Tag: filosofia da tanto al mucchio

per la volpe poi l’uva era poco più che un esercizio di stile

Dovremmo osservarci di più mentre ci dirigiamo imperturbabili verso il nostro destino perché, anche se a noi non sembra, manteniamo tutto sommato una nostra dignità. Ci sono centinaia di cose che facciamo con fastidio ma alla fine le facciamo assumendocene pure la corretta responsabilità. Quando non volevo andare a scuola mio papà rispondeva che, nell’eventualità, allora nemmeno lui si sarebbe recato al lavoro. Il lunedì sacramentiamo ma poi spegniamo la sveglia, apriamo un paio di scatolette ai gatti, prepariamo lo stesso la colazione per tutti mettendo da parte il fatto che quando il tempo ci rende orfani raggiungiamo il massimo picco di vulnerabilità e viviamo, da allora in poi, come funamboli senza rete e protezione alcuna. Sarà così anche per i nostri figli? In una società che ci impone modelli di successo illusoriamente alla nostra portata, per compensare la nostra frustrazione altro non possiamo fare che mettere loro al centro della nostra realizzazione. Per questo motivo oggi, come in tutti i momenti di crisi, ci comportiamo come se fossero molto più importanti di quanto la natura lo richieda.

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i fantasmi del museo e il museo dei fantasmi

La brutta notizia è che ieri sono rimasto in piedi quasi dieci ore ad ascoltare con attenzione un giornalista newyorkese intervistare italiani dipendenti di una multinazionale che gli rispondevano in un inglese approssimativo per prendere nota, dall’indicatore del tempo trascorso sul display di una telecamera, dei punti salienti di quello che dicevano in modo che, rivedendo l’intervista, il giornalista potesse ritrovare al volo alcuni passaggi scelti sul file delle riprese. Lo so che è un lavoro difficile da capire tanto quanto da spiegare, per questo vi chiedo invece di concentrarvi sulla bella notizia. Una delle persone che si è sottoposta a questa attività che viene definita Media Training si chiama Cortinovis e, per una combinazione che ha del miracoloso, ha lo stesso timbro di voce del professor Cortinovis, quello che ci aveva portato in visita guidata al Museo delle Delusioni e poi si era eclissato, svanito nel nulla, tanto che tutti pensavamo che si fosse imboscato da qualche parte con la prof di educazione fisica. Invece poi Silvio l’aveva trovato in una specie di trance nella sala multimediale piena di postazioni con le cuffie, quella in cui si possono trascorrere ore, giorni e persino settimane intere a passare in rassegna una monumentale raccolta di timbri vocali legati a chi ci dà le brutte notizie.

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alcune cose a cui attaccarsi, e no, quella a cui state pensando non c’è

Mi piacciono le esperienze itineranti solo a patto che poi si torni a casa. Questa è una costante della mia vita e non mi stancherò mai di dirlo e se mi stancherò tornerò comunque a casa mia per riposarmi. Per esperienze itineranti intendo cose come i tour che fanno i musicisti. Vai in un posto più o meno lontano, allestisci il tuo set di strumenti sul palco, fai la prova suoni, poi se sei in una bella città mangi e bevi qualcosa da qualche parte e ti dai un’occhiata intorno, magari qualcuna di quelle persone mai viste che incontri verrà a sentirti, molto più probabilmente no. Poi torni nel locale e fai il tuo show davanti al fonico e una dozzina di gente che è lì per caso, quindi finisce tutto, smonti e malgrado l’aspettativa come al solito delusa l’esperienza in sé è bella e sei già pronto a ripeterla perché c’è la passione, che raramente si consuma. Basta però che prima si possa rientrare a casa propria, anche tardissimo, a me piace così. Resta comunque qualcosa delle esperienze itineranti, soprattutto del tipo che vi ho appena descritto. Un modello riproposto in luoghi differenti ogni volta che si irradia da un centro che poi inevitabilmente ti attira verso di sé. Oggi faccio un diverso tipo di esperienza itinerante, e se vi dico cos’è scommetto che vi metterete a ridere.

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siamo sullo stesso piano

Dall’estratto conto risulta che mi bastano solo cinquecento visite per sbloccare il livello superiore e poter finalmente scrivere “artista” come descrizione di chi sono e cosa faccio. Artista a trecentosessanta gradi, aggiungerei, che è molto meglio di impiegato a novanta – scusate il grossolano gioco di parole – confuso nella folla di chi si deve arrendere all’impeto della quotidianità che è quasi meglio dell’università della strada e che però non ti insegna a sederti con dignità mentre ti rechi in ufficio a fianco di un homeless stravaccato sui sedili della metro e dalla trasandatezza da stereotipo di giornale di destra, quelle vignette tipo Giannelli, per intenderci. Il bello è che potrò mettere “artista” anche su cose tipo LinkedIn, che tanto non mi si fila nemmeno di striscio perché non è un social network per vecchi, ma almeno mi resterà la soddisfazione di attendere sulla sponda del fiume ma basta cadaveri che passano, mi accontenterei di plateali manifestazioni da struggimento per l’invidia, come mangiarsi il cappello alla Rockerduck.

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facciamo cinquanta e cinquanta

Purtroppo vi sarete accorti che l’età non è come Zalando o Amazon che se non sei soddisfatto o c’è qualcosa che non va rimetti tutto nello scatolone e prenoti un corriere che si riporta indietro quello che hai scelto con una tempestività che noi, abituati al sistema postale tradizionale, ce lo possiamo sognare. Se hai voluto spendere il tuo giovane ed entusiasta intuito imprenditoriale ai tempi del boom economico, per dire, oggi più o meno viaggi intono ai settanta e rotti. Se hai prenotato la tua nascita in modo da vivere da studente il settantasette a Bologna, per fare un altro esempio, oggi sei sulla sessantina, e così via. A me piaceva l’idea delle atmosfere gotiche e dei capelli cotonati e ho comprato il pacchetto anni 80, non vi nascondo che era al 40% di sconto e, con la consegna gratuita, credevo di fare un affare. E invece, come tutti i sottocosto, c’era la fregatura, quella di vivere uno dei periodi più sfortunati del dopoguerra (questo) da cinquantenne senza essere né carne né pesce.

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quel qualcosa è arrivato

Questo mese siamo rimasti senza soldi e la colpa è solo nostra. Ogni giorno si legge di gente che soccombe alle più subdole tecniche di truffe in Internet. Oggi vanno di moda i ricatti online, il termine tecnico per questo tipo di crimini informatici è ransomware. Come ai tempi della spie durante la guerra fredda quando ti iniettavano un veleno e se non scendevi a compromessi ti negavano l’antidoto e ti mandavano all’altro mondo, così oggi ti si installa un virus nel pc di casa come nel sistema che genera le tessere magnetiche che aprono le porte delle stanze degli alberghi e sei fottuto. Se non paghi svelano ai tuoi figli che frequenti siti porno (il pc di casa) o ti lasciano a non saper che risposte dare in balia di clienti che hanno prenotato una stanza e chi si è visto si è visto (il sistema delle porte dell’albergo). [CONTINUA A LEGGERE SUL BLOG DOVE PRESTO MI TRASFERIRÒ CLICCANDO QUI]