una gestione intelligente dell’energia e sulla continuià dei loro servizi.

I nostri dati personali, la nostra posta elettronica, la nostra agenda, il valore che creiamo in Rete, i nostri e-book: tutto è sempre disponibile per noi, perché risiede nella nuvola del cloud computing. Ma non lo possediamo. Ci affidiamo e ci fidiamo di Facebook, di Google, di Amazon, di queste grandi corporation che hanno la forza per standardizzare i servizi di base del digitale, così come i governi ci garantiscono i servizi base del mondo fisico. La salute, l’elettricità, la viabilità, da un lato. La continuità della posta elettronica, della piattaforma su cui lavoriamo, dall’altro. Solo che queste sono, appunto, corporation: aziende private che gestiscono ambiti delicatissimi della nostra società contemporanea. È uno stato di fatto imposto dalle cose in modo molto rapido, una situazione cui ancora non abbiamo preso le misure.

La Pubblica Amministrazione non riuscirà mai, appunto, a fare le veci di una corporation, ma dovrà acquistarne i prodotti. Quale sarà quindi il prezzo da pagare, per i cittadini-utenti, di servizi che ci sono indispensabili (sono davvero indispensabili?), che consideriamo dovuti ma che non lo sono? Qual è il profitto di Google nel mettermi a disposizione gratuitamente tera di storage per conservare informazioni sulla mia vita e su quella dei miei amici? Lo farà sempre? Se Facebook fallisce, che ne sarà di anni della mia vita social-e? Il ruolo di questi player – e parlo di Google che mi fa trovare le informazioni e che mi mette a disposizione una versione senza licenza di Office online, Facebook che mi tiene in contatto senza spendere un centesimo di telefono, Worpdress che memorizza e mi consente di pubblicare tutte le cose che scrivo – diventa sempre più critico e imprevedibile. Perché un prodotto può essere superato con un analogo migliore. Un sistema diffuso capillarmente e radicato nel comportamento singolo e sociale no. Windows può essere soppiantato da Ubuntu. Ma Google o Facebook, così diffusi da costituire la memoria e lo spazio virtuale ormai per antonomasia, difficilmente cederanno il posto, o ci saranno analoghi servizi progettati dal Pubblico per essere pubblici che li soppianteranno.

aldiqua

La vita, o l’esistenza di qualche cosa dopo la morte è un tema così banale che rende ogni tentativo di narrazione creativa superfluo. Non per Clint Eastwood. Hereafter, visto ieri, è un gioiello cinematografico, un film da 5 stelle che però, come scrive Curzio Maltese su Repubblica, non è solo un bel film. Il dubbio laico che si insinua dopo la visione non è tanto se esista o meno l’infinito spazio luminoso in cui si intravedono miliardi di persone quando i nostri sistemi vitali vanno in stand-by, per un istante, quindi riaccesi dopo l’esperienza del tunnel con luce bianca eccetera eccetera. La componente sovrannaturale passa in secondo piano, il vero miracolo è la nostra vita, già di per sé, ciò che si attraversa e in cui ci si cimenta. E raggiungere il traguardo non ha importanza. I tre protagonisti della storia convergono infatti in una esperienza umana, che è quella dello stabilire un contatto con una dimensione ancora fisica, la morte o la vita, si piò chiamare in entrambi i modi, che in sé comprende anche il dopo. Ma il contatto è tra corpi, anima inclusa. Collisioni che generano reazioni a catena, nella storia e nello spettatore. Aldilà siamo altrettanti che aldiqua. Che ci sia poi una cooperativa autogestita o una corporation con CEO e consiglio di amministrazione poco importa. Se il sistema si arresta del tutto, o, peggio, si tratta solo di una formattazione dell’hard disk, non ce ne accorgeremo.