Tag: milano

la sicurezza di rientrare a Milano

Kamal ha bevuto abbastanza da vedere le scritte sul display degli orari tutte sfocate, ma quando mi si avvicina per chiedere informazioni sul suo treno non mi sento tranquillo. Poi però gli sorrido perché così sbronzo è buffo, più che pericoloso, e gli rispondo che il treno è lo stesso che aspetto io ma non è ancora indicato il binario di arrivo. Gli chiedo però che cosa ha bevuto e quando mi risponde di amare il chianti alla follia gli faccio notare che, considerata la temperatura e l’umidità dovuta all’ora tarda, non sia la bevanda più indicata.

[CONTINUA A LEGGERE SUL BLOG DOVE PRESTO MI TRASFERIRÒ CLICCANDO QUI]

stramilano

C’è una Smart di un operatore di car sharing parcheggiata sotto il mio ufficio con una vistosa scritta “bella lì mi sposo”, in blu sulle portiere bianche. È il momento dell’uscita dal lavoro che in generale riserva le sorprese più pittoresche, per non parlare dell’uscita dal lavoro del venerdì, in cui si notano di sovente cose che voi umani durante la settimana dei giorni feriali non potete nemmeno immaginare. Penso a come dev’essere bello guidare un corteo nuziale con la sposa a fianco, a bordo di una vettura ecologica e pensata per una città sostenibile dal punto di vista ambientale e, dietro, la colonna di amici e parenti che strombazzano gioiosi con il clacson per le vie del centro. Se c’è un auto con quel tipo di messaggio stampato è perché probabilmente qualcuno ci avrà già pur pensato a un matrimonio così eccentrico, ai tempi dell’Internet essere originali è impossibile. E scommetto che si usa anche sposarsi in bici, che è una scelta ancora più radicale dal punto di vista ecologico, chissà quante nozze cosi avrete già visto a Milano. Comunque le strade del quartiere dove è il mio ufficio – siamo in zona corso 22 marzo – sono quasi vuote e tutto intorno c’è quella luce che si vede solo a fine estate e che non ha eguali. È una zona di Milano piuttosto elegante e tenuta a regola d’arte, come quasi tutto il centro, del resto. Non faccio in tempo a fantasticare un po’ su questo genere di cose che una nutrita compagnia di danza popolare centroamericana attira la mia attenzione, e come non potrebbe. Li osservo provare un ballo di gruppo con tanto di musica e costumi originali sfruttando gli spazi sovradimensionati ubicati sopra ai binari della stazione di Dateo. Mi fermo a studiarne le movenze e sorrido sperando che qualcuno di loro noti il mio sorriso solidale, ma è chiaro che sono troppo impegnati a fare attenzione ai passi corretti.

Il punto è che io non posso certo dire “la mia Milano” come fate voi milanesi, quando questa città mi sorprende come oggi. Intanto non sono né nato né cresciuto qui e poi abito persino in un paese limitrofo e a una manciata di metri da Milano, che però non è Milano. Ma lavoro qui più o meno in centro e qui più o meno in centro trascorro la maggior parte del mio tempo. La mattina lascia un po’ a desiderare ma ci sono i papà e le mamme con i bimbi per mano che la nobilitano. Alle sei del pomeriggio invece Milano è bellissima, e se non ci credete vediamoci qui così ve lo dimostro. Quindi posso dirlo: non sono nato qui ma non credo che me ne andrò mai da Milano, con tutte le opportunità che mi ha regalato. Posso dire che è anche la mia città, perché da nessun’altra parte mi sono mai sentito così.

per chi non ha una camera tutta sua ma deve, ogni giorno, fare e disfare un divano letto

Non è solo Gabriele a non avere a disposizione una vera camera tutta sua e a condividere un divano-letto in sala da pranzo con suo fratello che è più piccolo ma già ora ha tutte le carte in regola per diventare un fotomodello o un attore. Io sarei impazzito da ragazzo a non possedere uno spazio tutto mio dove mettere le mie cose. Per darmi una spiegazione penso che la famiglia di Gabriele non può permettersi una casa più grande con una stanza in più. Suo papà giocava a calcio di professione e poi non ho mai capito che lavoro avesse iniziato successivamente al ritiro. Sua mamma tutt’ora gira in reggiseno senza nessun problema nei confronti degli ospiti, che a loro volta si sentono a proprio agio e vorrei vedere chi no.

Oltre a Gabriele e suo fratello vanno annoverati in questa specie di categoria in cui ci si sente un po’ provvisori anche Veronica e il suo fratellino che ha un nome che inizia con la V. Addirittura loro, oltre a dover rifare il letto e mettere tutto a posto ogni santo giorno prima di andare a scuola, hanno anche la nonna che occupa uno stanzino ma che per lo meno non è di passaggio per nessuno e dispone, a differenza di loro, di un livello di privacy sproporzionato per le esigenze di una vecchina che sì, ha piacere a cambiarsi in santa pace senza mettere la sua biancheria in mostra, ma in confronto i bisogni degli adolescenti sembrerebbero quisquilie.

L’apoteosi è quando arriva qualche ospite. Capita spesso perché la famiglia di Veronica che viene dal sud svolge il ruolo di base d’appoggio a Milano per parenti e amici che hanno bisogno. Pensate al dibattito Roma vs Milano di questi giorni. Io ci ho pensato e credo che non stia né in cielo né in terra perché Roma è tutto quello che volete ed è anche molto più bella, ma a Milano ci vengono da ogni parte d’Italia per lavoro.

Gli ospiti della famiglia di Veronica si appuntano tutte le informazioni logistiche: a Milano Centrale – così gli dettano – prendi la verde fino a Loreto, poi prendi la rossa e scendi a Rovereto e segui le indicazioni per il Parco Trotter. L’ospite arriva e usufruisce di una branda supplementare montata in sala, all’altro capo del divano letto di Veronica e del suo fratellino che ha un nome che inizia con la V.

L’ultimo ospite è stato un cugino in seconda, a Milano per seguire un corso full immersion su un software specifico. Il cugino in seconda lavora per un comune dell’Italia centrale; il suo responsabile gli ha pagato questo corso di tre giorni in un ente di formazione in pieno centro a Milano per il quale è stato chiamato un professionista formatore da Genova. Mi sono chiesto quanti soldi ci fossero in ballo in quel frangente e se non fosse stato più economico mandare il docente da Genova a quel comune dell’Italia centrale, o mandare l’ospite della famiglia di Veronica direttamente a Genova, e perché Milano svolgesse questa funzione di mediazione logistica. Non ho una risposta, come non so perché la mamma di Veronica abbia dato un nome a entrambi i figli che inizia con la stessa consonante.

situazionismo padano

Ci si mette il loden blu quando si è invitati a mangiare la cassoeula a pranzo nei giorni festivi con quel tempo che c’è solo qui, potrei aggiungere una foto a corredo – una foto del grigio uniforme, mica un selfie, per chi mi avete preso? – anche se certe mogli, meno avvezze di noi al situazionismo padano ma mi verrebbe da dire al situazionismo tout court, fanno di tutto per farci desistere sottolineando la linea obsoleta di un capo di abbigliamento ahimé ormai fuori moda che, in parole povere, ci fa sembrare vecchi. Molto più di quanto lo siamo a prescindere.

Si pedala con una bici nera con i freni a bacchetta e la mantella nella nebbia già alle quattro del pomeriggio sul pavé, anche se la nebbia a Milano non esiste più dall’89, la bici nera con i freni a bacchetta (attenzione, la “e” si pronuncia esageratamente aperta) è meglio non prenderla che alla prima sosta te la fregano. Anzi, è preferibile tenerla in garage come un pezzo da museo e cercare a qualche mercatino dei ricettatori una qualsiasi finta mtb di seconda mano da usare per andare in stazione ogni mattina. Qui da me ti rubano pure i catorci, ma c’è qualche ladro gentiluomo che in cambio ti lascia un rottame che con un po’ di olio di gomito di chi sa risistemarli, e altrettanto olio di gomito a trovarlo, uno che le risistema le biciclette, magari qualcosa ci tiri fuori ancora. Il pavé, poi, ti sfascia le natiche che ormai sono avvezze solo alle sospensioni ultra hi-tech di quei cassoni dei ricchi che ogni due per tre bloccano persino il passaggio del tram, che basterebbe anche solo non lasciarli sulle rotaie del tram ma sarei più contento se non ve li compraste neppure.

Si sfoggiano persino neonati all’Esselunga come se l’imprinting della grande distribuzione locale fosse più importante di qualunque altro tipo di battesimo, sacro o profano. L’ingresso in società qui è inteso come il tuffo nella calca alla ricerca dei prodotti al 40% minimo, per quello pure ci si veste bene e se ci sono germi poco raccomandabili per la nostra prole meglio così, è situazionismo anche quello, manifestato a vantaggio degli anticorpi.

Il sorriso con cui convincere i cingalesi che vendono fiori che in fondo siamo felici così, infine questo va nella categoria del un punto di situazionismo e mezzo punto di ripudio dell’economia sommersa, d’altronde qui c’è stato l’incubatore dell’Italia post-tangentopoli, mica puoi pensare che siamo rimasti gli stessi. Che poi parlo io che non sono nemmeno di Milano, ma mi piace applicarmi affinché lo scenario di volta in volta mi confonda al meglio con le persone, le cose, gli ambienti nel bene e nel male, nello splendore e nello squallore. Mi siedo a un tavolo di un bar con tavolini d’epoca oggi gestito dai soliti cinesi, una sambuca e il Corriere del giorno prima che quello di oggi qualcuno se l’è pure fregato, dice il barista cinese, sicuramente qualcuno dell’est.

l’antico derby tra le città più importanti

Sostiene mia moglie che qui è tutto progettato per farci lavorare e basta, una tesi che condivido in pieno e non solo perché entrambi siamo reduci da qualche giorno di vacanza trascorso a Roma. Non siamo certo i primi a trovare nell’urbanistica di Milano e della sua area metropolitana i segni di quello che siamo o, meglio, di quello che ci hanno fatto diventare, se vogliamo abbandonarci a qualche impeto di sano complottismo da inizio settimana. L’opinione in auge mette il confronto tra le due città sui piani competitivi innescati dalle rispettive eccellenze, la regolarità del nord contro la grande bellezza della capitale. Ed è proprio insita in questo dualismo la chiave di lettura di uno sviluppo psicosociale degli abitanti di un territorio.

Il nostro immolarci al reddito non ammette evasioni se non quelle programmate dall’ordine economico di cui facciamo parte, vero? Pianifichiamo viaggi, weekend altrove, gitarelle a questa o quella cascina bio-vegan-dellanonna, alimentiamo il nostro fabbisogno salutista in circoli sportivi, campi sintetici a noleggio o palestre e piscine gioiosamente asettiche, circoscriviamo le attività necessarie al sostentamento fisico e intellettuale in complessi pensati ad hoc per concentrare al massimo in un unico luogo l’uso della carta di credito.

Immaginiamo così questi aspetti delle nostre vite come nodi di una rete di collegamenti mutui, naturalmente privi di marciapiedi o se presenti lasciati in abbandono e di piste ciclabili e unicamente carrabili, intasati nelle ore di punta benché a più corsie e con tutti i limiti di velocità e autovelox del caso. Ecco, negli interstizi di queste maglie abbiamo costruito ambienti volutamente lineari, sicuramente imposti dall’andamento pianeggiante del territorio, ma con l’obiettivo più o meno inconscio di generare il minor impatto possibile sulla nostra abnegazione al lavoro.

Voglio dire, il mio amico Giorgio che vive a Roma all’atto di muoversi da casa per lavoro o nel corso di qualsiasi spostamento urbano attraversa ponti con statue imperiali, passa di fronte a terme, anfiteatri, chiese romaniche, resti millenari di tutte le culture che si sono avvicendate nell’urbe, e poi il Foro Italico, il Palazzaccio, il Lungotevere, viale della Conciliazione con in fondo San Pietro. Si tratta di una complessità urbanistica portata all’eccesso, lo so, Roma è una città irripetibile, per nostra fortuna. Tutte cose a cui magari poi ci fai l’abitudine e che a chi è lì in vacanza sembrano straordinarie, dovrebbe essere così che ce la raccontiamo quando imbocchiamo l’uscita dell’autostrada a Cormano.

Ma anche spogliando la nostra vista dal valore aggiunto dell’arte e dell’architettura, è questa regolarità che ci condanna a non uscire mai da quel tracciato fatto di nodi e di percorsi obbligati che li interconnettono, perché gli spazi sono fatti apposta per passare inosservati con i condomini a basso impatto energetico, le strade curate e prive di contenitori della spazzatura, i cani al guinzaglio e i loro padroni al telefono, i bambini che pedalano in bici su percorsi testati per riportarli a casa senza un graffio. Un sistema che funziona a tal punto che visto da altri punti di vista potrebbe sembrare un plastico, una riproduzione in scala di qualcosa, un presepe vivente, persino un episodio di Ai confini della realtà.

Così sono giunto alla conclusione che dovrebbe essere istituito un listino, un prezzario, una tassa di soggiorno che aumenta con la bellezza del posto in cui vivi che non deve essere corrisposta in denaro, altrimenti sapete come va a finire, e nemmeno con il merito perché, diciamocelo, la meritocrazia ha già rotto il cazzo. I posti-vita dovrebbero essere assegnati secondo sensibilità, indole, animo, attitudine alla riflessione sulla bellezza, senso estetico, nozioni di storia, postumi da sindrome di Stendhal. Se poi a uno piace solo guadagnare e non gli interessa dove farlo, sono pronto a dargli il benvenuto qui, nell’hinterland milanese.

natura morta e nemmeno io mi sento troppo bene

Il problema non è tanto non essere in grado di descrivere le stagioni e tutto ciò che comportano. Questo genere di osservazione della natura e di ciò che ci circonda porta dei frutti solo se ciò che si cerca di raccontare è sufficientemente romanzabile. Ma alla lunga vedere sempre gli stessi posti nei quali scavando a fondo si trovano sempre gli stessi particolari rompe i maroni. Se vivete come me nei dintorni di Milano troverete ben pochi dettagli da cogliere e utilizzare come scenario per il vostro storytelling. Il cielo per esempio ha due modalità, acceso e spento, ovvero il sereno che si alterna al classico controsoffitto grigio hinterland, quel lastrone che copre le nostre vite indipendentemente dal mese in corso, senza variare nemmeno la tonalità. In questo contesto binario la gamma e le sfumature si riducono già di un buon ottanta per cento – sto sparando a caso – e nulla del contesto vi verrà incontro. Poi se siete come me e non notate se i fiori dell’aiuola nel mezzo della rotatoria o quella all’incrocio con il semaforo dove sosta il profugo senza una gamba che chiede l’elemosina sono fioriti, le foglie sono ancora appese ai rami o giù insieme alle cartacce che nemmeno gli operatori ecologici hanno il coraggio di districare, farete fatica a collocare anche solo un vostro pensiero in una cornice temporale. La differenza e l’alternanza la scandiscono solo l’abbigliamento, forse, perché senza nebbia e senza mare basta distrarsi un po’ e ci si dimentica persino del nome del centro commerciale in cui si sta facendo passare un sabato pomeriggio. Quando si posano le cavallette sul balcone e i gatti me ne fanno uno sgradito omaggio è il segnale che l’autunno ha preso ritmo, e il ciclo riprende mentre tutto intorno le persone starnutiscono fiaccate dall’allergia all’ambrosia. C’è poi il tempo dei furti in casa, arrivano le giostre in paese e si sa che gli appartamenti iniziano a stiparsi di regali di Natale sempre più costosi per figli sempre più tecno-dipendenti, tutto ciò fa gola agli acrobati come allo stesso modo spariscono borse e borselli dalle auto nei parcheggi dell’Esselunga mentre i clienti lasciano per qualche istante la spesa incustodita per riporre il carrello e negare l’euro al questuante nomade in servizio. A quel punto si entra davvero nel tunnel del grande freddo fino a quando la stagione delle pioggie porta sollievo a chi latita dagli autolavaggi per poi sublimare nell’esplosione delle infiorescenze con quell’odore che i più associano allo sperma umano che si diffonde ovunque. Nelle case e negli uffici che aprono le prime finestre mentre nel resto dello stabile i più anziani lottano per mantenere ancora un po’ il riscaldamento acceso. Nei pressi dei vivai dove si fa la coda per portarsi a casa un po’ di natura finta e artificiale dal ciclo di vita breve quanto la passione che i vegetali possono suscitare. Nelle esposizioni dei megastore di articoli sportivi in cui attrezzature e abbigliamento per il tempo libero vanno a ruba fino a quando ci si rende conto che acquistare e possedere un qualcosa di tecnico per una disciplina non è sufficiente a farci appartenere all’insieme di chi la pratica. La stagione più calda che oramai non ha più un vero e proprio nome, tanto dura poco e si palesa in modo disordinato, è quella delle donne seminude, dei maschi in ciabatte e dell’aria condizionata sparata ovunque, nelle auto come nei negozi, per una trasformazione climatica che non so a che punto porterà il genere umano e la sua capacità adattiva. Per il resto, nei contesti urbani e urbanizzati non c’è altro da dire. L’osservazione del comportamento della flora o della fauna ha lasciato il posto ai programmi delle tv a pagamento e alle lampade che si accendono e si spengono nelle abitazioni limitrofe alla propria che già stanno sparendo, coperte dalle luci condominiali accese ventiquattro per sette che prima o poi, oltre alle stagioni, uccideranno persino il giorno e la notte.

ma dammi indietro la mia seicento a metano

La domenica senz’auto, al di là dei risvolti ecologici – sui quali nutro i miei dubbi, ovvero forse ci vorrebbe una settimana senz’auto di fila per avere benefici tangibili – è comunque un ottimo spunto di riflessione. Consente di assaporare uno scenario surreale fatto di famiglie in bici, gente a piedi, arterie periferiche deserte, silenzio. Ci permette di misurare gli spazi che percorriamo velocemente con i mezzi motorizzati a piedi, e ci si guarda stupiti perché mentre fai due chiacchiere e muovi il naso un po’ in tutte le direzioni e sei già arrivato, camminando, a destinazione. E ti dici che le distanze non sono poi così distanti tra loro. Certo ci sono le mani fredde, l’aria pizzica le guance, ma è bello lo stesso. Non solo: ci offre uno spaccato di quello che poteva essere il posto in cui abitiamo un centinaio di anni fa, che con la nebbia fa quell’effetto “Albero degli zoccoli”, il film che ha costituito la principale fonte di ispirazione immaginifica della pianura per chi viene come me da posti senza nebbia e a due punti cardinali, ove il sud è sostituito dal mare e il nord dalle montagne a ridosso della costa. E per una di quelle combinazioni che ci piace cogliere (a noi proprietari di blog, intendevo dire), giusto ieri ho visto per caso in tv “Stramilano“, uno spettacolo teatrale con Adriana Asti, “un viaggio che va dalla “Maria Brasca” di Testori, ai Promessi Sposi, a L’è el dì di mort alegher, a Milanin Milanon passando per la filastrocca popolare De Tant piscinina che l’era, a La bella Gigogin, fino a Milano di Lucio Dalla e Come è bella la città di Giorgio Gaber, per citare solo alcuni tra i brani più conosciuti“. D’altronde, fuori faceva freddo per raggiungere a piedi il centro e tutte le iniziative organizzate per la giornata antismog, e c’era pure un po’ di foschia. Ma, tornando alla trasmissione, è stata un bel racconto di Milano, visto da un divano comodo e al caldo, chiaro. Lei bravissima, alcuni punti in dialetto un po’ oscuri per noi stranieri, fino a un’inaspettata “Luci a San Siro” suonata con un arrangiamento (non saprei come altro definirlo) da avanspettacolo, che rendeva ancora più stridente la mesta veridicità delle parole in un contesto così leggero. Un po’ come Azzurro di Paolo Conte, che ha quell’andamento da marcetta in minore che ti disorienta, non sai se battere le mani a tempo o preoccuparti per quello che stai per sentire. E a me quel pezzo di Vecchioni fa venire la pelle d’oca. Sapete, non amo ascoltare la musica italiana perché i testi o mi imbarazzano tanto sono retorici o mi dilaniano tanto sono ansiogeni. “Luci a San Siro”, chissà perché, anzi lo so bene il perché, fa parte del secondo insieme. Insomma c’erano tutti gli ingredienti: la domenica pomeriggio, l’emicrania da giorno festivo senza capo né coda, Milano e la nebbia, le canzoni tristi tristi tristi, e un posto in cui scrivere tutto questo dopo averne parlato con una persona complice che ha cucito insieme il tutto in un abbraccio per poi addormentarsi con te, cioè con me.