Tag: Lucio Dalla

una bellissima storia internet

La gente crede che Marco sia matto perché ha delle pretese che non stanno né in cielo né in terra e ho provato le conseguenze di questa sua bizzarria sulla mia pelle. Marco ha rincorso per tutta la vita una fidanzata che si chiamasse Anna per tenere fede alla promessa fatta a Lucio Dalla di vivere il più possibile secondo le sue canzoni, questo molto tempo prima che Dalla ci lasciasse e, manco a dirlo, senza che Dalla sapesse nulla di quello che un suo fan volesse fare dell’eredità culturale e sociale dei suoi dischi. Controprova è che tutt’ora che Dalla non c’è più, e che quindi Marco potrebbe anche essere meno rigoroso su questo stile di vita tanto ormai è impossibile che Dalla lo venga a sapere, lui continua senza soluzione di continuità a farsi chiamare Gesù Bambino dalla gente porto o a vedere gente bere a una fontana che non era lui e potremmo andare avanti così per tutta la discografia di Dalla ma la storia verrebbe davvero troppo lunga. Vi prometto che un giorno userò questa storia come spunto per un romanzo, ma lo sapete che il web non perdona con le sue menate sul SEO e sul SEM e sui clic e che bisogna scrivere cose brevi perché gli analfabeti di ritorno si perdono alla quinta riga e che quindi, in questo post, è meglio andare al punto.

E il punto è che a Marco mancava la versione su vinile di “Come è profondo il mare”, e chi più di me sa quanto il non avere la collezione di dischi completa di quel gruppo o quel cantante possa essere frustrante.

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il futuro non è scritto perché se lo fosse ne leggeremmo solo il titolo

In questo intervento-marchettone a un evento Konica Minolta tenutosi a fine marzo a Berlino, Douglas Coupland ha parlato della sua specialità, e cioè tecnologia in salsa di futuro, dicendo che fino a poco tempo fa il futuro era qualcosa che avevamo davanti e che abbiamo anticipato e anche temuto. Poi da qualche parte la linea del presente si è fusa con il futuro tanto che oggi stiamo vivendo all’interno del futuro, 24 ore al giorno per sette giorni su sette, quello che l’autore di JPod chiama il super-futuro.

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il suo nome detto questa notte mette già paura

Aprite i vostri archivi più intimi e provate a rilevare quanto, restringendo il campo della query dal 1977 al 1981, la vostra vita in quegli anni lì ha avuto a che fare con qualcuno dei pezzi di Lucio Dalla tratto dai suoi tre album forse più importanti della sua carriera, usciti proprio in quel lasso di tempo. Mi riferisco Come è profondo il mare (1977), Lucio Dalla (1979) e Dalla (1980), e anche se ammetto di non essere il più titolato esperto in questo ambito, considerando la mia specializzazione in ben altri generi musicali, concorderete con me che pensare a una classifica di tre dischi così è una bella lotta. Ma poi è chiaro che non è che dobbiamo sempre star lì a dare i voti e a pensare che qualcosa è meglio o peggio di qualcos’altro. Concentriamoci invece sui nostri ricordi, e pensate a quanti ritagli di esperienze possono essere legati al timbro vocale di Lucio Dalla e a quella ventina di brani tratti da quei tre dischi, considerando il successo che hanno avuto e a quanto si sono sentiti per radio, alla tv, negli impianti stereo, negli autoradio nostri e dei nostri amici. Casualmente nei negozi, anche se forse allora non c’era il vezzo della diffusione sonora negli esercizi commerciali, o volontariamente nei juke-box, questo si, posso darvi la conferma. Più di ogni altro cantautore, e mi riferisco agli altri mostri sacri della nostra cultura, Lucio Dalla ha meritatamente occupato un posto di crocevia tra varie tipologie di pubblico, anche se nella finestra di tempo a cui mi riferisco era tutto molto meno diversificato e c’era un approccio più omogeneo agli ascolti. Rispondendo a suo modo al pop, alla canzone impegnata, all’intellettualismo del pubblico dei cantautori, all’esigenza di semplicità e all’immediatezza dell’emozione pret a porter delle sue parole raffinate ma allo stesso tempo crudelmente dirette, al registro della sua voce così familiare e per questo rappresentativa di una fase così peculiare della nostra storia, Lucio Dalla innegabilmente è dentro di noi e fa parte di quello che siamo. E se è vero che poi quelli che ritengo i suoi migliori tre dischi sono entrati nel pantheon della maggior parte degli italiani, non riesco a non pensare a un istante della mia vita di allora – ero poco meno che preadolescente – senza legarlo a uno dei suoi versi e alla dolce amarezza dei quadri che dipingeva nelle sue canzoni, un aspetto che va oltre i gusti musicali (io davvero ascoltavo ben altro) e che si va a collocare tra i requisiti fondamentali del modo di interpretare quel passato lì. Insieme a come ero, a quello che facevo, a chi frequentavo, ai vestiti che indossavo, alle speranze che maturavo, alle gioie e ai dolori e a tutto il resto, qualsiasi cosa che cerchi rovistando nei cassetti della memoria di allora, di quel periodo tra il 77 e l’81, trovo sempre un berrettino di lana e un paio di occhialini tondi.

quello che reggo sono solo le parole

Ai tempi d’oro dei cantautori a me i cantautori non piacevano granché. Il motivo del mio disinteresse era la scarsa cura degli arrangiamenti musicali delle loro canzoni, secondo il mio metro e i miei ascolti, naturalmente. Penso solo a quel modo di musicare testi irripetibili, addirittura perfetti tanto era la loro intelligenza e profondità, senza conferire altrettanta originalità alla componente strumentale. Ora senza addurre esempi di pezzi chitarra e voce, la classica ballad a impostazione dylaniana, in cui l’accompagnamento è volutamente scarno in virtù del processo compositivo stesso, in tutta l’abbondanza di riascolti dell’opera di Lucio Dalla che si è succeduta nell’anno della sua scomparsa, e soprattutto il suo periodo d’oro ovvero gli anni 70, mi sono accorto di riscontrare la stessa impressione di allora, pur mediata da una maturità e dall’intelligenza di collocare filologicamente il brano nel suo contesto storico quindi culturale e quindi estetico. Che poi è un po’ il peccato originale della musica italiana stessa, quello dell’essere imbrigliato da un linguaggio poco flessibile da adattarsi ad altri generi al di fuori di quello specifico della canzone d’autore. Ora è chiaro che certe speculazioni si possono fare solo a posteriori, ma non è difficile immaginarsi come alcune canzoni sarebbero riuscite se date in mano a uno come Gianni Maroccolo, giusto per fare un esempio impossibile se non altro da un punto di vista anagrafico, o a musicisti con altrettanto background e visione meno provinciale. D’altronde i turnisti e i virtuosi che popolavano l’entourage dei cantautori erano gli stessi che poi magari dovevano esercitare il loro mestiere con autori e interpreti meno nobili, quindi essere pronti a tirare fuori il meglio anche in registrazioni meno raffinate. Sempre per fare un esempio, musicisti del calibro dei componenti della PFM, che hanno arrangiato con un gusto sopraffino l’opera di De Andrè, hanno accompagnato anche molti dei peggiori prodotti musicali del periodo. E la PFM è uno dei rari casi di compresenza di gusto e tecnica, di esperienza internazionale ma di sapore italiano. Altrove, dare un brano nudo e crudo in mano a mestieranti scafati e supertecnici generava rivestimenti sonori sicuramente tagliati su misura ma tali da omogeneizzare qualunque canzone nel calderone della sovraproduzione artistica, condannandola all’oblio nei secoli dei secoli. Affidare la responsabilità di colorare una linea melodica a virtuosi con le mani e la testa zeppe di ascolti unicamente monodirezionali, il jazz o la fusion tanto per citare due degli elementi che in ambito pop nemmeno dovrebbero essere ripresi nei booklet dei cd, è stato enormemente riduttivo. Nel 1979, anno di uscita di  Lucio Dalla che possiamo considerare un album perfetto anche solo considerando la tracklist, nel resto d’Europa la musica si muoveva in tutt’altra direzione e se è difficile immaginarci un brano come “Anna e Marco” con la produzione di Brian Eno è solo perché il nostro imprinting sonoro è lo stesso che hanno i componenti degli Stadio che hanno registrato quel brano. Se posso generalizzare con una battuta, metti un pezzo rock o anche funky in mano a gente che suona troppo bene e il rock e il funky miracolosamente spariscono nel nulla. E a supporto di questa tesi, anzi del suo contrario, ascoltate la versione in studio di “Musica ribelle” di Finardi, che è una delle rare eccezioni di quanto ho scritto sopra in cui addirittura la batteria emerge a un volume straordinariamente alto considerando anno e nazione di uscita, il tutto registrato da alcuni membri degli Area in aggiunta ad altri musicisti italiani “anomali” come Alberto Camerini.

la storia del batterista che ascoltava Anna e Marco in cuffia

Ho un amico, un caro amico, che anche se negli ultimi venti anni avrò visto si e no tre volte lo considero tale perché ci siamo conosciuti a 14 anni tramite uno di questi due (non quello della libreria, l’altro, quello che scrive anche di Dante) e abbiamo condiviso una fase importante della nostra vita, il primo gruppo rock. Con lui ho fatto il mio primo vero concerto, che in realtà era il secondo ma il primo non me lo ricordo nemmeno, e insieme a lui ne ho fatti tanti altri, ma se avete mai avuto una band in quegli anni lì della vostra vita, saprete meglio di me che cosa vuol dire, perché i musicisti con cui cresci contano più della famiglia, delle fidanzate e di tutto il resto. Lui poi ha fatto una bella carriera da batterista, che è cominciata proprio con Lucio Dalla. Una volta mi raccontò di quando si rese conto di suonare davvero con Lucio Dalla, era dietro ai suoi tamburi e aveva le cuffie per ascoltare meglio l’audio sul palco, e c’era Dalla che cantava “Anna e Marco” e lui si ricordava di quando sentiva il disco da ragazzino in cuffia allo stereo e lì sul palco era proprio come sentire il disco in cuffia come quando era ragazzino, però adesso c’era lui alla batteria e stava accompagnando Lucio Dalla dal vivo. E niente, oggi ho pensato a quanto sia stato importante Lucio Dalla per il mio primo batterista, e mi sono rattristato il doppio.

breve guida all’uso della trama di un film

S. sposta un enorme tendone nero come quelli che confondono gli ingressi delle sale cinematografiche, la lascia passare per prima e la segue nel cortile della scuola, la stessa da cui sono scappati insieme. L’asfalto che ogni mattina calpestavano controvoglia sembra essere fresco, appena steso. S. e A.M. inevitabilmente si cercano con gli occhi per ricordare, perché ora è tutto diverso. Non è più mattina, non è più quel momento che pensano di vivere perché era un istante di moltissimi anni prima. Ed ecco che, improvvisa, scende la pioggia, ma subito le gocce si gonfiano e diventano fiocchi di neve. S. allarga le braccia, sa di essere in una storia inventata quindi gioca a fare l’attore protagonista mentre tutti lo guardano, dentro e fuori dalla scena. Respira forte l’aria gelida, gli esce lo stesso fumo che una volta aveva respirato dal suo alito, quello di A.M., che nel frattempo si accorge di avere freddo e vorrebbe andare via, andare al chiuso, c’è un bar aperto con i vetri appannati proprio lì. Ma poi capisce tutto, stringe con le mani i polsi di S. e si guardano nel loro lungo addio, consapevoli che non è possibile, è sicuramente il finale di qualcosa ma entrambi non si ricordano cosa. Una volta eravamo da te, ipotizza S., e a un tratto abbiamo avuto la stessa idea? O quando sdraiati in terra tu respiravi e io avevo la testa sul tuo ventre? Ma dài che è tardi, lo rimprovera come sempre A.M., guarda siamo già a ridosso dei titoli di coda, ho già pensato alla sigla, che ne dici di questa? Io intanto vado a scaldarmi là dentro, tu svegliati pure con calma.