Tag: filosofia da tanto al mucchio

come guadagnare con il web ma in salute

Un aspetto caratterizzante del totalitarismo sovietico di una volta e dei paesi che vivevano sotto tale egemonia era la libertà limitata (una delle tante, mi dicono) circa la disponibilità dei prodotti, di qualunque tipo. Il senso, se ci pensate, non era del tutto sbagliato. Una scrematura all’origine di varietà da parte di un’istituzione che limita fortemente l’arbitrarietà dell’individuo ma che se, fatta bene da gente che ci capisce e di cui ci si fida e che non se ne approfitta subito con la solita solfa delle appropriazioni indebite e delle tangenti, ci consente di risparmiare tempo, risorse ed energie e di dedicarci ad attività più consone all’animo umano. Aspettate, non sto dicendo di essere favorevole alle dittature, il mio ragionamento è molto più grossolano. Ho scoperto l’esistenza di One Drive di Microsoft e della versione cloud di Office e mi sono chiesto che senso abbia, considerando la vastità di Google Drive e le funzionalità di Google Doc e chissà quanti altri servizi gratuiti di questo tipo esisteranno nell’Internet. Che bisogno c’è, quindi, di due o più piattaforme che fanno la stessa cosa facendo correre il rischio agli utenti di entrambi di avere due copie non sincronizzate dello stesso documento, per non parlare di due username e password diversi che ogni volta ti manda in confusione?

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almeno in 3D, è il minimo sindacale

Se siete monodimensionali, quando la dimensione è totalizzante e per qualche motivo si interrompe, va in ferie, vi chiede il divorzio, chiude per il weekend o si conclude del tutto, il vostro unico lato – chiaro o oscuro che sia – va in tilt e, di conseguenza, ci andate anche voi. Conosco gente che vive per il lavoro e manda mail anche il primo maggio anziché marciare con le bandiere rosse o, in caso di pioggia, stare a casa con la famiglia e i gatti a consumare Netflix (il concertone oramai non ha più senso alcuno). Dipendenti che hanno relazioni solo tra colleghi e che dall’ufficio non uscirebbero mai se non per un aperitivo con i colleghi, una pizza con i colleghi o quattro passi in centro con i colleghi, anche la domenica. Ci sono individui che vivono per lo sport che praticano e seguono compulsivamente e, quando terminano campionati, allenamenti, partite da giocare e squadre da tifare sulle gradinate, vedono la bella stagione sotto una prospettiva che ha dell’incredibile e, pur di boccheggiare nell’afa della loro solitudine culturale, si attaccano ai tornei estivi o seguono i propri beniamini nei ritiri. I musicisti si attardano tra di loro fino all’alba dopo le serate live perché poi a casa sanno di non trovare nulla di così vicino al loro habitat naturale e, quando chiude tutto, piuttosto che scendere dal palcoscenico della loro vita cercano persino i bar delle stazioni di servizio in tangenziale o i porchettari sul ciglio delle strade di provincia per prolungare l’effetto di quello che hanno suonato ancora un po’ (posso confermare questa esperienza e il dramma di subire da soli il forte ronzio nelle orecchie, ci sono passato anch’io).

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condividi e fai girare se anche tu ti senti più importante degli altri

Se considerate che tutto quello che vi circonda, nel bene e nel male, esiste solo se lo percepite con almeno uno dei vostri cinque sensi, potete capire quale sia la vostra centralità nell’ordine delle cose. Ci avrete riflettuto anche voi, suppongo: prima che nasceste è vero che ci sono stati gli antichi romani, la rivoluzione francese e persino miliardi di milioni di gente mandata al massacro in guerre di cui non gli è mai importato una sega a nessuno? Cosa sono storia e storiografia per confermare tutto ciò se, malgrado vi sforziate, proprio non vi ricordate nemmeno un istante precedente al primo istante della vostra vita che vi ricordate? E poi, se quando chiudiamo gli occhi le cose non ci sono più, perché non potrebbe essere che una volta trapassati non resti davvero più nulla dal momento che è tutto buio, tutto silenzioso, tutto asettico, inodore e insapore e vuoto?

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quando si scarica la batteria della macchina ricomincia tutto da capo

Almeno il pieno controllo sui calendari dei nostri gingilli elettronici ci è stato lasciato, questo ci dà l’illusione di impostare i valori di misurazione del tempo come ci pare e piace, che poi questo non abbia nessuna conseguenza sul divenire delle cose è un altro discorso. Sono rimasto con la batteria della macchina a terra, qualche tempo fa. Quando l’ho sostituita e il cruscotto si è riacceso segnava il giorno in cui probabilmente il suo sistema di bordo è stato programmato, una data remota di dieci anni fa quando mia figlia si apprestava a lasciare l’asilo nido. Un po’ come se tutti noi avessimo segnato nel nostro codice a barre questo valore di fabbricazione, anzi possiamo dire che è proprio così.

Ma con certe agende elettroniche possiamo muoverci tra futuro e passato molto meglio del buon vecchio Marty McFly. Proprio mia figlia ha sfidato Google Calendar per verificare fino a quanto riuscisse a spingersi in avanti e ha impostato un appuntamento per il 15 agosto 3008.

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cosa c’è dietro ogni cosa

E se fossero le cose ad aver creato l’uomo? Le pietre, i divani, i tombini nell’aldilà fossero loro a giudicarci? Se fosse il carbonio la vera condanna, il fattore che sottomette l’umano al divino? Le cose ci osservano mute e, per quello che ne sappiamo, la materia inanimata – secondo i nostri standard – potrebbe invece registrare i nostri comportamenti e i moti di coloro che nella nostra struttura sociale sono i loro proprietari, costruttori, affittuari, acquirenti a rate, e condannarci un giorno a trovare stracci, telefonini rotti, tv in bianco e nero, specchietti retrovisori penzolanti dopo una svista in una strada troppo stretta, indumenti scelti in un impeto di sottodimensionata consapevolezza dei nostri ingombri, tutti seduti insieme sugli scranni di un tribunale ultraterreno a darci dei voti e a porci delle domande per capire. Siamo stati rispettosi con i fratelli cassetti con le guide difettose o, in un impeto di fretta condizionata dalla rabbia, abbiamo esercitato la nostra supremazia fisica sbattendoli senza nemmeno pensare alla responsabilità di chi ha assemblato l’armadio che li contiene, trascurandone i dettagli o, peggio, rivolgendo appellativi poco leali al Grande Costruttore Svedese (in questa logica corrispondente a un San Pietro della nostra credenza, non nel senso del mobile) e al nostro tentativo di ingegneri genetici con il foglietto delle istruzioni?

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ragazzo in

Non sento più usare l’espressione “in” per indicare quando una persona è pienamente conforme alla moda o introdotta negli ambienti giusti, gli ambienti che contano. Come se dire “in” non fosse più in, ma ci siamo capiti. D’altronde la modernità è talmente frammentata e disomogenea che vi sfido a limitarvi a una duplice classificazione del reale a seconda di valori puramente aleatori come l’indice di gradimento. Siamo tanti e distribuiti in una molteplicità di pubblico mai vista, sicuramente a causa della varietà di sottocanali dovuti, manco a farlo apposta, al digitale e all’Internet. Pensate a quante community vivono a nostra insaputa nei meandri del web e del tutto ignare di quello che ci piace e non ci piace a noi influencer della parte “in chiaro”, o mainstream o comunque dedita all’auto-affermazione della propria identità in rete come la conosciamo noi, indipendentemente dall’uso o meno del nome e cognome vero e proprio.

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il futuro non è scritto perché se lo fosse ne leggeremmo solo il titolo

In questo intervento-marchettone a un evento Konica Minolta tenutosi a fine marzo a Berlino, Douglas Coupland ha parlato della sua specialità, e cioè tecnologia in salsa di futuro, dicendo che fino a poco tempo fa il futuro era qualcosa che avevamo davanti e che abbiamo anticipato e anche temuto. Poi da qualche parte la linea del presente si è fusa con il futuro tanto che oggi stiamo vivendo all’interno del futuro, 24 ore al giorno per sette giorni su sette, quello che l’autore di JPod chiama il super-futuro.

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